Un giorno un amico mi fece una domanda piuttosto interessante. “Perché devi finire i giochi che devi recensire? Non ti basta arrivare magari a metà per sapere già cosa devi dire?”. Oggi so che posso rispondergli in modo più dettagliato, e con un esempio pratico, inviandogli questa recensione di Röki, un titolo che fino alla prima metà del gioco si sarebbe meritato un bel 9 abbondante ma che ha avuto modo di perdere terreno nelle cartucce finali mostrando il fianco a difetti fin troppo grossi ed evidenti che sono arrivati a precludere la qualità generale della produzione, dalla scrittura, che appare più debole che mai, fino al gameplay che inizia a sentire il peso di uno studio che, nonostante l’esperienza di alcuni dei suoi membri, si trova al suo primissimo lavoro pubblicato.

Come biglietto da visita Röki è anche un ottima prima impressione, notevole sia per la direzione artistica che per alcune squisite idee di gameplay, ma purtroppo non riesce a lasciare il segno quanto e come vorrebbe, rimanendo, quindi, fermo in quel limbo all’interno del quale finiscono tutte le produzioni minori di questo tipo: non verrà di certo dimenticato da chi lo ha giocato ma non verrà nemmeno ricordato ripensando ai migliori giochi giocati durante l’anno. Non che ogni titolo buono debba essere ricordato in questo modo, è chiaro. Röki, infatti, riesce comunque a mantenere un buon livello e di certo non ci si sente tristi nel giocare e completare l’avventura che al netto di tutto risulta estremamente gradevole nella composizione.

L'epopea di Tove

Il gioco si presenta come un’avventura grafica “quasi” punta e clicca, nel senso che non puntiamo e non clicchiamo ma ci muoviamo dentro vari ambienti interagendo con i vari elementi presenti sullo schermo. Röki affonda le basi della sua scrittura nella cultura scandinava, una fra le più ricche per quanto riguarda magie, mostri, personaggi e storie fantastiche, che si presta fin troppo bene alla costruzione di un mondo di gioco vario e variegato oltre che ad una scrittura piuttosto interessante, piena di misteri da scoprire e piacevolissima da leggere. In effetti appoggiarsi a questo tipo di folklore è sempre una strada abbastanza semplice da percorrere, e Röki non fa altro che riproporre, anche in modo abbastanza fedele, numerosi elementi, fra personaggi, usanze e luoghi, tipici scandinavi.

Ecco dunque che Tove, la giovanissima protagonista alla ricerca del fratello rapito, si ritrova, con suo enorme stupore, a vagare all’interno di un mondo magico, fatto di folletti, troll, alberi con gli occhi e chi più ne ha più ne metta. Tutte quelle storie che sua madre le leggeva da bambina improvvisamente si rivelano più vere che mai sottolineando come quel confine fra realtà e magia sia così sottile da arrivare a confondere entrambi i mondi. E in questi mondi ritroviamo personaggi come il Jólakötturinn, i Nisser, il Nix o il Fossegrim, alcuni riproposti con una certa fedeltà al testo originali, altri figli della personale interpretazione degli sviluppatori che hanno cercato di fondere, in qualche modo, il tipico folklore scandinavo con il loro personalissimo mondo di gioco.

Il risultato è un universo decisamente più interessante di quel che possa sembrare, ricco di magia e di mistero, la cui esplorazione è decisamente piacevole: scoprire le tradizioni legate a questo o quel mostro, ai vari guardiani che hanno plasmato il mondo e così via è probabilmente l’aspetto più piacevole, e quello più riuscito, dell’intera produzione. Röki non è solo solo tradizione però, la storia narrata prova ad affrontare temi piuttosto delicati cercando di affondare le proprie radici all’interno del lato sentimentale di ognuno di loro, ed è proprio sotto questo punto di vista che il titolo mostra il suo lato più debole con una ricerca fin troppo esagerata del pianto a tutti i costi, forzando ben più di un episodio su schermo arrivando fino ad un finale piuttosto insipido che non riesce a dare una degna conclusione all’aspetto più sentimentale della trama.

Un gioco di disequilibri

Il gameplay, come spesso accade con produzioni di questo tipo, non è altro che un mero pretesto per raccontare un mondo, pertanto ci troviamo davanti a qualche puzzle molto semplice (anche se un paio sono piuttosto memorabili) che non fa altro che scandire la nostra progressione nella ricerca del fratellino di Tove. Se non possiamo comunque lamentarci delle idee di design di qualcuno di questi puzzle ambientali, di certo possiamo trovare motivo di storcere il naso di fronte allo scherma di controlli con mouse e tastiera (che ci richiede di utilizzare le frecce invece del mouse per spostare oggetti nell’inventario o farli interagire con altri elementi degli ambienti di gioco) costringendo quindi all’utilizzo forzato, e artificioso, del controller.

Nonostante i puzzle non riescano a brillare troppo, salvo qualche esempio isolato, il gioco riesce a scorrere piuttosto agilmente durante la prima metà, dimostrandosi poi eccessivamente macchinoso e particolarmente artificiale nella seconda metà, momento in cui Röki prova a tutti i costi ad aumentare la sua longevità a discapito di tutti gli elementi che lo facevano brillare nella parte iniziale del viaggio di Tove. Nonostante l’idea alla base di questa seconda parte, che modifica radicalmente il gameplay (e per questo non ne discuteremo nel dettaglio lasciando a tutti voi il piacere di scoprirla), sia decisamente interessante, la realizzazione lascia un po’ a desiderare con il risultato di un inseguimento dei titoli di coda giusto per dare un occhio alla conclusione di una storia che si è già sparate le sue cartucce migliori.

Ecco, se proprio dobbiamo definire Röki in poche parole lo definiremmo un gioco poco equilibrato. Poco equilibrato, è vero, ma al contempo abbastanza godibile da rimanere comunque un gioco piuttosto gradevole, un’avventura che si ha piacere di giocare e che, a modo suo, qualcosa, anche se molto piccolo e trascurabile, lascia nel giocatore. Certo, non siamo di fronte al capolavoro del suo genere o ad un titolo eccezionale, ma come diciamo sempre, non serve essere dei capolavori per essere dei videogiochi che vale la pena giocare, no?