Cercare di dare un senso alla morte e a tutto quello che ne deriva è un’attività che ha tenuti impegnati innumerevoli pensatori che ancora oggi si interrogano circa il fine ultimo dell’esistenza umana, fra mille paure e altrettanto incertezze. Il mondo videoludico, che in più di un’occasione si è dimostrato un degno strumento per l’esplorazione di tematiche molto importanti e complesse, chiaramente non è stato da meno affrontando spesso e volentieri la fredda e spietata severità della morte. Ovviamente non stiamo parlando della morte videoludica intesa come il più classico dei “game over” quanto ad un concetto più filosofico e delicato, un concetto che The Last Campfire sembra esplorare in modo notevole e con una delicatezza che non ci saremmo aspettati di trovare all’interno di un videogioco del genere.

Ecco, chiaramente The Last Campfire si era dimostrato fin dal primo trailer un titolo in grado di emozionare vista la colonna sonora ispirata e la sua atmosfera che tradivano già una certa profondità sia nei temi trattati che nella scrittura. Ma, come ogni altro titolo “minore” di questo calibro che si pone come obbiettivo lo scavare nelle emozioni del giocatore, non sembrava offrire molto di più: un semplice viaggio all’interno di una storia dagli occhi patinati e lucidi. Quello che ci siamo ritrovati in mano invece, e con una grande sorpresa, è un impianto ludico ben pensato e congegnato: non un semplice “viaggio” insomma, quanto un videogioco fatto e finito con una buona dose di interazione e puzzle ben studiati.

Sì, il nuovo titolo firmato Hello Games (No Man’s Sky) è un puzzle game dalla durata piuttosto contenuta (5 ore circa per i titoli di coda, 13 circa per ricercare il 100%) in cui siamo chiamati ad affrontare un viaggio, l’ultimo, di un Ember. Mentre il titolo non ci offre nessun indizio in merito alla peculiare natura del piccolo protagonista e di tutti gli altri Ember che ci ruotano attorno, non si fa pregare nel dispensare informazioni in merito al Limbo in cui ci troviamo e allo scopo del viaggio che abbiamo intrapreso che appare ben più profondo ed interessante di quanto voglia far credere durante le primissime fasi di gioco, specialmente se il giocatore ha la pazienza di cercare tutti i frammenti di Diario sparsi nell’ambientazione.

L'ultimo viaggio

Quello che il nostro Ember sta affrontando non è altro che quell’ultimo segmento della vita di ognuno di noi, quello fatto di paure, incertezze e speranze. Ed è proprio la speranza il perno narrativo attorno al quale si costruisce tutta la vicenda narrata, quella spinta a pensare che oltre la morte possa esserci qualcosa di più e che tutto quello che abbiamo fatto in vita non sia stato, in qualche modo, inutile. Il leitmotiv che tiene in piedi l’intera produzione ruota attorno a quel senso di incompiutezza di fronte “all’ultimo vecchio ponte” oltre il quale non possiamo portare con noi amici, familiari e parenti più stretti: abbiamo davvero fatto tutto per loro? Siamo pronti a lasciarceli alle spalle e varcare questa soglia sconosciuta?

È sulla risposta a queste domande che The Last Campfire costruisce i suoi puzzle e il suo mondo di gioco, così ricco di dettagli e di sfaccettature. Il giovane Ember ha un compito fondamentale, quello di infondere nuovamente speranza agli abitanti di quel Limbo in modo tale che possano decidersi, finalmente, ad abbandonare le loro spoglie mortali attraversando quel fiume che posticipano da tanto, troppo, tempo. Ogni puzzle, nonostante l’eccessiva semplicità nella costruzione, racconta una storia e lo fa attraverso i suoni, la musica e qualche riga di dialogo con l’anima in pena che stiamo cercando di aiutare. Non solo, la storia ci viene narrata anche e soprattutto attraverso le nostre azioni di gioco, all’interno dei vari enigmi, disegnati appositamente per essere parte integrante della struttura narrativa.

Un percorso molto equilibrato...

Nonostante nessuno degli enigmi presenti un livello di difficoltà eccessivamente elevato l’esperienza di gioco riesce ad essere piuttosto piacevole, con qualche picco su un paio di trovare davvero notevoli che vi lasceremo il piacere di scoprire e godere. The Last Campfire, in effetti, non vuole essere un gioco “difficile” o frustrante proprio in virtù del messaggio che cerca di veicolare: non ci si deve sentire bloccati dal gioco e non si cerca di ottenere nemmeno quella classica di sensazione di soddisfazione tipica del superamento di un ostacolo. No, quello che gli sviluppatori avevano in mente di confezione era semplicemente una storia, interattiva, in grado di poter essere definita “videogioco” grazie all’inserimento di questo o di quell’elemento peculiare del medium.

A fare da sfondo all’avventura gli sviluppatori si sono affidati ad una direzione artistica decisamente peculiare con il suo stile cartoon molto scarno e poco dettagliato, anche se estremamente colorato e dai toni vagamente vivaci e felici. A questi sono alternati, sapientemente, dei toni più freddi e cupi che sottolineano il nostro avvicinarci, sempre più, verso quella meta da cui in tanti hanno cercato di fuggire. Ed è proprio questo stile grafico, sapientemente miscelato con quanto detto fino ad ora, a definire la bellezza di The Last Campfire che, al netto dei difetti di cui parleremo a breve, si pone come una grandissima avventura di rara sensibilità e dolcezza.

... fra alti e bassi

Purtroppo, nonostante tutta la bontà della produzione, non si riesce a prescindere da qualche difetto, sopratutto nella versione Nintendo Switch (quella da noi testata) che mina, fin troppo, l’esperienza di gioco. A cominciare dalle compenetrazioni troppo frequenti che obbligano ad un riavvio forzato dell’ultimo salvataggio, finendo a qualche crash durante il cambio di area che ci ha regalato in più di un’occasione ad una sudata fredda visto il simbolo dell’auto-salvataggio lampeggiante nell’angolo in basso a sinistra sullo schermo. A questo si aggiungono dei rallentamenti più o meno costanti in situazioni nelle quale non sembrerebbe essere necessario nessun caricamento particolare: acqua che si alza e si abbassa o la semplice erba che danza al vento.

L’ammiraglia di Nintendo sottolinea il suo disappunto nei confronti di questa versione con le ventole che non tarderanno ad avviarsi e ruggire forte tutto il calore che The Last Campfire, in modo del tutto eccezionale, riesce a generare semplicemente navigando nei menù del gioco. Decisamente inspiegabile come un porting di questo livello riesca, dall’altra parte, a sfruttare pienamente tutte le funzionalità della console offrendo un supporto completo al touch-screen una funzionalità più unica che rara che fatica a trovare casa persino nei titoli first-party della casa di Kyoto. Possiamo, dunque, muoverci attraverso il tocco dello schermo ed affrontare i vari enigmi del gioco semplicemente passando le dita sullo schermo.

A questo si contrappone, stranamente, l’assenza di supporto al motion control che avrebbe senz’altro avuto modo di dire la sua se sfruttato per una meccanica molto particolare che avremo modo di sbloccare più o meno a metà della nostra avventura. Stiamo comunque parlando di quisquilie, nonnulla che non minano, chiaramente, l’esperienza generale di gioco che saprà farsi completare senza troppa fatica. Non siamo di fronte ad un capolavoro imprescindibile, chiaramente, anche se The Last Campfire sa dire la sua lasciando il segno, a modo suo, nel giocatore che dovrà asciugarsi gli occhi sulle note finali di un viaggio che, prima o dopo nella vita, saremo tutti chiamati a compiere.