I tamarin, o tamarini in italiano, sono la specie più conosciuta di una particolare famiglia di scimmie , le Saguinus. Si tratta di scimmie piccine con il pelo folto che spesso si concretizza in barba e baffi molto buffi dal colore cangiante che differisce molto da un esemplare ad un altro. Tamarin è anche il nome di un videogioco con protagonista proprio una scimmietta appartenente a questa specie e, a differenza delle capigliature e del pelo molto folto dei piccoli mammiferi, non è interessante ed è tranquillamente dimenticabile nonostante tutte le buone intenzioni di proporre un prodotto “particolare” figlio di una Rare che oramai non esiste più.

Perché? Perché una buona parte del team di sviluppo dietro Tamarin è formato proprio da ex-dipendenti della software house. Chameleon Games però non si limita ad essere formata dalla vecchia scuola Rare ma promuove anche il titolo come un platform in 3 dimensioni frutto dell’eredità di Banjo-Kazooie, con una direzione estetica tutta particolare che prova a ricreare un interessante contrasto fra realistico e cartoon, indirizzato, chiaramente, a tutti i nostalgici di quel tipo di gioco. Insomma, Tamarin viene pubblicizzato volutamente come un titolo foglio di quegli anni con il nobile intento di raccogliere quella preziosissima eredità e trasformarla in un videogioco moderno.

Quello che il primo trailer del gioco si era dimenticato di mostrare era anche una componente di shooting che trasforma, di fatto, il titolo in un curioso ibrido fra un platform in tre dimensioni e uno sparatutto in terza persona. E se quel trailer si era dimenticato di mostrare questo aspetto della natura peculiare di Tamarin un motivo c’è di certo, e, purtroppo, è legato ad uno dei tanti, troppi, difetti di cui la produzione soffre. Parliamo di difetti da cui è impossibile prescindere che rendono l’intera esperienza povera, rozza, senza alcuna idea valida alla base e forte semplicemente di una spinta nostalgica che, se proprio vogliamo dirla tutta, si è esaurita da tempo con altri prodotti realmente validi che sono riusciti laddove Tamarin ha solo finto di provare.

Il gioco

Il titolo si apre con una cutscene dalla qualità discutibile, muta, in cui un villaggio di tamarini viene attaccato da un esercito di insetti armati che stanno distruggendo il bosco con le loro macchine e l’inquinamento che ne deriva. Mentre tutti i nostri compagni scappano di qua e di la noi ci prendiamo la responsabilità di salvare tutti liberando il mondo dalla piaga di formiche, cavallette e scarafaggi enormi. Il gioco ci mette subito di fronte alla sua natura di open world “chiuso”, in cui è necessario avanzare nelle aree per raccogliere un certo numero di collezionabili (uccelli, lucciole e bacini, intesi proprio come le ossa) con cui aprire le varie aree del mondo per proseguire tranquillamente nell’avventura.

Nonostante l’impatto estetico sia decisamente deludente, non lo è il movimento della piccola scimmietta: una buona fluidità, un’ottima risposta ai controlli e un sistema di salto piuttosto convincente. Insomma, pad alla mano l’esperienza legata al platforming è decisamente ottima e ben al di sopra delle aspettative che la cutscene iniziale ci aveva regalato. Ma salta di qua e salta di là arriviamo a confrontarci con la pistola, che otteniamo quasi subito nell’avventura da un simpatico riccio, e allo shooting con la conseguente conoscenza dei nemici del mondo di gioco: gli insetti.

Tamarin qui riesce, in pochissimo tempo, a dimostrarsi non solo un pessimo gioco ma anche una presa in giro bella e buona nei confronti di chi, abbagliato dalle belle parole degli sviluppatori in fase promozionale del gioco, lo ha acquistato pensando di trovarsi in mando un nuovo erede di un tipo di gioco di cui oggi restano solo pochi esemplari. Lo shooting è impreciso, i nemici imbarazzanti nella animazioni ma sopratutto l’intera architettura è… vecchia. E se già storcevamo il naso di fronte ad un contrasto estetico poco riuscito qui cerchiamo proprio di coprirci gli occhi di fronte a nemici lampeggianti (in verde) quando entrano nel mirino e ad esplosioni dalla resa simile a quella dei giochi PlayStation 1.

A questo si aggiungono poteri e abilità dalla dubbia qualità, come il saltare in lungo da punti ben precisi e scriptati in cui appare un’enorme freccia verde (fuori luogo con il resto dell’ambientazione) che ci richiederà di premere un bottone per vedere il piccolo tamarino saltare dal punto A al luogo indicato dalla freccia. Insomma la qualità della produzione è ben al di sotto della media e le idee alla base dell’esperienza spazio dal “non valido” al “realizzato male” tradendo quindi una scarsa cura nello sviluppo di qualsivoglia dettaglio all’interno del mondo di gioco.

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Se possiamo salvare i controlli e la pucciosità del protagonista (che comunque sprofonda nell’anonimato assieme a tutti gli altri personaggi di contorno) non riusciamo a salvare niente di tutto il resto del gioco, dallo shooting raffazzonato all’estetica di cui non è ben chiara la direzione artistica che si perde in un gioco di contrasti fatto decisamente male. Tamarin non funziona, purtroppo, nemmeno per tutti quei nostalgici a cui cerca di puntare che si ritroveranno fra le mani un videogioco inconcludente e, usando un bruttissimo termine, inutile.