Il Washington Post, che di certo non ha bisogno di un mio inciso per sapere che rilevanza abbia nel mondo, ha pubblicato una riflessione sulle recensioni dei videogiochi. Il titolo è abbastanza perentorio, nonché puntuale: “The video game review process is broken. It’s bad for readers, writers and games.”, di Mikhail Klimentov.

La riflessione è estremamente lucida, nonché corretta in ogni suo punto e, mentre vi invito a leggerla per intero, voglio accompagnarla alla mia. Trovo l’articolo del WP giusto in ogni suo carattere, virgole incluse. Tutto ciò che dice Klimentov è la verità e sono d’accordo con lui. Così come, lo anticipo, questo articolo è frutto di una considerazione puramente personale elaborata negli ultimi sei mesi, circa.

Per essere ancora più formali: non rappresenta la direzione di VideoGamer Italia nel complesso. È un'opinione, perché di questo si parlerà.

L’articolo del WP espone un problema a cui non c’è soluzione, perché a nessuno serve la soluzione.

Le recensioni di Deathloop sono state tra le più criticate, ultimamente.

Le recensioni dei videogiochi sono i contenuti meno letti di ogni sito specializzato.

Hanno un picco solo nei 2-3 giorni successivi in cui vengono pubblicate, e poi scompaiono. E questo senza tirare in ballo le notizie sulle cosplayer, o quelle inserite negli aggregatori di notizie tipo "perché i gatti muovono le zampe posteriori prima di saltare" (niente di inventato, giuro), perché il rapporto in letture è soverchiante e deprimente per le recensioni.

Inoltre, quando viene letta la recensione è percepita solo come una guida all’acquisto. Il lettore medio (figura ipotetica che prevede una gran parte dei lettori ma non tutti, la definisco ora per non farlo ogni volta in seguito) scorre al box del voto, dove magari ci sono anche pro e contro, per capire se deve comprare il gioco oppure no. O, più spesso, cercare una conferma al proprio bias rispetto ad un videogioco in arrivo.

Sto aspettando con ansia Death Stranding? Se vedo 9 sono contento, se vedo 7 mi scaglio contro la redazione. Non sto aspettando con ansia Death Stranding? Se vedo 7 sono contento, se vedo 9 mi scaglio contro la redazione. Il lancio dell’ultima fatica di Hideo Kojima ci ha raccontato proprio questo, vi invito a leggere una mia vecchia riflessione.

L’uscita di Cyberpunk 2077 (anche qui, ne ho parlato in precedenza) ha rotto completamente la fiducia tra lettore e critico, per una generale ignoranza del processo di lavorazione di un videogioco che ha portato all’esplosione di un bias cognitivo, causato dal comportamento scorretto di un’azienda, per cui il risultato finale è: “voi giornalisti siete tutti venduti”.

Ricapitolando: le recensioni sono poco lette, chi le legge non ha interesse per gli aspetti nozionistici e di divulgazione, ma vuole solo il voto, e chi le legge per bene poi non le capisce spesso. In più, ve lo dice uno che di recensioni ne fa un po’ all’anno, sono anche una bella rottura di coglioni.

Devi giocare, tanto in poco tempo, poi prendi appunti, e fai gli screenshot, e magari registri anche il video. Quando finisci devi fare una recensione di un gioco di cui ne hai già fin sopra i capelli, scrivere un contenuto che sai che leggeranno in pochi, e se per caso metti un voto che farà indignare ti ritroverai pure a gestire un paio di giorni di commenti esacerbanti.

Sto amando Metroid Dread perché lo sto giocando con i miei tempi. Non l’ho dovuto recensire. Mi sarebbe piaciuto farlo, perché scrivere le recensioni mi piace. Mi hanno stufato, però mi divertono. Perché amo raccontare i videogiochi.

In questo senso, ribadisco che il Washington Post ha tremendamente ragione. Il modo in cui si fanno le recensioni ora non ha alcun senso. Come l’autore dell’articolo sottolinea si fanno spesso di fretta, per un pubblico che magari giocherà allo stesso titolo invece per mesi, e alla fine ne saprà anche più di te. Non ci si gode l’esperienza, e si finisce per parlarne in un modo che non sarà simile a nessun altro perché l’utente medio non gioca 40 ore di un Far Cry 6 in 5 giorni.

Ma non se ne esce. Non esiste una soluzione valida perché nessuno vuole una soluzione.

Resident Evil Village
Chi leggerebbe una recensione di Resident Evil Village, oggi? Uno speciale, invece, è un'altra cosa.

Bisogna uscire con le recensioni in tempo perché Google funziona così, e figurati chi si fila una recensione di un gioco a qualche giorno dall’embargo. Qualche sito prova a fare approfondimenti e speciali per cercare di analizzare meglio un aspetto, un tema, o un momento che è rimasto particolarmente impresso. Ma si ritorna al discorso sull’attenzione dei lettori.

Inoltre i PR hanno solo bisogno di collezionare una lista di voti da consegnare alle aziende. È il loro mestiere, è giusto che lo facciano perché vengono pagati per questo. Quando chiedono una delucidazione ad un giornalista su una recensione che è diversa dalle aspettative non chiedono del contenuto, ma del voto.

Ma anche in questo caso, alla fine della trafila, alle aziende interessa che il Gioco X sia arrivato ad un certo tipo e numero di persone, nel momento in cui desiderano perché è quello che è stato pianificato come fine della campagna promozionale.

Paradossalmente, se le recensioni fossero di tre paragrafi con un voto alla fine, non cambierebbe nulla. Anzi, sarebbe sicuramente meglio di un pippone da 20mila battute condito da riflessioni filosofiche del recensore di cui non importa a nessuno.

Quindi, le recensioni sono poco lette o lette male, servono solo come guida all’acquisto, sono tediose da lavorare, non si può uscire fuori dall’embargo perché Google fa il gesto dell’ombrello insieme ai lettori, ed ai PR serve solo il voto finale per completare il loro lavoro promozionale.

C’è chi dice, tra colleghi e sovversivi della ribellione del Bel Scrivere®, che la soluzione sarebbe eliminare il voto dalle recensioni. Se l’obiettivo è eliminare del tutto il peso specifico della stampa allora sì, possiamo togliere il voto. Togliere il voto significa rinunciare all’ultimo spiraglio a cui la categoria può aggrapparsi per cercare di riacquistare l’interesse e la fiducia dei lettori.

Lo sapete cosa succede ai siti di informazione se non pubblicano il voto sulla recensione? I lettori vanno su Twitch a vedere il gameplay dai loro streamer preferiti. I quali vengono tenuti anche in maggiore considerazione perché ritenuti, spesso, molto più affidabili dei giornalisti venduti. Con dieci minuti di diretta trovano ciò di cui hanno bisogno, e si sono risparmiati di leggere 2-3mila parole su un videogioco di cui volevano sapere solo il voto finale.

In realtà lo fanno già adesso, perché la grande verità che tutti sappiamo ma che nessuno ha il coraggio di dire apertamente è che, oggi, le recensioni non servono più a niente.

Dove stanno le recensioni qui in mezzo? Meglio non saperlo.

Lo dice IIDEA, nel report delle abitudini dei giocatori nel 2020 (lo trovate qui). Si parla come sempre di tutto quello che riguarda i videogiochi tra tempi di consumo, fasce d'età, utilizzo medio ed impatto in relazione all'emergenza sanitaria, ma anche delle abitudini dei videogiocatori in termini di informazioni.

Il dato utile è che il 13% del pubblico di riferimento si informa sui siti specializzati. Il 26 e 28% degli interpellati utilizza rispettivamente YouTube ed i social media, mentre il 38% si informa tramite “amici e parenti”, sostanzialmente il passaparola. Solo il 13% dei videogiocatori usa i siti specializzati per informarsi sui videogiochi, e una gran parte di questi legge solamente il box finale delle recensioni.

In soldoni: una persona su dieci, più una che dice di averlo fatto ma in realtà non è vero, usa i siti specializzati per informarsi e non è detto che vada a leggere una recensione, una notizia (magari di una cosplayer), o un approfondimento.

Oltre al problema sollevato dal Washington Post ce n’è un altro, ad un livello superiore, che risiede nel capire l'utilità e il senso della recensione, oggi. È un contenuto che ogni sito specializzato deve avere, perché come tutto quello che la stampa (di ogni settore) produce rappresenta un filtro tra l'azienda e l'utente, tra chi ha l'obiettivo di mettere legittimamente le mani nelle tasche della gente e chi, da quelle tasche, deve tirare fuori soldi.

Le recensioni servono a monitorare lo status del medium, a lodare chi lavora bene, spronare chi potrebbe dare di più, e punire chi si comporta in modo scorretto. Ma sono anche un esercizio di stile, perché no, che serve a raccontare il videogioco attraverso un filtro che non sia solo la risposta alla domanda: “è bello?”. Le recensioni non si possono abbandonare, ma di certo non possono neanche più rappresentare un contenuto fine a sé stesso: hanno l'obiettivo fondamentale di sottolineare quali passi in avanti stia compiendo il videogioco, e quali no, nel genere o nella nicchia dell'opera trattata. Ma se questo, spesso, non interessa abbastanza nemmeno ai videogiocatori che visitano i siti specializzati (vedi il report di IIDEA), allora a chi dovrebbe interessare?

Il Washington Post ha tremendamente ragione, ma una soluzione al problema non esiste perché è la matrice del problema a non essere importante.

Ciò su cui bisogna fare una vera riflessione è il fatto che le recensioni, oggi, sono ormai sono un tipo di contenuto vecchio, fuori dal tempo e che interessano a sempre meno persone. Le recensioni non sono critica, sono un giudizio. La critica si fa con gli approfondimenti, con i post mortem, con le analisi su un tema specifico. Si può fare paradossalmente più critica di una recensione con una news, se viene battuta con delle considerazioni dell’autore, dentro.

Quindi quello che mi chiedo, e che i miei colleghi dovrebbero chiedersi, perché cambiare qualcosa che in realtà è quasi del tutto ininfluente nel discorso sui videogiochi? Lavoriamo sull’analisi, sul produrre speciali ed opinioni.

Cyberpunk 2077
Quante opinioni avete visto, al di fuori delle recensioni, su Cyberpunk 2077?

Opinioni che, sui siti italiani, sono pochissime. E quando si fanno sono pavide, oppure puntano solamente ad aizzare i propri lettori. Continuiamo pure con le news sulle cosplayer, sui chiodi di Cristo, e qualsiasi cosa faccia letture per macinare numeri. I compensi si devono pur tirare su in qualche modo. Ma non dimentichiamo le opinioni.

Le fanno le pagine Facebook e i gruppi Telegram, con risultati tremendi perché non filtrati attraverso un pensiero critico, ma con l’unica voglia di fomentare la propria utenza e seguire la trigger economy. Ma a schierarsi, lanciare un messaggio, uno spunto di riflessione agli utenti, deve essere chi il settore lo conosce. Non lasciamo in mano la critica a chi ha scritto due volte in un blog, visto una diretta di uno streamer o parlato tre secondi con uno sviluppatore indipendente come massimo contatto con la game industry nella vita.

Si fa critica con le opinioni, gli approfondimenti, le analisi o le dirette Twitch curate con una certa attenzione. Le recensioni vanno bene così, perché non devono fare critica e soprattutto parlano ad un pubblico che dei sofismi, dei riferimenti letterari, di vedere tirato in ballo ogni volta Italo Calvino, non gliene frega nulla.

Parafrasando Boris: le recensioni, un loro pubblico, ce l’hanno già.