Death Stranding è arrivato finalmente nelle case di tutti e questo ha segnato l’inizio di un viaggio che per un motivo o per un altro ognuno di noi si porterà dentro. Ne abbiamo già parlato nella nostra “non-recensione” e in maniera più dettagliata ne ha parlato anche Valentino con l’analisi della storia editoriale del titolo.

Oggi siamo qui a tirare le somme, non tanto sul gioco che aspettiamo, ovviamente, di completare, ma su quello che questo lancio ha effettivamente rappresentato, nel concreto, per noi. Oggi siamo qui a tirare un sospiro di sollievo, un sospiro carico di emozioni. Siamo qui per concederci una pausa, scivolando sulla sedia sfiniti da questo macigno di hype e paura che ci siamo portati dietro per questi lunghissimi tre anni.

Vedete, al di là di quanto leggerete più avanti (dove sono presenti alcuni spoiler sull’inizio del gioco), l’arrivo stesso del gioco nelle nostre case e sulle nostre console è stato incredibilmente soddisfacente, ci siamo scaricati tutta la tensione per un prodotto di cui tutti noi, nessuno escluso, nutriva una grandissima paura. Poteva essere un pessimo gioco ma nel momento stesso in cui abbiamo acceso la console con Death Stranding tutto si è fatto incredibilmente più silenzioso.

Eravamo calmi, con una calma quasi inquietante vista l’elettricità che ci ha pervaso in questi ultimi giorni. Il gioco era li, di fronte a noi, con il suo menù principale pronto a darci il via verso il viaggio che attendiamo da così tanto tempo. Personalmente io non ne ho avuto il coraggio. Ho spento la console e ho fatto altro, ieri.

death sttranding

La prima volta

Stamattina la sveglia era puntata presto, molto presto, perché la voglia di scoprire cosa mi stava aspettando, complice gli altri ragazzi in redazione che continuavano a scambiarsi idee sul gioco (ringraziando il cielo senza spoiler) , riusciva a superare la paura stessa di scoprire che il gioco non mi sarebbe piaciuto. Perché ero fermamente convinto che lo avrei odiato e sarei stato incapace di innamorarmi di un prodotto che in tanti sembrano apprezzare.

Ho avviato il gioco e quello che mi si è posto davanti mi ha quasi mozzato il fiato. Kojima e il suo maledetto taglio registico, lui e il suo stra-maledetto stile autoriale. Senza accorgermene mi ero fatto tutto serio, avevo la bocca aperta e osservavo quel filmato introduttivo fatto di fotografie di paesaggi e di Sam Porter Bridges, un uomo che mi avrebbe fatto commuovere da li a poco, in sella alla sua moto intendo ad effettuare una consegna.

Lo vedo terrorizzato da un arcobaleno alle sue spalle, un arcobaleno che diventa pioggia, che diventa morte, che diventa ansia, paura e tensione. Il gioco mi regala il controllo del protagonista, così all’improvviso senza che io sia realmente pronto a quello che devo affrontare. E qui la cosa che mi colpisce di più è la mia piccolezza rispetto all’ambiente che mi circonda.

Tutto è vasto, immenso, alto, spoglio, vuoto. Silenzioso. Sento solo il rumore dei miei passi, quello del mio respiro e quello di una pioggia che avrei imparato ad odiare e temere nel corso della mia avventura. Confesso di essermi sentito stranamente spaesato e intimorito da quello che avevo sotto gli occhi: solo ruotare la telecamera verso le enormi cascate che si stagliavano oltre il dirupo sul quale mi trovavo mi facevano salire il magone.

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In mezzo al nulla

Ero solo in mezzo al nulla e in mezzo a quel nulla avrei dovuto cercare un riparo, offerto da una grotta naturale poco più avanti all’interno della quale faccio la conoscenza di Fragile e delle CA. Una cutscene ricca di tensione e di paura, di dolore quasi fisico. Avevo il pad stretto fra le mani così forte che ho quasi temuto di romperlo.

Poi le CA vanno via e mi viene chiesto di consegnare il mio carico, dei farmaci, alla città situata li vicino. Io non so ancora che fare perché il gioco non mi ha ancora insegnato a giocare: sono spaesato, di nuovo. Ma trovo il coraggio di scendere per il pendio avendo cura ti premere L2 + R2 per mantenere l’equilibrio ed evitare che Sam cada.

Il paesaggio è magnifico e mai prima d’ora avrei immaginato di dire qualcosa di simile per un ambientazione così vuota e così brulla. Mi manca il fiato. Poi parte una canzone in sottofondo, una traccia dei Low Roar, che copre tutto: il suono dei miei passi, la voce di Sam e quella della natura. Ecco, non ce l’ho fatta e ho iniziato a piangere.

Le lacrime scendevano mentre un sorriso da ebete prendeva forma sul mio viso e la sensazione di trovarmi di fronte ad un gioco che non solo avrei apprezzato ma che mi sarebbe rimasto dentro prendeva lentamente possesso di me.

... 

Non ho più paura di Death Stranding ma so che non sarò in grado di gestirlo. Non lo comprenderò a fondo e non mi divertirà. Sarà un gioco che mi farà del male e io sarò contento e felice di tutto il male che mi farà. La mia prima mezz’ora su Death Stranding è stata quanto di più bello io avessi mai provato tenendo un pad in mano.