Quello di The Last of Us Parte II è stato un lancio che ricorderemo per un po' di tempo, ed una buona parte della memoria storica verrà occupata purtroppo dalla quantità di odio riversata sul titolo, Neil Druckmann e tutta Naughty Dog. Perché se è vero che il review bombing non è certo una pratica che abbiamo scoperto con l'ultima fatica dello studio statunitense, in questo caso ha assunto una portata e delle sfaccettature che raramente si erano viste nell'industria. E, a conti fatti, il review bombing è stato solo l'atto finale di una campagna di diffamazione, fake news e movimenti di sabotaggio mediatico partita svariati mesi fa.

Inoltre speravamo che questo tipo di sollevazioni fossero prevalentemente frutto di quel coacervo di primati poco sviluppati che vivono nelle giungle dell'alt-right statunitense ma, con un po' di sorpresa mista a ribrezzo, abbiamo dovuto assistere ad altrettanto livore da parte della community dei videogiocatori italiani.

E non è stato facile. È stata molto dura cercare un dialogo, provare a calmare i toni con l'obiettivo di arrivare alla fonte di queste reazioni. Perché all'avventarsi contro The Last of Us Parte II si è aggiunta anche una grande ondata di proteste contro la stampa, rea di essere stata comprata da Naughty Dog ed assoggettata al celebrare a tutti i costi un titolo che, stando alle opinioni dei suddetti, non meritava neanche la minima attenzione.

the last of us parte 2 odio

Politica, maturità e comprensione

Il discorso che facciamo non è chiaramente rivolto a chi ha provato il titolo, magari anche finito, e non l'ha apprezzato per i più svariati motivi. Le opinioni supportate da un'idea e magari anche da fatti concreti sono sacrosante. Il problema non è quindi di quelli a cui non è piaciuto The Last of Us Parte II, ma di chi ha deciso a priori che fosse un opera da condannare.

La matrice più importante di questi moti di dissenso è, chiaramente, quella ideologica. Neil Druckmann è reo di essere molto amico ad Anita Sarkeesian, l'attivista femminista spesso al centro di molte polemiche e diatribe importanti negli ultimi anni. Ci trasciniamo ancora il dopoguerra del Gamergate, e queste situazioni non aiutano affatto. The Last of Us Parte II è per questa fascia di pubblico un videogioco che promuove l'agenda del gender, dove i personaggi sono inutilmente esposti nella loro sfera emotiva e sessuale, e in cui viene continuamente detto che “gay è meglio”.

Tutto questo è, chiaramente, molto falso e frutto di una fantasia morbosa. Oltre a non fare in nessun momento del gioco della propaganda di qualche tipo, TLOU 2 non si prodiga neanche troppo nel concentrarsi sull'argomento della sessualità di Ellie. Ma a coloro i quali non fanno altro che scagliarsi contro Naughty Dog da mesi non interessa, perché ormai si tratta di un videogioco da condannare.

La cosa pericolosa è che, per via della grande cassa di risonanza del prodotto, la lotta per screditare The Last of Us Parte II ha fatto proseliti anche tra chi segue le ideologie dell'alt-right ma, magari, non ha mai toccato un videogioco in vita sua. Perché se il marketing ha fatto conoscere il titolo ad un pubblico vasto che comprende anche i videogiocatori più che occasionale (un'altra dimostrazione è il numero spropositato di codici review capitate in mano alla stampa generalista ed influencer), la cosa funziona anche al contrario ed ha permesso al videogioco del gender di arrivare all'attenzione dei facinorosi leoni da tastiera di tutto il mondo.

D'altronde quello dell'omofobia è un problema che trascende dalla sfera videoludica, e paradossalmente noi ce ne siamo accorti proprio grazie da un videogioco. L'accettazione di questa categoria di persone è ancora qualcosa di molto lontano nella nostra società. Contestualmente al nostro caso, una delle critiche più curiose al riguardo è: “perché dobbiamo sapere per forza l'orientamento sessuale della protagonista?”.

Una critica che, astratta dal contesto, ha anche senso. Non è obbligatorio per una storia mettere al centro la vita sentimentale ed amorosa dei protagonisti. Ci sono tante racconti che fanno di altre il loro focus principale. Però, allora, nell'assurdità della critica in questione bisognerebbe mettere in mezzo una marea di altre opere e racconti, senza per forza scomodare Romeo & Giulietta e gli altri classici. La vera domanda, quella che queste persone inconsciamente pensano, è in questo caso: “perché qualcuno deve per forza raccontarmi che Ellie è innamorata di una ragazza quando io credo che questa cosa sia innaturale e mi dà fastidio vederla?”

E questo è un problema, molto grave, che purtroppo Druckmann e soci non possono certo risolvere. Ma possono sollevarlo e metterlo all'attenzione di tutti, ed è importante. Perché adesso sappiamo che c'è una parte di community di videogiocatori che non è pronta ad assistere a racconti del genere. Sta a noi, adesso, reagire, analizzare ed esporre questi contenuti perché diventino normali un giorno.

The Last of Us: Part II

Chi odia The Last of Us Parte II forse odia i videogiochi (e un po' se stesso)

Bisogna continuare a parlare di The Last of Us Parte II per tutto il tempo che serve a nauseare questo tipo di pubblico, allontanare i facinorosi che non cercano il dialogo, e magari riuscire a fare un po' di lavoro di sensibilizzazione. Perché al momento bisogna parlare di questo videogioco importantissimo finché quella gente non avrà capito di cosa parla davvero.

Ci sono personaggi e situazioni ad esse legate, così come le organizzazioni in cui militano e le ideologie che perseguono in The Last of Us Parte II che sembrano un grido d'allarme assordante per il nostro momento storico. In ambito strettamente videoludico, poi, è uno di quei lavori da inserire nel sussidiario di tutto ciò che devono imparare a fare gli studi di sviluppo da domani in poi.

C'è chi ha detto, svelando nel contempo la loro totale incapacità professionale nel parlare di videogiochi anche per testate blasonate, che in confronto al cinema la narrativa di The Last of Us Parte II impallidisce anche di fronte ai filmetti. Al di là della faziosità e del forzato hipsterismo di un'affermazione del genere, è palese che per parlare di opere così importanti ci voglia anche una pletora di addetti ai lavori che siano preparati. Non tanto nel saper videogiocare bene, ma nell'accoglierlo, analizzarlo, e raccontarlo come si deve.

Affermare una cosa del genere sulla trama del titolo Naughty Dog significa aver perso i riferimenti di base, o semplicemente non essere aggiornati sullo stato del videogioco. Il che non è una colpa, ma di conseguenza non si dovrebbe avere la possibilità di fare critica ed analisi su un prodotto così importante. Perché è vero che ci sono narrazioni cinematografiche molto più profonde di TLOU 2 ma, guardando soprattutto allo stato attuale del cinema, molto spesso vale anche il contrario.

D'altronde ad una superficialità dell'analisi e del racconto corrisponde per forza di cose anche una ricezione superficiale da parte del pubblico. Inutile lamentarsi di un videogiocatore facinoroso se per primi non mandiamo i messaggi giusti su un videogioco così pieno di sfumature come The Last of Us Parte II.

Un po', ma per motivi diversi, questo lancio è stato molto simile a quello di Death Stranding. Un altra produzione che avrebbe avuto bisogno di molta attenzione, una certa cura, di spostare il focus dalle personalità di giornalisti ed influencer all'opera videoludica in questione. Col senno di poi ci siamo riusciti, ma le prime settimane sono state assolutamente disastrose. Chissà cosa succederà tra qualche mese, come verrà trattato The Last of Us Parte II di qui a qualche tempo.

Nel dubbio, continuiamo a parlarne.