A volte succedono delle cose proprio strane nelle annate videoludiche, quelle coincidenze che non possono non far riflettere su come il mercato sta evolvendo velocemente, e con essi gli utenti, la critica e la percezione che in generale tutti noi abbiamo dei videogiochi. Death Stranding e Shenmue III (83 e 70 di Metacritic) rispettivamente arrivano proprio nel momento ideale e, anche se non sembrerebbe, sono produzioni estremamente simili per alcuni aspetti.

Anzi, per un aspetto in particolare. Ovvero che sono due videogiochi non per tutti.

death stranding

L’opera di Yu Suzuki arriva da un’epoca lontana, quando i videogiochi erano già di loro un medium di intrattenimento di nicchia, destinato a pochi e creato esplicitamente per quei pochi. E Shenmue era l’incarnazione di questa visione. Un progetto visionario già allora difficilmente comprensibile, in grado di anticipare i tempi del game design nell’ordine di una decina d’anni. Shenmue III ritorna dopo 18 anni con una storia fatta di Kickstarter con tante sfumature di grigio, uno sviluppo travagliato ma soprattutto, nel bene e nel male, quelle stesse caratteristiche che avevano contraddistinto i suoi predecessori. Non è Shenmue che torna dopo 18 anni, ma Shenmue che viene preso e trasportato nel tempo di 18 anni.

Quello di Hideo Kojima è invece uno di quei lavori che segnano inevitabilmente il mercato. Talmente tanto che, da queste parti, gli abbiamo dato un sonoro perfect score nella nostra recensione. Anche Kojima-san arriva da una storia travagliata, un rapporto lavorativo ed umano con Konami finito nel peggiore dei modi, e Death Stranding che rappresenta il ritorno sulle scene in pompa magna. Un ritorno che significa libertà creativa totale, e un Norman Reedus infilato in lezioni di filosofia, spiegoni di fantascienza, riferimenti alla teologia egiziana, ed un immaginario già iconico fatto di bebé in bottiglia, creature lovecraftiane e personaggi secondari che sfidano lo spazio e il tempo con spiegazioni difficilmente assimilabili.

La cosa interessante di questi due titoli è che Shenmue III arriva sul mercato già conscio, e palesemente rivelatorio, nell’essere un videogioco di altri tempi. Viene venduto a persone che sono quasi quarantenni e che ora probabilmente hanno figli, e recensito da giornalisti che erano poco più che adolescenti o molto giovani nell’epoca Dreamcast. C’è chi non lo capisce, chi si scaglia contro chi non lo capisce, a chi viene il voltastomaco nel vedere le animazioni legnose, e chi è in brodo di giuggiole già dopo le prime note della storica colonna sonora.

death stranding

Ma Shenmue III è dichiaratamente un videogioco per pochissimi. Difficile immaginare i ragazzini pronti a pre-ordinare il gioco, così come i genitori disperati arrivare la sera del 24 di corsa presso il Gamestop locale per sgomitare con gli altri genitori ed accaparrarsi l’ultima copia sullo scaffale.

Death Stranding arriva invece come il kolossal videoludico dell’anno, lo Star Wars a Natale, l’Avengers: Endgame in odore di Academy Award. Sony lo vuole vendere a tutti e tutti devono volerlo comprare. Non avete idea delle persone insospettabili, tra cui alcune videogiocatori a dir tanto occasionali, che mi hanno chiesto con sincero interesse cosa ne pensassi di Death Stranding. D’altronde c’è stata una pubblicità davvero massiva anche sui canali generalisti, dove addirittura le copie destinate alle recensioni sono arrivate alla stampa generalista quasi a discapito della specializzata.

Ed ha messo incredibilmente in crisi il pubblico ma soprattutto la critica, analisti ed influencer, ricordandoci che forse non eravamo effettivamente pronti per il ritorno di Hideo Kojima. Poi sono arrivate le prime analisi dove si è scoperto che sì, il gioco è effettivamente basato sul consegnare cose è no, non è affatto ciò che ci si aspettava. Un videogioco presentato come popolare che invece, paradossalmente, è ancora più di nicchia di Shenmue III se vogliamo. Un gameplay compassato, strano, basato su cose abbastanza inedite e difficili da capire, insieme ad una narrazione criptica che non ha nessuna intenzione di dare il benché minimo significato alla messa in scena se non nelle famigerate Ultime Cinque Ore di Cutscene®.

5 cose da fare death stranding

Death Stranding e Shenmue III sono quindi due videogiochi di nicchia, entrambi per tipi di videogiocatori molto specifici, ed entrambi difficili da consigliare a cuor leggero. Intendiamoci, questo non è assolutamente un male. Ce la cantiamo e suoniamo sul fatto che i videogiochi siano arte, e l’arte in sé non è per tutti per definizione, anche se più o meno astratta o concreta che sia.

È importante però rendersene conto, magari creare una discussione seria e, in fase di analisi, essere molto chiari su questo aspetto. Ritengo che non sia successo in questi due casi. I lavori di Yu Suzuki e Hideo Kojima ci hanno messo in crisi, videogiocatori spaesati ed analisti costretti a mettere a dura prova le capacità analitiche.

Perché qui non è un discorso di capire o meno i Maestri o capire l’importanza della Storia videoludica, ma semplicemente rendersi conto di cosa si ha di fronte. È altresì molto importante che esistano videogiochi del genere, perché solo così l’intero indotto dell’industria videoludica può crescere. Però bisogna farsi trovare pronti e non cedere al panico.