Sulla carta, Valheim è un videogioco che dovrebbe farmi venire il latte alle ginocchia. Un survival open world con fortissimi elementi survival, grafica low-poly e l’ennesima ambientazione vichinga. L’archetipo del videogioco fotocopia che sta popolando Steam negli ultimi anni, che diventa famoso solo per il chiacchiericcio generato soprattutto dalla community di Twitch per poi scomparire dopo poco.

Invece, non solo Coffee Stain è riuscita a piazzare tre milioni di copie in sedici giorni alla faccia mia, ma io stesso mi ritrovo al non voler aprire Valheim per paura di passarci ore di fila senza accorgermene. E vi scrive uno che, dai survival, si tiene sempre ben lontano.

Il trucco è che Valheim riesce perfettamente ad integrare un sacco di elementi di gameplay di tanti altri videogiochi di successo, quelle dinamiche di gioco che hanno fatto presa negli ultimi anni sul pubblico. E sebbene le prime ore, giusto le prime due davvero, lo possano far sembrare l’ennesimo archetipo del survival di cui sopra, dopo poco si scopre che c’è una struttura ben più solida.

D’altronde un milione di copie si vendono facilmente per il passaparola, due se qualche streamer con una community pachidermica decide di investire il suo tempo in esso (vedi i casi di Among Us e del recente ritorno di fiamma di Rust), ma a tre milioni difficilmente ci si arriva con il passaparola. Fortnite non occupa la posizione che occupa per il passaparola, ma perché ha saputo leggere il mercato e posizionarsi come si deve.

Non so se i quattro ragazzi di Iron Gate abbiano davvero letto il mercato, se abbiano voluto semplicemente mettere tutto ciò che preferivano nel loro videogioco dei sogni, o magari abbiano avuto solo il proverbiale culo. La realtà è che, oltre ad un prezzo contenuto che sicuramente fa la sua soprattutto visti i tempi, Valheim ha degli assi nella manica da non sottovalutare.

In primis il ritmo di gioco. Sebbene butta davanti al giocatore nelle prime ore la necessità di raccogliere legna, pietra, ed una miriade di altri materiali che diventano subito tutti uguali, l’incedere dell’avventura e dell’esplorazione non è quella di un survival classico. È molto più vicino ad un soulslike, o The Legend of Zelda: Breath of the Wild.

Dal titolo di From Software eredita il silenzio totale, l’assoluta mancanza di indicazioni a schermo, e la necessità di leggere letteralmente il mondo di gioco intorno a noi. C’è un corvo che, di tanto in tanto, apparirà al giocatore non appena compirà un’azione inedita per spiegare brevemente cosa significa. Ma dopo aver scoperto come funzionano gli avvelenamenti, i cambi di status, come si costruiscono gli oggetti e le basi dell’esplorazione, non appare più ed il resto bisogna scoprirlo da soli.

Ci sono rune, in giro per la mappa, che raccontano il mondo di gioco ma offrono anche consigli reali di gameplay. Sarà il giocatore a dover scoprire quanto frasi come “i nani grigi temono la luce” possa essere una descrizione di flavour, o letteralmente una indicazione per cui accedere delle torce e creare fuoco possa allontanare gli schifosi abitanti delle foreste notturne.

E infine la mortalità, perché in Valheim si muore tantissimo. A differenza dei soulslike, però, i progressi acquisiti non si perdono con una seconda morte ma rimangono all’interno di una tomba che si può raccogliere quando si vuole. Soprattutto al contrario dei survival soliti non si muore di fame o di sete, e se venite colpiti da un troll che sfascia la vostra casetta su cui avete perso due ore nella costruzione (una storia che potrebbe essere ispirata ad esperienze reali), i materiali usati per ricostruirla verranno restituiti. Ovviamente bisogna stare attenti al peso trasportato, ma il cibo serve ad esempio a recuperare stamina ed energia vitale, proprio come un action gdr.

A questo proposito, Valheim eredita dal capolavoro Nintendo quel senso di scoperta di un mondo che non ha (quasi) letteralmente confini. Siamo lontanissimi dalla magnificenza ludica del titolo per Nintendo Switch, manca quel livello di interazione ambientale e uso dinamico della fisica, ma anche in questo simulatore di vichingo all’avventura c’è quella voglia di esplorare data da una totale libertà. Scoprire che, ad esempio, i cervi vi avvertiranno più facilmente se siete sottovento è una chicca che si scopre piacevolmente senza che nessuno la insegni.

Valheim funziona, anche e soprattutto in single player. Ovviamente si possono creare server con degli amici per andare all’avventura insieme e costruire i propri villaggi di fortuna. Ma a quel punto si perde la magia e, stavolta, il titolo rischia di diventare davvero l’ennesimo survival in cui si fanno le build, si costruiscono i castelli partendo dalle mappe scaricate da Internet e tutta quella roba lì.

No, Valheim ha tante qualità che lo rendono un’avventura con elementi survival, e proprio per questo va giocato in solitaria per carpire quanto c’è di buono. Un’avventura che peraltro è molto lunga, perché la ricerca dei cinque boss che servono per provare la propria abilità agli dei e raggiungere finalmente il Valhalla può portare via veramente molto tempo.

Chissà se tra due settimane ci saremmo già scordati di Valheim perché arriverà l’ennesimo videogioco del momento.