Con la pubblicazione, anche piuttosto inaspettata, di un nuovo State of Play interamente dedicato a The Last of Us Part II, Sony, e chiaramente Naughty Dog, ci hanno fornito gli ultimi elementi necessari ad una comprensione preliminare di questo nuovo mastodontico gioco prima del suo arrivo sul mercato il 19 giugno prossimo. Con questa pubblicazione però non solo ci hanno offerto queste nuove informazioni accessorie, ma hanno anche sottolineato una cosa a dir poco fondamentale: The Last of Us Part II… è un gioco.

Cosa vuol dire questa frase incredibilmente stupida? Che nell’ultimo periodo il titolo ha subito forti “violenze” da parte del pubblico, fra polemichette inutili riguardo alcune particolari scelte narrative e fra leak e spoiler così cattivi da farci quasi sperare che a certa gente succeda qualcosa di brutto. Insomma, in un modo o nell’altro questa seconda parte della storia di Ellie e Joel arriverà sugli scaffali con qualche cicatrice di troppo e più acciaccata di quello che dovrebbe, figlia di una realtà videoludica che, in certi casi, è impossibile da dipingere positivamente.

Le ultime polemichette, fra l’altro, arrivano proprio con questo nuovo video che ci mostra quella Ellie fredda, furiosa e violenta di cui abbiamo già discusso su queste pagine che a molti non è andata proprio tanto giù. Possiamo riassumere con un pacato “il gioco è troppo violento” la tempesta che nelle ultime ore ha visto di nuovo protagonista il gioco (e di cui Paolo ci ha lasciato una buona analisi), ma non è di questo che parliamo oggi, quanto del messaggio che questo State of Play ha comunicato a tutti quelli che hanno avuto il piacere di guardarlo.

The Last of Us Part II è anche un gioco si diceva qualche paragrafo sopra e Naughty Dog vuole ricordarci semplicemente questo con una grandiosa sequenza di gameplay inedita e con la spiegazione, dettagliata, di alcune delle caratteristiche di gioco. Insomma è finito il tempo della narrazione, basta parlare della storia, basta alimentare quel fuoco di leak che continua a bruciare e a mietere vittime fra gli ignari naviganti. Si parla di “come si gioca” a The Last of Us Part II, di tutto quello che possiamo fare con Ellie all’interno di mappe vastissime e ricche di elementi da scoprire e utilizzare.

L'importanza del gameplay

Con questo State of Play in effetti Naughty Dog ci ha mostrato un The Last of Us diverso da quello degli ultimi mesi, ci ha mostrato un gioco la cui componente emozionale è stata comunque sia relegata al gameplay più che agli sguardi, alla musica e ai rapporti fra i personaggi. Avremo modo di godere e piangere di tutta quella parte fra meno di mese, ma era importante, importantissimo, mostrare, prima della fatidica data, anche l’offerta ludica del gioco che prevede grandissimi cambiamenti rispetto a quel primo capitolo tanto acerbo che non era in grado di bilanciare bene le due parti.

Se con la prima parte della storia abbiamo avuto per le mani una struttura narrativa notevole dalla fortissima connotazione emozionale ma mal bilanciata con il gameplay piuttosto rozzo, carente e, è bene sottolinearlo, noioso, con questa seconda parte assistiamo ad un’evoluzione impressionante dell’architettura del gioco. Non solo una scrittura solida che, non lo dubitiamo, ci farà versare fiumi di lacrime, ma anche un gameplay di tutto rispetto che, finalmente, ci da un assaggio dell’esperienza che Naughty Dog ha maturato in questi anni.

Un combattimento all’arma bianca che non si riduce ad un mero spam del Quadrato, un sistema di esplorazione verticale molto più maturo e ricco di strumentazioni o più semplicemente un sistema di movimento più maturo, più “vero” e ricco di nuove mosse da poter sfruttare per rispondere bene alle situazioni che abbiamo davanti. Ellie può saltare, può accovacciarsi, può osservare la scia dell’odore che lascia camminando, può servirsi di una corsa per arrampicarsi o oscillare e può utilizzare mezzi di locomozione differenti per esplorare la vastità delle ambientazioni.

E tutto questo non fa parte solo della sfera “ludica” della produzione, anzi. Tutto questo si fonde perfettamente con la narrazione e con la sfera dell’emozionalità: Ellie può fare tutto questo e lo fa con una rabbia che fa tanta, tanta, paura. Così cercare di arrivare dal punto A al punto B di una mappa senza fare troppo rumore e uccidendo il meno possibile non diventa solo un tipo di approccio differente alla “missione”, non è più solo un accessorio. Diventa un bisogno, il bisogno di fermare la rabbia di questa diciannovenne in preda ad una crisi.

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Vedete, dopo questo State of Play mi rendo conto di quanto The Last of Us Part II non sia semplicemente una grande storia rinchiusa dentro ad un videogioco, come fu per la prima parte, quanto un gioco a tutti gli effetti, uno strumento importantissimo e imprescindibile per raccontare una storia che non si sarebbe potuta raccontare con altri mezzi. Non più un core narrativo attorno a cui ruota il gameplay, ma una struttura ludica solida attorno alla quale è stata cucita una storia. Una bellissima storia.