Con la visione degli ultimi tre episodi della serie ci sentiamo pronti ad esprimere il nostro parere completo, ed approfondito, su quanto offerto da Netflix con il suo The Witcher, un prodotto che oscilla fra il mediocre e l’eccezionale.

Ne abbiamo già discusso un po’ nella nostra anteprima che copriva i primi cinque episodi della serie, quelli che Netflix ci ha gentilmente offerto nelle settimane antecedenti alla data d’uscita ufficiale di The Witcher, e oggi è arrivato il momento di tirare le somme visto come ci eravamo lasciati qualche giorno fa.

In questa sede cercheremo di non operare nessun confronto con Game of Thrones (Il Trono di Spade) nonostante la serie voglia essere, di fatto, una risposta all’egemonia fantasy di HBO, ma proveremo a parlare del prodotto in sé analizzandone pregi e difetti senza tener conto della presenza del mondo di George R.R. Martin sul mercato.

Bene sottolineare che, a differenza delle cinque puntate in anteprima, abbiamo guardato le ultime tre in lingua italiana così da capire quanto l’adattamento del prodotto sia in effetti all’altezza del resto della produzione: un aspetto di non poco conto visto il numero di utenti che lo preferisce alla versione originale.

Iniziamo allora, ed iniziamo con un quadro generale sul The Witcher di Netflix. The Witcher, al contrario di quanto asseriscono alcuni (molti) personaggi di spicco sulla rete, non è una brutta serie, anzi. Siamo di fronte ad un prodotto di intrattenimento che funziona, che riesce a muoversi sulle sue stesse gambe (senza dover niente al resto dei media che ne esplorano il mondo) e che ha, come tanti altri, i suoi alti e i suoi bassi.

I suoi alti li troviamo senza alcuna ombra di dubbio nella sua regia, specialmente nelle scene di azione che, molto vicine alle sequenze videoludiche della serie, riescono ad essere rapide, ricche di suspance ed estremamente epiche nella realizzazione: difficile non avere il cuore in gola all’interno di ogni singolo combattimento e di ogni singola battaglia con un picco enorme raggiunto nell’ultimo episodio.

I suoi alti derivano anche da un cast che possiamo definire, senza troppi fronzoli, perfetto: perfetto Geralt, perfette Ciri e Yennefer e perfetti anche tutti i coprimari, da Tissaia a Triss. Tutti estremamente caratterizzati e tutti interpretati magistralmente dagli attori scelti per la parte, con sorprese assolutamente gradevoli che possiamo riscontrare particolarmente nella figura di Henry Cavill che con la sua proverbiale inespressività è, paradossalmente, uno Strigo pazzesco.

the witcher

Cosa funziona?

Messi dunque da parte regia (ed effettistica in generale) e personaggi (interpretazioni e caratterizzazioni) possiamo addentrarci un minuto dentro agli aspetti mediocri della serie, tutti (o quasi) riguardanti la scrittura e i ritmi della serie.

La scrittura è piuttosto confusa, e fino alla fine è complesso comprendere le linee temporali che stiamo osservando e alcuni comportamenti di certi personaggi con tanto di finale che non riesce a mettere tutti i puntini sulle i, anzi, lascia lo spettatore decisamente tanto, forse troppo, confuso e affamato di una seconda stagione.

Di conseguenza i ritmi delle puntate vanno dall’eccessivamente veloce all’eccessivamente lento, senza riuscire a trovare un reale equilibro all’interno della produzione, il che può rendere il The Witcher di Netflix un prodotto che potrebbe non piacere ai più, abituati a standard decisamente diversi per questo genere di produzioni.

Se ritmi e scrittura non rappresentano dei veri e propri difetti, ma semplici note amare a margine, non possiamo non rimanere delusi da tre aspetti della serie: l’adattamento italiano, l’eredità di CD Projekt RED e il suo finale.

Sull’adattamento spenderemo proprio due parole: non è buono. La bravura di Cavill viene improvvisamente meno così come vengono meno le altre interpretazioni, nonostante sia premiabili alcuni sforzi come l’adattamento de “Dona un Soldo al tuo Witcher” di Ranuncolo.

Per quel che concerne invece il prodotto videoludico è necessaria l’apertura di una piccola parentesi: la serie deve tanto al videogioco anche se è capace di reggersi sulle proprie gambe. E allora perché inserire questo punto fra i difetti? Perché chi ha giocato il videogioco non può fare a meno di notare una somiglianza forse eccessiva, specie nella puntata che riguarda la battaglia con la Strige, con la serie di CD Projekt RED.

Il finale?

Un difetto vero? Decisamente no, ma lascia trasparire una certa nota di pigrizia che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più. Qualcosa che non vorremmo.

E il finale. Sì, vogliamo essere spoiler-free il più possibile (e lo saremo) ma il finale della serie è probabilmente il suo punto più basso: veloce, troppo veloce, e inconcludente. Sì, una seconda stagione è in lavorazione, ma è anche vero che nessuna delle sottotrame e nessuno dei personaggi sembra aver raggiunto nessun tipo di punti.

Parliamo di un finale che avrebbe beneficiato di un paio di puntate extra, anche solo per concludere la battaglia che avvia la conclusione della serie.

Tirando le somme, il The Witcher di Netflix è un prodotto che funziona (e funziona bene) al netto di tutte le piccole sbavature che una produzione simile può avere. Il consiglio è di spogliarvi di ogni aspettativa, alta o bassa che sia, e di dedicargli il vostro tempo: vi assicuriamo che è un ottimo investimento.