A New York avevo lasciato un pezzo di cuore e, come ho appreso dolorosamente con il secondo capitolo, per The Division era stato lo stesso.

Dopo le centinaia, letteralmente, di ore spese sul primo episodio, The Division 2 mi aveva lasciato alquanto indifferente, arrivando nella tradizionalmente affollata finestra del mese di marzo con un'ambientazione debole e una struttura che aveva perso l'unicità del capostipite in favore di un gameplay standardizzato sui canoni open world di Ubisoft.

Per quanto questo tasto mi trovi in raro disaccordo con il mio caro Valentino Cinefra, sono le vendite e i numeri crollati della userbase del seguito rispetto al primo The Division a ribadire quelle che potrebbero essere derubricate a semplici impressioni soggettive. Dati che suscitano in me una certa tristezza, proprio per quanto avevo amato quel gioco che aveva davvero tutti i crismi della produzione next-gen ai tempi del suo approdo su PC, PS4 e Xbox One.

Con Warlords of New York, espansione dal prezzo di 29,99 euro, Massive Entertainment ha provato a restituire alla serie quella personalità che aveva contraddistinto la prima release e aveva inavvertitamente lasciato nella Grande Mela; lo ha fatto proponendo una semplificazione delle tante sovrastrutture incontrate in The Division 2 e al contempo qualche guizzo di carattere che, pur non brillando per l'originalità dello svolgimento, non era pervenuto finora.

Punto e a capo

Sulla semplificazione non posso dire di essere particolarmente soddisfatto o colpito; il rischio era ed è sperperare un po' il tesoretto ruolistico che aveva reso tanto caratteristico questo gioco rispetto ad un qualunque sparatutto tattico in terza persona.

Tant'è vero che, perlomeno nel gameplay regolare e dunque non in sfide troppo intense o ad alti livelli di difficoltà, per come viene impostata l'espansione non c'è neppure bisogno di pensare troppo ai numerini o alla qualità del proprio equipaggiamento; abbastanza un peccato se consideriamo quanto appassionante fosse il “livellamento” della fine del primo The Division.

L'obiettivo dello studio svedese di Ubisoft era avvicinare quanto più possibile i giocatori al suo service game, e questo appiattimento si è reso necessario per levare quell'aura di èlite che si era sviluppata negli ultimi tempi (pur dopo un supporto gratuito encomiabile) intorno al titolo tripla-A.

In tal senso va anche la scelta del boost al livello 30 disponibile per gli acquirenti dell'espansione, che non hanno bisogno di concludere la storia principale di The Division 2 per accedervi ed essere all'altezza – né hanno tutto questo interesse nel farlo, in tutta onestà.

Arrivano comunque buone notizie dal fronte della personalità, come anticipavo, per un gioco che ha faticato a trovarne una quando si è trovato a crescere a dismisura nel solco della tradizione a mondo aperto di Ubisoft e dei sequel in senso stretto.

Parte del merito, ma forse meno di quanto mi aspettassi, va all'ambientazione: New York è casa, sebbene non ci siano più la neve e neanche le decorazioni natalizie (per quelle potete fare un giro su Anthem, potrei dire con una battuta al veleno), ed è un tipo di location che, per la sua impostazione urbana da metropoli, si presta molto più di Washington alla fantasia della distruzione post-apocalittica.

Chiaro, tornare nella Grande Mela, e in particolare in una sua area delimitata riprodotta con fedeltà impressionante, è una sorta di resa da parte del team di Massive, che ha rinunciato così facendo non soltanto all'ambiente originale di The Division 2 ma anche all'idea di poter fare qualcosa di relativamente diverso sotto il profilo del puro aspetto estetico con questa serie.

Dipenderà evidentemente dal successo di questa espansione quale sarà la direzione assunta dallo sviluppatore e dal franchise, e se la questione dell'ambientazione può essere secondaria mi sta abbastanza a cuore che per la progressione venga trovato un buon punto d'incontro tra la complessità ragionata del primo The Division e quella smisurata del secondo.

Warlords of New York, va detto, è radicalmente diverso rispetto alla Washington di The Division 2 nella componente della “traversal”, ovvero nell'esplorazione libera della città, ma fa un chiaro riciclo degli interni degli edifici e delle strutture da attraversare nel dipanarsi della storia; se non c'è un backtracking tra porzioni della città già navigate, tante cose appaiono riciclate dal gioco originale e per la cifra richiesta per questa espansione può essere giusto storcere un po' il naso.

Cult of personality

Nell'ottica di dare maggiore personalità all'espansione e al suo gioco, lo studio scandinavo ha introdotto una vera e propria “Caccia all'Uomo”, ovvero una storia incentrata sulla cattura di Aaron Keener, un mastermind dall'alto tasso di malvagità e odio per la Divisione che vuole mettere a ferro e fuoco il mondo con un'arma chimica.

Similmente a quanto successo tra Ghost Recon Wildlands e Breakpoint, il villain – già conosciuto nel capostipite - è stato presentato con una missione gratuita in The Division 2, per cui quanti volessero conoscere meglio la sua storia potranno partire da lì; è un modo di fare narrazione nei service game molto raffinato e che apprezzo non poco, tra i migliori insieme al mondo in continua evoluzione di Fortnite.

La storia di Warlords of New York ha il pregio di dare un'organicità al gioco; questo è uno schema e anche uno piuttosto abusato nel mondo del gaming, non uno di quelli che invocavo alla richiesta di una maggiore originalità del titolo di Ubisoft, ma sapere cosa stia succedendo e ad opera di chi, al contrario di avere un nemico aleatorio e una minaccia sconosciuta, è di certo meglio.

Per giunta, lo sviluppatore ha improntato una struttura aperta per lo svolgimento della storia, ovvero ha dato la possibilità ai giocatori di affrontare ciascuno dei Warlord (quattro più Keener) nell'ordine che preferisce; in base a chi verrà combattuto per primo, il gioco scalerà il livello suo e di quelli che seguiranno, fino ad arrivare alla sfida conclusiva con un livello di circa 37 da aumentare a 40 con missioni secondarie.

Le boss fight, come per l'incontro finale, sono presumibilmente la sorpresa più grande del pacchetto, dal momento che ognuna di essa è basata su un'idea e un concept unico, nonché offre strumenti speciali da poter utilizzare come gadget una volta battuti. Ci sono boss battle che non pongono fine alla sfida a quel Warlord, ad esempio, oppure altri cui si arriva dopo aver disinnescato bombe ad elettricità o aver smascherato una pletora di ologrammi.

L'espansione in sé ha una durata di sei-sette ore nel suo golden path, cioè nel completamento delle missioni principali. Come capita sempre con questo genere di produzione, il gioco vero e proprio inizia con l'endgame, e quello che vediamo oggi incluso può essere ritenuto abbastanza nell'ottica dell'add-on, tra cui tre roccaforti con difficoltà Leggendaria, taglie e direttive; non possiamo sapere se lo sarà nell'economia del gioco completo.

Insomma, Massive Entertainment ha profuso un impegno notevole nel rimescolamento delle carte con questa espansione e fatto uno sforzo nella “personalizzazione” di quanto esploratovi al fine di rendere l'esperienza più memorabile al di là della complessità – sempre riconosciuta – del gameplay e della progressione.

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Dovremo vedere come sarà digerito e gestito l'endgame – che prevede una barra SHD aggiuntiva con cui perfezionare ulteriormente il proprio Agente, oltre al mantenimento del concetto di stagione (la prima dal 10 marzo) cui abbiamo assistito finora -, ma appare chiaro che Warlords of New York sia nato come risposta netta alle carenze sottolineate dal lancio di The Division 2 ad oggi.

Ubisoft è nota per come riesca a raddrizzare la rotta anche dopo lanci dalla scarsa riuscita (For Honor e Rainbow Six Siege, per nominarne due) e questo franchise rappresenta la sfida più grande insieme a Ghost Recon Breakpoint; il tentativo è stato fatto in maniera evidente e lo abbiamo apprezzato, ora non resterà che aspettare per capire dove porterà.