Ero nella mia cameretta ed era una domenica pomeriggio, o forse un sabato, non ricordo. Era sicuramente un giorno in cui papà non lavorava e io non ero a scuola, ed era estate perché faceva caldo e le finestre in casa erano spalancate. Io stavo giocando, come facevo spesso quando non avevo un libro in mano, ed ero appollaiato sulla sedia della scrivania mentre emulavo qualcosa sul PC.

Sì, capitava spesso in quel periodo che giocassi su un emulatore perché sapete, in famiglia i videogiochi non erano ben visti e non è che possedessi questa o quella console. Faticai persino per avere un PC decente (un regalo per la promozione della terza media fra l’altro) quindi spesso e volentieri giocherellavo proprio grazie agli emulatori. Per fortuna sono diventato grande.

Ecco, quel giorno papà entrò in camera. Misi in pausa non so cosa pronto a sbuffare di fronte all’ennesima richiesta di qualcosa di diverso da quello che dovevo fare e, nella mia testa, noioso. Invece papà mi guardò e mi chiese “giochiamo a qualcosa?”. Giochiamo a qualcosa, già. Non aveva mai giocato con me ai videogiochi e da quel che sapevo non aveva mai videogiocato e basta.

In realtà forse qualche altra volta aveva fatto delle partite, ma non lo sapevo e non le aveva fatte di certo con me. Per me lui era quella figura lontana da questo mondo, quella figura austera che non li capiva e non voleva capirli perché troppo legato ad un concezione vecchia, troppo vecchia e lontana dalla realtà in cui io vivevo. Ai miei occhi era il vecchio barboso che pensava solo alle cose noiose e che non voleva nemmeno provare a sbirciarlo quel mio mondo.

Quel giorno però papà è entrato in camera e mi ha chiesto di giocare insieme, ad un videogioco. Era il momento, quello era il momento giusto per convincerlo che i videogiochi non sono brutti. Avevo una sola possibilità, una sola di trasformare papà dalla figura barbosa e cattiva che appariva ai miei occhi, in un compagno di videogiochi. Un amico con cui condividere il pad e vicino a quelle figure mitologiche dei papà che si interessavano alla tecnologia e ai giochini elettronici.

E cosa posso scegliere per giocare con lui, io che non avevo nessun giochino multiplayer, nessun giochino abbastanza semplice da poterlo convincere e portare acqua al mio mulino? Scelsi Wario Ware Inc, su Game Boy Advance perché in mezzo a quei minigiochi qualcosa gli sarebbe piaciuto. E poi l’impianto generale del titolo sembrava poter essere l’ideale per poter giocare con papà. “Giocare con papà ad un videogioco”, una frase che mi sembrava ancora strana.

Non gli piacque. Ovviamente. Cavolo, avevo sbagliato il colpo e avevo perso lamia unica occasione: quando papà si è interessato per la prima volta ai videogiochi io ho sbagliato il gioco da proporgli. Che destino beffardo. Però papà era ancora li, e non capivo bene se sotto sotto il gioco gli stesse piacendo o se stava solo cercando, finalmente di provare a scoperchiarlo lo scrigno di quel mondo che mi piaceva tanto per provare a capirlo.

E in mezzo a questi pensieri, all’improvviso papà trovo il minigioco dell’aeroplano di carta, quello in cui spostando a destra e sinistra un piccolo areo bisognava fare una discesa evitando gli ostacoli. E incredibilmente gli piace e si appassiona: giochiamo per ore, un tentativo io e uno lui. Lo vedo concentrato, per la prima volta su qualcosa di diverso dal suo mondo. Lo vedo felice ed appagato quando riesce a superare ostacoli complessi e lo sento imprecare quando muore.

Lui è papà con il mio fratellino

Vedo un videogiocatore dietro a quella figura “vecchia” che fino a qualche minuto prima era papà. È strano, non me lo aspettavo. Quel giorno, quel pomeriggio, muovendo un dannato aeroplano di carta, papà si è avvicinato per la prima volta, da quando lo conoscevo, ai videogiochi. Qualcosa che avrebbe avuto delle conseguenze, lo sentivo. E avevo ragione.

Oggi papà non è ancora un videogiocatore, non lo sarà mai. Oggi però papà osserva questo mondo con occhi differenti, con uno sguardo non solo figlio di quel pomeriggio ma anche di tutti gli altri tentativi di avvicinamento che ha avuto con il medium. Tentativi richiesti da lui stesso e culminano nelle (ancora poche) volte che videogioca con il mio fratellino.

Oggi papà se parlo di videogiochi non sbuffa ma mi ascolta, o fa finta di farlo perché sa che a me fa piacere raccontargli delle mie avventure virtuali. Oggi papà mi legge su queste pagine e anche se non capisce niente di quello che scrivo è a modo suo orgoglioso, lo so perché ogni tanto quando me ne parla, anche se lo fa ancora con sufficienza, lo fa con una certa curiosità e fierezza.

...

E io sono consapevole, o almeno mi piace pensare che sia così, che papà oggi non è più quel vecchio barboso che rifiuta a priori i videogiochi anche grazie a quel pomeriggio. Quello in cui su Wario Ware Inc. emulato su un vecchissimo PC, abbiamo giocato assieme ad un videogioco per la prima volta. E non posso che sorridere ripensandoci, oggi, a quanto i videogiochi siano così curiosi e particolari. Non è vero papà?