Ieri sera sono stato a cena con la mia famiglia in una di quelle reunion che non facevamo da tempo complice il mio essermi sistemato lontano (lontanissimo) da casa, lo studio fuori sede di mia sorella e la famiglia creata a parecchi kilometri di distanza di mio cugino. Insomma, da parecchio tempo non eravamo tutti insieme a mangiare, chiacchierare e vivere un po' assieme. Un'occasione piuttosto speciale nella quale, ad un certo punto, è arrivato quel classico momento dei ricordi.

Proprio uno di questi momenti è il motivo di questo scritto, non tanto importante per voi quanto per me, che avevo bisogno di mettere nero su bianco le mie passioni e il mio essere quello che oggi sono, nel bene e nel male. Vedete, ad un certo punto si è iniziato a parlare di mio nonno, un uomo al quale tanti, quasi tutti, attorno al tavolo dovevano tanto, tantissimo. Me compreso, che oggi sono quello che sono proprio, grazie, forse, a lui. Sì, perché io faccio il lavoro che faccio, scrivo e videogioco perché un giorno, tanti anni fa, c'era lui con me a dirmi e insegnarmi tantissime cose.

Fra i ricordi emersi nella serata ci sono quelli sportivi, quello in cui lui osservava estasiato e pieno di energia (che trasmetteva a chiunque gli stava accanto) i vari eventi legati a calcio, Formula 1, Moto GP etc. Ecco che mi ritornano alla mente tutti quei momenti in cui, la domenica, guardavamo le macchine o le moto, o il calcio eh, e io stavo lì a fare finta di essere tifoso di questo o di quello. Quindi eccomi a dichiararmi tifoso sfegatato del Milan e affini, pronto ad azzuffarmi con i compagnelli per una cosa di cui non sapevo minimamente niente.

Se il lato sportivo di mio nonno non ha attecchito troppo in me, certamente non posso però non pensare a quanto non abbia rappresentato una discriminante importante il suo scrivere poesie e la sua passione per la tecnologia che mi ha spinto ad essere oggi un programmatore, un videogiocatore e il tizio che oggi vi sta ammorbando sulle pagine di VideoGamer Italia. Vedete, un giorno (frequentavo ancora le elementari) tornando a casa trovai un computer, il mio primo computer: un Pentium IV con windows 98.

Su quel PC c'era un gioco installato, Tomb Raider IV, il primo videogioco vero mio della vita. Fino a quel momento osservavo solo quanto i compagni di scuola portavano sui loro Game Boy ma da quel giorno avevo finalmente per le mani qualcosa di mio. Ed ecco, uno dei ricordi che conservo di più del nonno è quella sera, quando io, lui e il mio papà giocavamo assieme, per la prima volta in vita mia, ad un videogioco. Werner spiegava cosa fare e in un momento in cui parlavamo ad alta voce non ascoltammo come proseguire a nuoto in una particolare sessione di gioco.

Ricordo vivamente il giorno dopo, in cui telefonai a papà per dirgli che avevo superato quel pezzo in cui eravamo bloccati pensando di non riuscire a proseguire mai più. E mio padre era contento della cosa, in una delle primissime volte in cui parlavamo di videogiochi assieme, grazie al nonno. Lo stesso nonno che mi portava in edicola a comprare "Giochi per il mio computer", rivista con la quale conobbi parecchi titoli appassionandomi  a questo mondo assieme alla quale compravano riviste di computer in generale con le quali imparo a smanettare con questi trabiccoli.

Nonno era quella persona che continuava comperarmi libri, riviste, fumetti e che scriveva. Scriveva e mi faceva leggere e ascoltava quello che scriveva. Scriveva e oggi sarebbe, forse, fiero di quello che faccio fra la mia professione vera e questo scribacchiare a caso. E forse sarebbe anche fiero di sentire che il videogioco a cui sono più legato è ancora quel Tomb Raider IV che avevo iniziato assieme lui, nel soggiorno di casa dei miei nonni tanti anni fa.

E oggi, durante questa cena di famiglia, torno a pensare, fra i ricordi sportivi della famiglia, ai miei ricordi videoludici assieme a lui. Quelli di cui non posso parlare a questo tavolo ma che posso condividere, senza alcun motivo vero, assieme a voi. Sapete? Sono in questo periodo e sono c'ero che rientrando a casa ri-scaricherò quel gioco che, lo posso confessare, non ho mai finito perché all'epoca ero un bamboccio arrendevole e ancora oggi non ho la benché minima idea di come superare la zona con la lava e i simboli egiziani sul pavimento.

Racconto questa storia semplicemente per conservare questo ricordo, importante, di quello che è stato lui e quello che rappresenta oggi per me. E magari lo racconto per destare in voi, che leggete, lo stesso tipo di ricordi perché, in un modo o nell'altro, siamo videogiocatori per motivi simili, che sia un nonno, un cugino, un fratello più grande o un genitore che gioca spesso dopo il lavoro. Ecco, io ho un Pad in mano proprio perché quel giorno, mio nonno, mi regalò quel computer e non fatico ad immaginare che per voi, in qualche modo possa essere stato lo stesso.

Mentre lo racconto, mentre scrivo queste due righe, guardo le facce dei miei genitori e dei miei parenti che ricordano il nonno e ripenso a quelle stesse facce anni e anni fa, alle facce che facevano nel mio periodo Tomb Raider, quando rientrando da scuola rispondevo “niente” alla domanda “che compiti hai da fare oggi”. E papà, poveretto, si fidava di quella canaglia che lentamente prendeva vita in me, che voleva solo videogiocare a discapito degli impegni importanti nella vita (la scuola per il bambino che ero).

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui chiamarono mio padre dalla scuola perché io non avevo fatto i compiti, tanto per cambiare, e di quanto il mio papà si arrabbiò quel giorno. Ma mi disse anche qualcosa di particolare, disse “non diciamo niente al nonno”, forse perché in cuor suo sapeva che probabilmente tutto poteva essere iniziato la sera in cui mi fu regalato quel PC e quel “dannatissimo” gioco al quale seguirono The Claw e Croc: The Legend of Gobbos (il mio primo platform).

...

Proprio durante queste mie elucubrazioni vedo i miei rimproverare il mio fratellino perché passa troppo tempo davanti agli schemi, senza mancare di ricordare quanto io fossi esattamente come lui alla sua età. “Di lui hai preso solo i difetti” è una frase ricorrente durante questi rimproveri, almeno durante i periodi in cui sono io a casa. “Non diciamo niente al nonno” si diceva qualche tempo fa e forse mi piacerebbe pensare che non sia “colpa” mia se mio fratello passa troppo tempo davanti a Fortnite, mi piacerebbe che “non si dicesse niente a Salva”, ma in fondo è giusto così no? I tempi sono cambiati, ma per genitori “anzianotti” come i miei i videogiochi non hanno mai smesso di avere auree tanto negative, e se ieri era il nonno con il suo regalo, oggi sono io con i miei stimoli. È giusto così infondo, e continuerò ad andarne fiero.