Iniziare e seguire fino in fondo un open world di quelli giganti, pieni zeppi di puntini luminosi sulla mappa, colmi di attività secondarie ed accessorie che vanno ad arricchire (o a diluire) l’esperienza di gioco non è mai un’impresa troppo semplice: distrarsi è molto facile e una distrazione tira l’altra finendo sempre, inconsciamente, a perdere un numero considerevole di ore a rincorrere le farfalle.

Assassin’s Creed Valhalla rispetta pienamente questo tipo di canone offrendo al giocatore una discreta quantità di attività da svolgere fra una missione principale e un’altra che vanno dalla più classica torre su cui arrampicarsi per avviare una sincronizzazione a gare di bevute di birra con altri rozzi vichinghi festaioli, passando per qualche tatticissima partita a Orlog.

Proprio quest’ultima attività rappresenta uno dei punti più alti delle attività presenti all’interno dell’ultima fatica di Ubisoft ed è, senza alcuna ombra di dubbio, la cosa migliore che potete fare nel gioco per tutta una serie di ragioni che oggi proveremo a raccontarvi.

Valhalla, come il nome e l’immagine di copertina suggeriscono, è ambientato durante il periodo dell’espansione vichinga in Inghilterra: proprio durante questi viaggi esplorativi compiuti dai popoli nordici inizia la storia di Eivor partendo dai fiordi norvegesi fino alle soleggiate brughiere sassoni.

La tradizione norrena

Il titolo, chiaramente, è fortemente improntato sulla mitologia norrena e prova a farla sua fra ricostruzioni storicamente (quasi) attendibili e libertà utili per la costruzione di un mondo videoludicamente accettabile: il compito non è difficile, le leggende di quei popoli si prestano ad innumerevoli meccaniche, interpretazioni e spunti narrativi.

Ubisoft riesce, comunque, a miscelare piuttosto efficacemente questo tipo di elementi dando vita ad un mondo estremamente affascinante e ricco soprattutto per tutti coloro che amano follemente quel tipo di cultura e quel tipo di popolo. Un esempio fra tanti è la suddivisione delle varie sotto-trame in saghe o in canzoni, il nome con il quale ci si riferisce a tutte le leggende vichinghe tramandate nel corso dei secoli.

Un altro esempio è il gioco dell’Orlog, un tipo di attività inventata di sana pianta dagli sviluppatori ma che contribuisce ad arricchire il bagaglio culturale di Assassin’s Creed Valhalla. Si tratta di un gioco basato sulla fortuna ma ricco anche di una certa dose di strategia in cui si usano dei dadi, sei, per attaccare o per difendersi dall’avversario.

Prima di addentrarci nelle regole del gioco e nelle motivazioni ludiche che lo rendono l’attività più piacevole del gioco, soffermiamoci un momento sul suo nome, sulla sua costruzione e sulla mitologia su cui Ubisoft ne ha costruito le meccaniche perché a discapito delle apparenze questo minigioco racchiude una parte importantissima della mitologia norrena.

Orlog e Wyrd

Ho fatto qualche ricerca in giro per farmi un’idea dell’ispirazione dietro al gioco dell’Orlog scoprendo che questo per il popolo norreno non era un gioco, bensì un concetto fondamentale per la comprensione della vita e della morte. Il nome è oggigiorno accostato al ben più famoso concetto di Wyrd che nella tradizione nordica è accostato alla Norna (una delle “Parche” vichinghe per capirci) che governa il passato.

Wyrd è traducibile come “destino” e rappresenta quello che per i norreni era il fato e la predestinazione. Orlog è un concetto molto simile e per questo quasi sempre sovrapposto a quello del Wyrd anche se la sottile differenza che intercorre fra i due è piuttosto interessante.

La parola, a livello etimologico, è accostabile a quella di “Urðr” (origine), ovvero qualcosa di primordiale all’origine di tutto, spesso accostato, appunto, all’ineluttabilità del fato. Ma è proprio in questo concetto di “ineluttabile” che l’Orlog si differenzia dal Wyrd.

Verðandi, la Norna di cui parlavamo poco sopra, è infatti sì accostata al fato ma il tipi di tempo che governa si concretizza in eventi la cui predestinazione non è nota. In soldoni, il Wyrd presenta la sfumatura della scelta e del libero arbitrio che consente, mediante un intervento divino o umani (generalmente da Jarl o di rango affine), di cambiare quel destino a cui si è predestinati.

E cosa c’entra tutto questo con Ubisoft e Assassin’s Creed Valhalla? Il gioco dell’Orlog non è altro che la summa dei due concetti che abbiamo analizzato (per sommi capi, per approfondire esistono innumerevoli testi da leggere) che si concretizza in un minigioco in cui si lanciano i dadi (il destino a cui non si può sfuggire, e quindi Orlog) ma si compiono anche oculate scelte strategiche che possono sfruttare il risultato di quei dadi per plasmare la propria partita (il concetto di scelta nella sfumatura del Wyrd).

Dalle leggende al gioco

La cosa assai interessante è come gli sviluppatori abbiano optato per la scelta della parola meno comune per il nome del gioco costruendo però delle meccaniche che ricordano molto da vicino la sovrapposizione dei due concetti estremamente importante per la tradizione nordica. Curioso come un semplicissimo minigioco dal nome piuttosto buffo possa aprire le porte su un mondo tanto grande e maestoso, vero?

Ma ancora più curioso è scoprire come gli sviluppatori non abbiano lasciato nulla al caso andando a creare delle meccaniche peculiari per l’Orlog che vanno a scavare ancora più a fondo all’interno della mitologia e della cultura vichinga. Per capire al meglio questo punto è bene spendere qualche parola sul gameplay del gioco.

Ogni giocatore ha 15 punti vita (rappresentati da 15 sassolini) e sei dadi sulle cui facce sono rappresentate delle frecce (attacco a distanza), asce (attacco ravvicinato), scudi (difesa contro le frecce), elmi (difesa contro le asce) e delle mani per poter rubare il Fato avversario. Questo è una sorta di “mana” guadagnabile attraverso il furto dall’avversario o tramite le facce dei dadi che presentano un contorno dorato.

I turni di gioco contano di tre fasi: il lancio dei dadi, la scelta dei dadi e la risoluzione. Durante il lancio i giocatori tirano i propri dadi, poi ne selezionano alcuni che vogliono utilizzare e passano al giocatore successivo. Questo fino a quando non si avranno scelto sei facce o non si sono effettuati tre lanci a testa (alternati).

A questo punto arriva la risoluzione, da sinistra verso destra, in cui ogni ascia non parata da un elmo e ogni freccia non parata da uno scudo fa un danno all’avversario che perde un punto vita per ogni attacco andato a segno. In questo momento è possibile spendere il proprio Fato per attivare un potere divino (ne possiamo selezionare tre da una ricca pool a inizio partita) che può sbilanciare le sorti del turno (si va dall’annullamento di una difesa, al lancio di danni diretti alla vita avversaria).

Un mix inaspettato

Ogni potere ha un grado di priorità che indica il momento in cui si attiva nella partita (alcuni si attivano durante il combattimento, altri a risoluzione completata). Il primo giocatore che azzera la vita dell’avversario vince la partita. Inutile dire che la complessità strategica del gioco è piuttosto evidente e che le scelte non sono mai troppo banale o determinate dalla semplice alea che permea il lancio di un dado.

Torna il concetto, quindi, di fato ineluttabile (il tiro dei dadi non è prevedibile e al terzo lancio devi accettare quello che il destino ha in serbo per te) ma anche, e sopratutto, quello di poter scegliere, saggiamente, il proprio percorso sia tramite un intervento umano (la scelta delle facce da tenere e quelle da rilanciare) sia tramite un intervento divino (i poteri attivabili dai punti fato).

Un minigioco che racchiude al suo interno, quindi, non solo una meccanica unica incredibilmente divertente, profonda, ed interessante (chissà che Ubisoft non decida di proporre una versione fisica con qualche accorgimento extra) ma anche uno strato culturale decisamente inimmaginabile e che conferisce ulteriore struttura e ricchezza all’esperienza di gioco.

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Certo, Assassin’s Creed Valhalla non ci spiega niente di questo tipo di tradizione e non sembra offrire nemmeno nessuno spunto sulla nascita e diffusione del gioco dell’Orlog quindi è compito del videogiocatore informarsi, ma il bello è anche questo, no? E poi servono davvero altre ragioni per innamorarsi di questo tipo di attività? Andiamo… Mollate le razzie e spendete le vostre ore lanciando dadi. Ne vale la pena.