Altro anno e altro NBA 2K, ma questo è un anno molto particolare in generale, figurarsi per un titolo multipiattaforma e cross-gen sviluppato in una pandemia; figurarsi ancor di più quando l’NBA stessa si è chiusa in una “bolla” per riuscire a ultimare la stagione, facendo slittare la successiva di mesi. 

NBA 2K21 arriva dunque in un clima un po’ particolare ma è comunque molto atteso dalla propria player base ormai fedele, nonostante il clima di amore e odio che sussiste tra software house e community. 

Su quali novità punta, dunque, Visual Concepts per attirare i fan quest’anno? Beh... nessuna. 

Già da trailer, annunci e sito web il gioco non promette nulla di nuovo, ma mette l’accento su feature già storiche, con una modalità storia recitata da attori di serie TV note e la soundtrack curata da niente di meno dell’uomo-copertina Damian Lillard, non nuovo a questa collaborazione anche in virtù della sua carriera secondaria da rapper con lo pseudonimo di Dame D.O.L.L.A.

C’è da ammettere che, oltre a trascinare in campo i Portland Trail Blazers, il buon Dame ci sa fare anche con i beat e le canzoni scelte risultano di grande varietà, versatilità e qualità. 

Ma appoggiamo ora le cuffie e mettiamo piede in campo, per respirare il ritmo e le movenze del basket NBA pad alla mano. Su questo aspetto la serie parte da basi molto più che solide, che lo affermano da anni tra le migliori simulazioni sportive esistenti. 

Il gameplay infatti è da sempre l’arma vincente del titolo, tuttavia in questa edizione già dal primo approccio il feeling è... strano. Sembra tutto più meccanico e appesantito, pare davvero difficile padroneggiare molti aspetti del gioco, dal palleggio al tiro.

E qui vale la pena soffermarsi, perché Visual Concepts ha deciso di rivoluzionare il sistema di tiro, passando dal classico shot meter basato sul tempismo al tiro "mirato" con lo stick destro. Non conta più centrare il momento giusto ma solo l’orientamento corretto dello stick, per dare più peso all’abilità degli utenti, anziché al rating degli atleti controllati. 

Il gioco però si è presentato all’uscita con problemi di bilanciamento, per cui era quasi impossibile segnare anche per i giocatori veterani della serie, tant’è che se n'è lamentato anche lo stesso Damian Lillard! 

Questa meccanica da sola può spostare completamente il gameplay su binari sbagliati ma per fortuna è presto arrivata una patch correttiva. Tuttavia, va detto che il bilanciamento è ancora precario e ciascuna modalità di gioco ha un feeling molto diverso.

Prendere la mira con lo stick non è di per sé impossibile, ma Visual Concepts deve ancora trovare la tolleranza giusta per un aspetto così cruciale.

Questo è un elemento ulteriore rispetto del sistema di controllo della palla che di anno in anno veniva già complicato, orientando il titolo ai giocatori più assidui e risultando praticamente proibitivo per tutti gli altri. 

Bisogna sperare che il giusto equilibrio venga trovato perché solo con esso si può davvero sfruttare l’enorme profondità del gameplay. Con le migliorie ereditate dagli anni scorsi, infatti, i giocatori si muovono ciascuno in modo davvero unico e gli stili di gioco più particolari sono rappresentati sempre sorprendentemente bene, e non è banale se si pensa a quanto siano singolari gli interpreti più importanti di oggi. Basti pensare ad esempio a Doncic, Antetokounmpo o Harden. 

Oltre ai controlli complessi, va notato che anche l’IA ha grosse lacune e durante le partite si notano giocatori scambiarsi di ruolo senza motivo, diversi falli lontani dalla palla che non sono in controllo del giocatore, violazioni non forzate dalle difese e così via. 

Purtroppo la grande sacralità del gameplay di NBA 2K quest’anno vacilla perché, sebbene il potenziale sia cristallino e lì da vedere, il risultato non è armonioso.

Spostandosi ai contenuti, anche se la mole per i neofiti è incredibile, le novità che toccano le diverse modalità di gioco, come anticipato, non sono molte e soprattutto non incidono. C’è qualche ritocco, sì, come l’ampliamento del MyPark o come il nuovo sistema di MyGM, dove però task e skill non offrono nuove possibilità ma solo un ritmo più interrotto. Sono tutte novità che comunque non danno sostanza e difficilmente andranno a rendere nuova o più interessante l’esperienza degli utenti.

Nella modalità carriera invece il coinvolgimento di un ottimo cast di attori si vede e i dialoghi sono piuttosto immersivi. Quello che manca però è una trama interessante, e il cliché del giovane figlio d’arte che cerca di farsi una storia propria non aiuta.

Il cammino verso l’NBA dunque è lineare e purtroppo senza le sorprese che avevano arricchito MyCareer in altre edizioni. 

Anche le modalità online sono rimaste dove le abbiamo lasciate nella scorsa edizione e richiedono farming come se il gioco fosse un lavoro a tempo pieno. C’è di buono che in questo grinding eterno il cammino è disseminato con qualche contentino in più. 

La nota più dolente su questa modalità però si conferma anche la latenza disastrosa che negli anni ha costretto l’utenza italiana a focalizzarsi sulle modalità offline. 

Purtroppo, il bilancio di NBA 2K21 per current-gen è alquanto deludente e le poche differenze col precedente non bastano per giustificare un prezzo pieno, se non per i giocatori più assidui che vorranno adeguarsi al nuovo sistema di tiro pur di godere dei nuovi roster ufficiali aggiornati. 

Lascia qualche spiraglio sul futuro il sito del gioco, riportando che solo i dati di MyTeam potranno essere recuperati nella versione next-gen e questo farebbe pensare all’eventualità di cambiamenti consistenti sul resto dell’offerta in arrivo nella prossima versione del titolo, anche se non c’è nulla di certo.

Disponibile per PC, PS4, Nintendo Switch, Google Stadia, Xbox One (versione testata)