Giocare di ruolo è una costante della mia vita da circa 11 anni, una costante che nell’ultimo periodo, grazie alla nascita di nuove amicizie e la creazione di nuovi gruppi di giocatori si è tradotta in un appuntamento più costante nelle mie settimane (fra i doverosi alti e bassi generati dagli impegni quotidiani che, spesso e volentieri, intaccano la normale programmazione dei miei hobby). Capita piuttosto spesso, quindi, che videogiocando con un RPG (un JRPG in questo caso) si venga a creare, nei miei pensieri, un ponte fra quello che sto vivendo sullo schermo e quello che vivrei attorno ad un tavolo.

Mi capita di giocare in modo “insensato”, proponendo al mio “io videogiocante” scelte discutibili che che, per qualche strano motivo, possono essere in linea con la narrazione che sto vivendo. O più semplicemente capita che trovi qualche spunto interessante per le mie sessioni attorno al tavolo, siano essi legati alle mie storie o ai miei personaggi. Risulta, quindi, sempre molto interessante osservare quanto il “giocare di ruolo” funzioni all’interno del mondo videoludico e quanto, in effetti, si possono trovare insegnamenti e affini all’interno dell’uno o l’altro mondo per giocare al meglio con l’opposto.

In quest’ottica sono rimasto molto sorpreso nel giocare Trials of Mana, il remake di un grandissimo classico a 16 bit, che possiamo definire un titolo senza infamia e senza lode: un pregevole JRPG, molto semplice e semplicistico, in cui si può, però, trovare un grande “gioco di ruolo”. Vedete, le scelte narrative operate nello sviluppo di questo titolo sono piuttosto peculiari e al netto di una scrittura molto sempliciotta (anche se di grande impatto) sono nascosti (più o meno) un sacco di artefici da “giocatori di ruolo” che rendono decisamente molto più interessante il procedere dell’avventura.

Si parte scegliendo il proprio party, composto da tre persone (un personaggio principale e due secondari), da una buona gamma di personaggi ognuno con le sue particolari attitudini nel combattimento e con “specializzazioni” particolari in questa o quella caratteristica.

È piacevole, quindi, osservare come in questa fase possiamo tranquillamente essere attorno ad un tavolo, durante quella che possiamo chiamare la “sessione 0” a discutere un po’ del mondo di gioco mentre scegliamo fra archetipi prefabbricati dal master per la nostra avventura. (Chiaramente non si fa sempre così, ma capita, a seconda dei tavoli e dei giochi, di giocare con personaggi non creati dai giocatori).

L'inizio

Scelto il nostro gruppetto di eroi iniziamo subito l’avventura con quello che abbiamo designato come “personaggio principale”, quello attorno a cui ruota l’interno arco narrativo. Giocheremo il suo prologo, capiremo un po’ cosa sta succedendo nel mondo, perché il Mana è in pericolo, perché Astoria vuole invadere il Santuario per “prendere” la Spada del Mana e, perché Angela (la protagonista che ho scelto) ha iniziato questo particolare viaggio.

Ora, dovete capire che ad Angela di questa Spada non le freghi poi così tanto, lei è semplicemente scappata dal castello perché volevano utilizzarla come vittima sacrificale per un rituale utile per aprire un portale verso questo Santuario.

E se qualcuno vuole ucciderti per fare questa cosa e se questo qualcuno è la Regina nonché tua madre allora scappare terrorizzati è, in effetti, la cosa migliore. Quindi, perché Angela, alla fine dei giochi, si mette contro il Regno di Astoria, vuole prendere questa Spada prima degli altri e salvare il mondo se, in effetti, questa ragazzetta non è interessata a questa storia? E sopratutto non ha la stoffa dell’eroe?

Trials of Mana non ci fa aspettare troppo prima di ottenere le nostre risposte, che arriveranno dopo un’oretta di gameplay passata ad imparare i rudimenti del gioco.

Finiamo in un villaggio dove apprendiamo che Astoria ha iniziato una sottospecie di guerra per cui decidiamo di correre indietro, al castello, assieme ad una simpatica fatina per capire cosa diamine sta succedendo. Qui mi sono imbattuto in Charlotte, il secondo membro del mio party. Il gioco mi richiede subito se voglio giocare il suo prologo, cosa che faccio, scoprendo quindi che lei ha intrapreso questo viaggio, pur essendo una pippa, per salvare il suo maestro.

O qualcosa del genere, cercherò di non entrare troppo nel dettaglio. Si unisce a noi perché, in effetti, il suo maestro chiacchierava di questa storia del Mana e dei problemi che sarebbero arrivati da qui a breve: in soldoni non le frega assolutamente niente di Astoria, del nostro retaggio e di tutto il resto. Quella è la missione di Angela, che ha in comune comunque un obiettivo con Charlotte.

Artefici "ruolistici"

Da li a poco, dopo un arresto improvviso, facciamo la conoscenza di Duran (l’ultimo membro della comitiva), un guerriero che si imbarca nell’avventura perché è stato sconfitto da uno Stregone Cremisi (lo stesso che Angela ricorda essere consigliere della madre) e cerca vendetta.

Per diventare più forte però deve imparare a padroneggiare anche altre arti oltre a quella della spada (così gli racconta un’indovina) ed è per questo che decide di imbarcarsi con noi in questa avventura: ancora una volta interessi differenti ma, in qualche modo, un obiettivo comune.

Torniamo per un momento ad Angela, la quale scopre di essere stata ingannata dalla fatina e che ora il destino del Mana è nelle sue mani. Perché accetta, comunque, questo viaggio? Perché prendendo la Spada per prima può dimostrare a sua madre di essere molto forte, dimostrarle che non doveva essere sacrificata e che può, quindi, fare rientro alla sua vita di corte.

Niente di che in termini di scrittura, è vero, ma è importante osservare come ogni storia sia fonda perfettamente alla narrazione principale che fa solo da cornice a piccoli racconti interni (quelli dei singoli protagonisti) che si trovano, in qualche modo (ben contestualizzato però) a combattere per la stessa causa.

Ed è interessante osservare quanto Trials of Mana riesca bene in questo intento: un obiettivo che ben pochi giochi e master possono dire di centrare perfettamente. Spesso capita, ai tavoli, di ritrovarsi a combattere contro qualcosa e per il bene di qualcuno “perché sì”, perché non c’è altro da fare piuttosto che per un motivo ben specifico.

Creare situazioni per cui un dato personaggio abbia interesse a intraprendere un viaggio, specie con compagni che non conosce, non è di certo un’impresa molto semplice e, purtroppo, molto spesso succede che, semplicemente, non ci si riesce creando quindi situazioni di forte imbarazzo in cui alcuni aspetti di un personaggio non emergeranno mai. Dare vita a piccole storie che possano fare parte di un mondo in divenire per questa o quella catastrofe è, forse, il lavoro più duro per un Narratore.

Come Octopath... ma meglio

Riuscire a far confluire in un unico flusso narrativo tante piccole storie è la sua impresa più difficile e spesso fa da perno fra un buon narratore e un cattivo narratore. Trials of Mana “è un grande narratore” però e riesce a intersecare perfettamente tutte le scelte del giocatore e degli attori principali della sua vicenda riuscendo a porsi quasi come un esempio interattivo da tenere in testa ogni volta che ci si appresta a giocare di ruolo.

E pensando un po’ a quello che fa e a quanto lo fa dannatamente bene, non riesco a non ripensare ad Octopath Traveler e a quella sua incredibile ambizione che vuole intersecare 8 storie, contemporaneamente, all’interno dello stesso mondo di gioco.

Non riesco a non pensare a come abbia semplicemente fallito sotto questo aspetto, ponendosi come un grandissimo gioco con cui si riesce a ruolare pochissimo (ricordo ancora un personaggio - Therion - incredibilmente solitario, che per tutta la vita ha lavorato da solo e vuole continuare a farlo che si aggiunge al gruppo… perché sì) mentre Trials of Mana, un titolo estremamente budget, siariuscito ad essere perfetto nella sua parte “ruolistica” in opposizione a quella ludica.

...

Due facce della stessa medaglia, quella del gioco di ruolo. Due declinazioni della stessa filosofia, due scuole di pensiero egualmente corrette ed egualmente interessanti (è il bello del giocare di ruolo in fin dei conti). Eppure non riesco a non essere innamorato di Trials of Mana, innamorato di un sistema che non provavo, in termini videoludici, da un po’ sulla mia pelle. Quindi, al netto di tutto, grazie Square.

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