Come ogni prodotto presente in qualsiasi industria al giorno d’oggi, anche il videogioco deve essere centrato nei confronti di un target durante la campagna promozionale. Inoltre, ogni nuovo prodotto deve inserirsi in una nicchia tendenzialmente, e dai concorrenti deve apprendere cosa fare, cosa non fare, e come reagire ad eventuali mancanze e punti di forza. Ho avuto modo di seguire Valorant dal suo “concepimento” per così dire, durante alcuni incontri virtuali per la stampa avuti con il team di sviluppo di Riot Games, fino al rilascio della sua versione finale lo scorso 2 giugno.

Riflettendo su tutto quello che l’azienda statunitense ha creato intorno al suo nuovo shooter ne viene fuori una cosa molto interessante: molto più di Fortnite, è Valorant il videogioco pensato fortemente per la generazione di millennials e post-millennials. Ovvero le generazioni, secondo la classificazione comune, nate rispettivamente tra 1981-1996 e dal 1997 in poi.

Mentre il titolo di Epic Games nasce in origine come uno shooter in terza persona con alcuni elementi a là Minecraft, per poi trasformarsi nel battle royale coloratissimo, caciarone, e pieno di microtransazioni che fanno gola proprio alla suddetta generazione di videogiocatori, Valorant è stato concepito dall’inizio con l’intenzione di piacere in particolare a quel tipo di pubblico.

valorant spotify sage

Twitch, Spotify e lo streetwear, i simboli di una generazione

Partiamo dall’estetica di Valorant che, come tanti altri hero shooter prima di lui, è stata ispirata fortemente dal modo in cui Blizzard ha costruito i suoi eroi in Overwatch. Dal 2016 in poi ogni hero shooter ha avuto il suo cast di eroi multietnici, coloratissimi, fortemente caratterizzati e con un carisma tale da potersi prendere la copertina di un albo di un fumetto supereroistico senza problemi.

Apex Legends, Bleeding Edge, perfino il rocambolesco Lawbreakers nel periodo in cui è esistito, e Valorant. In quest’ultimo caso, però, va fatta una riflessione interessante. Sebbene il paragone con Overwatch sia inevitabile, gli artisti di Riot Games (che sono tra i più talentuosi dell’industria del videogioco, al momento) hanno preso una direzione molto precisa. Tutta la linea degli artwork del gioco è spigolosa, con colori molto accesi, gli stessi Agenti sono disegnati con un dettaglio allucinante, ma non sono mai definiti e precisi come potrebbe essere una illustrazione di League of Legends.

Chiaramente le ispirazioni sono le suggestioni della musica trap, ed in generale il mondo dell’elettronica. Una buona parte dei personaggi sembrano presi dai cataloghi di Nike o Balenciaga, e quelli che non vestono streetwear sembrano spalle degli Avengers, o villain di un fumetto indipendente.

jett tracer valorant overwatch

Se paragoniamo Tracer a Jett, i rispettivi personaggi copertina di Overwatch e Valorant, è molto chiara l’immagine che vogliono dare i due prodotti, nonché il pubblico di riferimento che intendono attirare. La prima è effettivamente una supereroina con tanto di superpotere in grado di tornare indietro nel tempo, la seconda è una combattente di strada vestita in modo casual.

Le musiche del gioco, inoltre, richiamano i generi che abbiamo citato poco sopra. La fanfara di vittoria è un giro di beat di musica dubstep, così come la traccia che accompagna i menù di gioco ha alcune sonorità lo-fi. A proposito di musica, tra le proposte di marketing che Riot Games ha accompagnato al lancio del gioco ci sono le playlist di Spotify di ognuno degli Agenti.

Accostando le etnie di ogni personaggio, ma anche il background culturale per così dire, ad altrettanti generi ed influenze, è possibile ascoltare le canzoni che gli eroi di Valorant preferiscono. Basta cercare “PLAY:” seguito al nome di uno degli agenti per trovare le suddette liste. La latina Reyna ascolta reggaeton e rap sudamericano, l’orientale Jett hip hop americano e coreano, il britannico Phoenix ascolta i suoi artisti compatrioti, lo svedese Breach spazia tra hard rock ed heavy metal (con alcune incursioni elettroniche molto cyberpunk), e così via.

valorant twitch

Infine prendiamo in considerazione Twitch, la piattaforma online simbolo di una generazione videoludica, intorno alla quale Riot Games ha plasmato la stragrande maggioranza della promozione in fase di closed beta. Sono diventati un tormentone, infatti, i drop delle chiavi ottenibili seguendo prima gli streamer più famosi, e poi chiunque portasse Valorant sulla piattaforma. Nessun giveaway con la stampa oppure i grandi portali d’informazione, solo ed esclusivamente Twitch.

Non serve rimarcare, oggi, come il sito di streaming sia un canale pubblicitario primario per le aziende di videogiochi, ma è la prima volta che un prodotto viene lanciato direttamente e quasi esclusivamente su Twitch. Il risultato è stato ovviamente raggiunto, perché i numeri della piattaforma sono aumentati a dismisura in quelle settimane, e per giorni e giorni Valorant è stato in cima ai videogiochi più seguiti del sito.

Sarà interessante vedere l’evoluzione dello shooter competitivo di Riot Games. Quanto effettivamente farà breccia nella generazione videoludica di cui abbiamo parlato, soprattutto considerato il livello di skill e pazienza necessari per assimilare gunplay e gameplay al meglio. Di sicuro, millenials e post-millenials (soprattutto questi ultimi) hanno riflessi migliori di chi vi scrive.