Qui su VideoGamer Italia non abbiamo mai parlato direttamente del Covid-19 e dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus. Abbiamo sfiorato l’idea di preparare guide su migliori videogiochi da fare in casa, i free-to-play, e in generale coprire l’evento come hanno fatto molti altri. Senza nulla togliere a chi l’ha fatto ovviamente, ma non ci è mai piaciuta l’idea. Abbiamo invece raccontato, e probabilmente continueremo a fare, le conseguenze dell’emergenza per quanto riguarda il nostro lavoro e l’industria del videogioco in generale, come nel caso del rinvio di The Last of Us Part II.

Quest’oggi vogliamo rompere questo tabù interno ed affrontare l’argomento, nominarlo e tirarlo in ballo direttamente perché, semplicemente, coinvolge un membro della redazione. Il sottoscritto, precisamente, che nella giornata di lunedì 6 aprile ha dovuto fare il famoso tampone per controllare o meno l’esistenza del maledetto virus nell’organismo.

Ve lo voglio raccontare perché sono rimasto colpito nel vedere in prima persona, per la prima volta, il mondo durante il coronavirus visto che, tra una cosa e l’altra, non uscivo di casa dal 7 marzo. Vorrei sensibilizzare un po’ o, più banalmente, condividere un racconto con voi per avere un quadro più lucido di una porzione di quelle dinamiche che ormai sono diventate la routine in questi giorni di quarantena.

Si scherza, e si è scherzato, sui parallelismi con Resident Evil (tempismo peraltro grottesco, visto la recente uscita di Resident Evil 3), o altre opere e racconti che parlano di pandemie. Però, nel procedimento che mi ha portato ad essere sottoposto al test, mi sono sentito realmente dentro The Division.

resident evil zero

Partiamo dal presupposto che, nel momento in cui scrivo, sto bene. Ho avuto febbre e tosse per un paio di settimane, a partire da tre settimane fa. Stando chiuso in casa da molto tempo non mi sono preoccupato troppo immaginando una sfreddata come si suol dire o la semplice influenza (che comunque gira in contemporanea), salvo scoprire che una persona con cui ho avuto contatti il 29 febbraio era stato messo in lista per un tampone a sua volta.

A quel punto, anche contando rapidamente le famigerate due settimane tra il suo contatto ed il mio malanno, ho cominciato a preoccuparmi un po’, più che altro perché ho contatti frequenti con i miei genitori (vivono un piano al di sotto al mio) e loro sono esattamente il profilo di quei pazienti con “patologie pregresse” che sentiamo spesso protagonisti dei tragici bollettini giornalieri.

Così ho sentito il mio medico di base e, spiegandogli la situazione, ho chiesto se non fosse il caso di provare a chiedere un tampone per non attendere troppo tempo rispetto alla risposta dell’esame della persona di cui sopra. Ovviamente la richiesta è andata a buon fine e, mentre nel frattempo il mio “contatto” è risultato negativo, io sono in attesa della mia risposta in questo momento. Se sarà positiva lo saprò probabilmente domani (scrivo in data 7 aprile), altrimenti più in avanti.

mcdrive

Come funziona il test del tampone? Nel mio caso io e la mia famiglia siamo stati selezionati per il cosiddetto esame drivethru. Cosa significa? Per fare una battuta immaginate di andare al McDrive, e, invece di ordinare un Crispy McBacon ed una bibita grande ci sia un medico, bardato dalla testa ai piedi come uno scienziato pronto a creare un’arma batteriologica, che vi infili un cotton fioc nella gola e poi nel naso. Ci si deve presentare ad una data ora e giorno in un luogo con la propria macchina, comunicando tanto di targa, e mettersi in fila per farsi esaminare.

Arrivo in macchina, girando per qualche minuto in una città deserta che pur essendo di 40mila abitanti fa comunque impressione e mi fa tornare in mente alcune strade vuote di New York e Washington DC (sempre quelle della finzione di The Division, ma neanche troppo finte al giorno d'oggi), in un parcheggio di un supermercato deserto, con una struttura coperta adibita allo scopo. Ad accogliermi c’è la Polizia, che mi ferma immediatamente intimandomi di non aprire il finestrino per nessun motivo. La stessa cosa fanno gli addetti sanitari successivamente che, dal vetro della macchina, mi chiedono di mostrare i documenti nonché la certificazione per l’analisi.

Dopodiché l’attesa, mentre in un grande sotterraneo di qualche centinaio di metri quadri c’è solo un’altra macchina, e quella che attualmente sta facendo il test. La situazione è esattamente come quella di un McDrive.

Solo che c’è tanto silenzio, nessun passante, qualcuno che normalmente si sarebbe affacciato e avrebbe fatto una foto magari. Non ci sono le macchine che passano davanti alla strada, i clacson di chi sta insultando qualcuno che gli ha tagliato la strada. Si sentono tanti rumori strani che prima erano scomparsi però, perché in fondo è sempre aprile e c’è qualche uccellino che cinguetta qua e là.

Quando tocca a me ci sono due operatori sanitari: uno lontano che registra il mio nome e prepara i tamponi, l’altro che si barda cambiandosi i guanti e si avvicina a me con i nuovi tamponi.

Il tampone, sappiate, non è piacevole.

Non è neanche una tortura, ma non è una sensazione che vale la pena di essere provata per fare una passeggiatina e non rispettare le norme di distanziamento sociale. Magari per quelli come me, che soffrono quando vanno dal dentista per via di riflessi faringei troppo sensibili e scattanti, somiglia molto ad una tortura. Poi c’è quello del naso, ed è tutta una nuova sensazione di poco benessere e rilassatezza. Diciamo che ora ho più empatia per Jill Valentine, e qualunque altro protagonista di un monster movie la cui gola finisce violata da un’appendice di qualche tipo.

corona virus covid tampone

Poi me ne vado, salutando e ringraziando gli operatori sanitari che, in preda ad una giustificatissima fretta ed un altrettanto giustificata probabile paura di un contagio, si allontanano dalla mia macchina non ricambiando il saluto.

In tutto questo, gli addetti dell’ingresso e la Polizia non hanno smesso di osservare la mia e le altre macchine in fila. Come se da un momento all’altro potessimo uscire e, che so, mordere al collo qualcuno come in un Resident Evil, per rimanere in tema. È una sensazione strana essere osservati così, comprensibile, ma niente affatto piacevole. Normalmente, in un altro controllo di routine in un momento meno pericoloso di questo, ci sarebbe anche stato spazio per una battuta, per un “mi raccomando non scappi altrimenti va in giro a spargere la malattia”, come succede con un medico che conosci da tanto tempo e con cui hai confidenza, magari.

Purtroppo, e giustamente, questo non è il tempo della comicità. Non è il tempo della guerra e del combattere tra fazioni come in The Division, ma è il tempo del silenzio, del proteggersi con misure che solitamente si vedono solo nei film, e del non fidarsi degli altri come in The Division.

E farsi infilare un cotton fioc per qualche secondo in gola e nel naso non è di certo paragonabile a chi viene intubato, o a chi perde una persona cara per qualcosa di così subdolo ed inarrestabile, me ne rendo conto. Mi faceva piacere, però, raccontare questa breve ma straniante esperienza, perché è anche dalle piccole cose che si può iniziare a prendere piena coscienza di un fenomeno storico come questo.

E nella speranza che non vi debba capitare di cominciare a pensare con un lieve disprezzo ad uno dei vostri videogiochi preferiti, come succede a me per The Division, solo perché vi ricordano più la realtà di quanto non abbiate mai potuto immaginare.

P.S.: Tra la stesura e la pubblicazione dell'articolo, l'8 aprile sono arrivati i risultati dei tamponi. Tutti negativi fortunatamente.