Esistono dei periodi particolari, più o meno lunghi, nella mia vita in cui i videogiochi si rendono praticamente gli unici protagonisti della mia quotidianità andando a sovrascrivere completamente altri miei interessi e la mia routine.

In questi periodi capita che chieda qualche giorno a lavoro, che lasci accumulare un po’ di polvere sui libri che sto leggendo e che sulla lavagnetta dei turni di pulizia in casa il mio nome salti qualche casella. In questi periodi ci sono poco per chiunque, mi eclisso completamente all’interno di qualcosa che mi tiene con sé per un po’.

The Last of Us: Part II

L’ultimo di questi periodi è arrivato con The Last of Us Parte II, che “si è preso” tre giorni del mio lavoro, tre giorni di Giulia, la mia ragazza, tre giorni di casa, tre giorni di amici, tre giorni di tutto. Giorni che sarebbe potuti essere molti di più e di cui porto ancora i segni addosso, con qualche notte più agitata del solito in preda a questo o quel ricordo, questa o quella domanda. So di non essere il solo perché il mio coinquilino, ad esempio, lo ha vissuto più o meno allo stesso modo (ma in tempi più dilatati e umani).

Ed è così che oggi, a volte, mi sveglio ancora, nel cuore della notte, pensando a “ma cosa diamine può succedere se faccio questa cosa o se non la faccio”? Ma quel dialogo era davvero così come l’ho appena sognato? Questo aprirebbe un sacco di discussioni, devo controllare.

E puntualmente accendo qualche video (non sono ancora pronto a riprendere quel pad in mano) e do un occhio a questo o quel punto della storia per capire se lo avevo solo immaginato o se realmente c’era quella sfumatura di dialogo che avrebbe cambiato un po’ le mie convinzioni sul gioco. A volte c’è davvero, altre è solo suggestione.

Quella dannata mappa

Uno dei dubbi enormi che mi ha assalito dopo il termine dell’avventura è legato al poter prendere o meno la mappa di Seattle nelle fasi iniziali di gioco: come si evolvono le sequenze narrative principali così profondamente intrecciate a questo oggetto se io, in quel cassetto alle porte della città , decido di non raccogliere la mappa?

Il mio coinquilino ha deciso di tagliare la testa al toro riprendendo quel capitolo e provando, assieme a me, a capire come il gioco ci avrebbe “spinto” ad avere questa mappa nell’inventario. La risposta al mio dubbio non mi è piaciuta (lui è rimasto indifferente) e questo ha modificato un po’, e in negativo, le mie considerazioni sul gioco.

Non vi descriverò l’espediente utilizzato da Naughty Dog perché magari non volete saperlo (e vi consiglio nemmeno di non indagare troppo se vivete bene così), ma non sono rimasto molto soddisfatto dalla mia scoperta che non ha fatto altro che continuare ad alimentare i miei dubbi e le mie incertezze sul gioco, e quei sogni notturni che si risolvono quasi sempre con la visione di un gameplay sul web alla ricerca di una risposta.

Ricordo chiaramente un altro episodio della mia vita in cui accadde qualcosa di analogo, ma con un gioco decisamente meno “imponente” per l’industria. Si trattava di The Legend of Zelda: Oracle of Ages, io ero un mocciosetto delle medie e di notte sgattaiolavo fuori dal letto per giocare con il mio Game Boy sotto una lampadina per evitare che i miei potessero vedere la luce e mettermi in punizione (non la passavo mai liscia, sappiatelo).

Ricordo che con un amico eravamo alle prese con il primo labirinto in cui veniva messa in gioco la meccanica degli switch rosso/blu che alzavano o abbassavano delle mattonelle liberando o bloccando determinati passaggi.

Giocare dormendo

Ricordo anche che quel giorno con la classe si andava al circo, per chi voleva (e pagava ovviamente). E io dovevo andarci. Peccato che quella notte pensai costantemente a quel labirinto, al punto di “giocarci nel sonno” (la cartuccia la aveva il mio compagno) e svegliarmi con la soluzione.

La scrissi di fretta su un foglio (svegliando mia sorella peraltro) per ricordarmela il giorno dopo. Ora, dovete sapere che mentre io avevo quel biglietto per il circo, il mio compagno non lo aveva quindi lui, assieme ad un’altra manciata di bimbetti, sarebbe rimasto a scuola a non far niente (quindi giocare a Zelda) mentre io dovevo andare via.

Provammo la mia soluzione, funzionava. Mentii dicendo che anche io non avevo il biglietto e rimasi in classe a giocare, tutto il giorno, a Zelda scoprendo tutto quello che c’era andando avanti con il gioco su cui eravamo bloccati da settimane. Succede ancora oggi, molto spesso, che mi svegli con un’idea su come proseguire da qualche parte e che accenda le console o il pc nel cuore della notte per testare l’idea. Mi succede anche con il lavoro, ma questa è un’altra storia.

Così oggi sono qui, a scrivere questo pezzo in pausa pranzo,  mentre fisso Ellie sulla copertina di The Last of Us Parte II, ancora una volta pieno di domande e con youtube aperto, pronto a cercare una risposta durante la prima pausa lavorativa pomeridiana. Lo faccio perché a volte mi piace raccontare storie e altre volte, come in questo caso, voglio solo fissare qualche ricordo videoludico passato in cui, magari, chissà qualcuno si rispecchia. Magari qualcuno leggendola penserà "ecco, guarda! se continui a giocare così tanto diventerai come lui", magari qualcun altro, invece, ci leggerà qualcosa di positivo, chissà.

...

È solo una storia, come tante, di videogiochi e videogiocatori: videogiochi che non si accontentano di essere semplicemente “giochini con cui perdere tempo” e videogiocatori che si dimenticano che devono fare anche altro. Per fortuna, però, di titoli simili ne escono pochi anche se di quelli come me ce ne sono parecchi.