Una delle dichiarazioni più importanti riguardo Death Stranding, o almeno tra quelle che sono rimaste più impresse nella mente da lì in poi, l’ha fatta Jordan Vogt-Roberts. Il regista attualmente impegnato nella produzione di un film basato su Metal Gear Solid, a cui Hideo Kojima sta collaborando ovviamente come consulente, disse con una certa sicumera che nessuno di noi sarebbe stato pronto per Death Stranding.

Da quel 6 febbraio 2019, quel non siete pronti è diventato uno dei leit-motiv, se non IL, dell’ambiziosa produzione di Kojima Productions. Forse il regista aveva davvero ragione, ma personalmente vorrei riprendere quella dichiarazione per raccontarvi e dire la mia su quanto successo riguardo la copertura stampa italiana (e non) di Death Stranding.

Le regole del gioco

Prima di iniziare, è d’obbligo fare alcune premesse. Saranno alcuni paragrafi, ma è bene scriverli per noi ed è bene per voi leggerli.

VideoGamer Italia non ha ricevuto un codice per lavorare in anticipo su Death Stranding. Non avete visto la recensione alla scadenza dell’embargo, e speriamo che Sony ci conceda la possibilità di poter lavorare al titolo con la Seconda Tornata di Codici® che arriverà presumibilmente nei pressi del day one. Nessuno della redazione ha avuto modo di provare Death Stranding in separate sedi, se non per alcuni racconti e spifferi riferiti dai colleghi italiani di cui avete letto le recensioni la scorsa settimana. In ogni caso vi racconteremo il lavoro di Hideo Kojima su queste pagine prima o poi. Ad esempio la mia copia pre-ordinata da Amazon è in arrivo, e credo che personalmente avrò voglia di scrivere qualcosa al riguardo.

Nel frattempo, potete leggere la surreale non-recensione di Death Stranding a cura del nostro Salvatore Pilò. Oppure un’altra nostra chiacchierata al riguardo, in cui mi sono confrontato con Paolo Sirio.

Questo per dire che, nonostante quello che leggerete vi possa comprensibilmente far saltare in mente l’idea che stiamo rosikando, non è affatto così. Sappiamo come si lavora in questo settore, avete letto nostre recensioni sotto embargo in passato, altre volte avete letto nostre opinioni più tardi perché non siamo stati selezionati tra gli organi di informazione in grado di lavorare in ottica embargo. Non ci siamo mai lamentati, nonostante ne avremmo avute di cose da dire in alcune occasioni se avessimo voluto fare le fidanzate offese, ma non è giusto farlo in queste sedi. Anche perché parliamo di aziende private che hanno tutto il diritto di scegliere a chi inviare i propri prodotti, quando, e come. Nonché di decidere come convogliare il proprio prodotto, sui canali promozionali e divulgativi che preferiscono. Su questo non discutiamo e, aggiungiamo, nessuno dovrebbe averne di che discutere.

Detto ciò, non è facile mettere in fila i pensieri al riguardo, perché si rischia di aprire duecento parentesi e ritrovarsi a chiuderle con difficoltà, ma ci proviamo.

death stranding

Partiamo da qualcosa di semplice: Death Stranding è probabilmente il videogioco più atteso degli ultimi anni.

I motivi sono superflui da elencare, volendo. Un’opera carica di ermetismo, su cui Sony e Kojima Productions hanno costruito un marketing da manuale, il nuovo lavoro di un Hideo Kojima privo di vincoli e pronto a creare qualcosa di nuovo al 100%. Un’opera, poi, fatta da un game designer che è riuscito a diventare una rockstar, acclamato da attori e registi di Hollywood, che anche i non-giocatori conosco almeno a malapena vista la sua grande esposizione mediatica. Il Maestro Kojima, che con il suo Tocco® è capace di creare l’immortalità.

Scherzi a parte, non è questa la sede per ricordare quanto Hideo Kojima, al di là di sterili dileggi, abbia rappresentato e rappresenti tutt’ora una mente geniale, brillante, ed oggettivamente unica per il medium videogioco. Ma questo ci serve solo a capire quanta attenzione, ed hype ovviamente, ci sia intorno al titolo. E quanto di questo si riversi sui social network.

La prima esplosione

Sì. Partiamo proprio con uno di quei discorsi lì.

Il momento storico attuale ci ricorda quanto sia importante (a seconda dei punti di vista) riversare i propri pensieri in questi luoghi. Lo è diventato anche per chi fa il giornalista di lavoro, a prescindere dalla sfera di influenza, fa parte di quelle regole del gioco di cui sopra e lo sappiamo. Permettetemi un però… però.

Nei giorni che hanno segnato l’arrivo dei codici review (per i babbani, codici per scaricare la versione digitale di un prodotto e poterlo provare in anteprima) alla stampa ed agli influencer, c’è stata una curiosa escalation di eventi:

  • Annuncio dell’arrivo del codice (qualcuno ha fatto addirittura l’annuncio dell’annuncio)
  • Foto alla schermata di download della UI di PlayStation 4
  • Annuncio dell’inizio dell’avventura

Lo ribadiamo: va bene. Solo l’annuncio dell’annuncio è stato forse un po’ estremo, ma giustamente ognuno fa quello che vuole dei propri profili personali (al massimo si potevano usare i profili dei siti per cui si scrive?).

Ma, da qui in poi, le cose sono un po’ degenerate oltre la barriera della comprensibile necessità di costruire un’immagine forte sui social network.

death stranding

La seconda esplosione

Mentre a sorpresa sono arrivati ben due video di italiani che giocavano a Death Stranding sul divano con lo schermo inquadrato dalla fotocamera di un cellulare, è continuata a ribollire la copertura mediatica su Death Stranding.

Con un serratissimo embargo al 1 novembre per le recensioni, al 7 novembre per i live gameplay, e al 11 novembre per quanto riguarda gli approfondimenti specifici (l’uscita, ve lo ricordiamo, è prevista per l’8), è comprensibile (e lo dico senza sarcasmo, giuro) che chi stia giocando e lavorando a Death Stranding abbia voglia di raccontare qualcosa, di lasciare intendere le proprie intenzioni, o in generale di coccolare i propri followers con qualcosa. E chi attende Death Stranding di cibarsi di qualsiasi informazione utile, o di raccontare la propria attesa in qualche modo.

Ma cosa è successo?

Abbiamo visto articoli in difesa della libertà di stampa da parte di portali e pagine che non hanno ricevuto il codice di Death Stranding in anticipo. Poi, in reazione all’annuncio dell’arrivo della versione PC di Death Stranding (che in realtà non era mai stata smentita, anzi), c’è stata quella parte di pubblico becero che ha iniziato a dileggiare i giocatori PlayStation 4 perché “privati della propria esclusiva”.

(Vi lascio un attimo per metabolizzare l’idiozia di quest’ultima cosa, realizzando la pena per il livello di utenza generale a cui si è arrivati, e vado avanti)

Poi è iniziata la serie di annunci riguardo il completamento di Death Stranding, accompagnati da commenti più o meno emozionati o freddi che fossero. Qualcuno, camminando come un funambolo sulla fune dell’embargo, ha anche rivelato il numero di ore necessarie a completare l’avventura principale, aggiungendo magari previsioni sulle ore necessarie ad arrivare al fatidico 100%.

Subito dopo sono arrivati gli annunci di inizio scrittura delle recensioni, con qualcuno che ha colto l’occasione per notificare di aver riletto la bozza e completato l’impaginazione di un articolo scritto da altri. Quest’ultima una cosa che, lo diciamo ai non-addetti ai lavori, è una pratica del tutto normale per l’editor di un sito, che sia un blog o una testata giornalistica.

Qualche ora di silenzio e sono arrivate le pubblicazioni dei live streaming che accompagneranno l’uscita di Death Stranding. Questo lo diciamo giusto per dovere di cronaca, visto che nel bailamme è tra le poche cose su cui non si può dire nulla perché, insomma, è pur sempre la condivisione delle attività che andranno a comporre il proprio lavoro.

La terza esplosione

Proseguiamo.

In occasione del trailer di lancio, l’ultimo prima dell’uscita del gioco, la mobilitazione generale dei colleghi, che hanno tutti comunicato una variazione sul tema di: “Non guardate l’ultimo trailer, ve lo dice uno che ha finito il gioco”

Qualcuno l’ha detto anche condividendo il trailer stesso. Una cosa che, insomma, fa almeno sorridere.

Poi sono arrivate le recensioni, il 1 novembre alle ore 8.01 (più o meno). Genericamente voti molto alti, a sorpresa non eccelsi, con qualche mezza delusione e forte stroncatura. In Italia il gioco è stato apprezzato alquanto, mentre all’estero ci sono state delle reazioni molto forti come il 6.8 ormai famigerato di IGN US e qualche voto ben sotto l’insufficienza da portali di cui, onestamente, non si è quasi mai sentito parlare se non fino ad oggi.

Il Metacritic ad oggi segna 84, un punteggio considerabile quasi deludente per una Grande Storia PlayStation® (come le chiama scherzosamente il nostro Paolo Sirio) di quelle su cui Sony punta sempre moltissimo, e che sicuramente è ben lontano dal plebiscito che ci si aspettava per un lavoro tanto atteso come Death Stranding.

La quarta esplosione

Ovviamente, le reazioni.

IGN fa clickbait (come se ne avesse bisogno); giornalisti venduti secondo gli hater di Kojima se hanno messo voti troppo alti (ma illuminati se hanno messo voti bassi); giornalisti venduti secondo i fanboy di Kojima se hanno messo voti troppo bassi (ma illuminati se hanno messo voti alti); giornalisti venduti o giornalisti incompetenti in generale.

Poi ci sono state le recensioni delle recensioni, ovvero persone che hanno analizzato le recensioni decretando una loro classifica, o più semplicemente una preferenza. Individui che, lo sottolineiamo, non hanno avuto Death Stranding in anteprima.

A seguito delle reazioni, dopo qualche ora dall’esplosione degli embarghi, si sono cominciate a creare le ormai note barricate. Death Stranding è noioso perché non ha gameplay, è un simulatore di fattorino ma anche no, ha una narrazione travolgente ma anche no. Scaffale o non scaffale, al solito.

Ma soprattutto, tra tutte queste, ce n’è una che rappresenta quasi un emblema finale di tutto questo discorso. L’assunto diffuso in questi giorni per cui, secondo un sempre più nutrito gruppo di persone (e non solo normali lettori), chi ha dato voti bassi a Death Stranding è privo degli strumenti per capire i lavori di Hideo Kojima, e pertanto la sua valutazione non è valida. In breve: “Non siete in grado di capire il Maestro”.

Il domani è nelle nostre mani

C’è un problema, o almeno qualcosa su cui chiacchierare amabilmente davanti ad una buona IPA, che emerge dal post-recensioni di Death Stranding: forse non siamo stati veramente pronti per affrontare una produzione così importante. Se non tutti, almeno qualcuno.

La prima cosa su cui soffermarsi è che, nelle recensioni italiane, c’è stata una tendenza curiosa, che raramente si è vista in occasione di altri titoli di tale importanza, ovvero una certa dissonanza tra i termini usati nel descrivere Death Stranding ed il giudizio numerico affibbiato a fine recensione. Si parla in più o meno tutte le recensioni di gameplay ripetitivo, effettiva “simulazione di Bartolini”, una trama che spesso si perde in sé stessa ed una narrazione altalenante, ed a fronte di corrispettivi altri pregi come una direzione artistica notevole, bei personaggi ed una grande cura per la messa in scena, sono volati molti voti sopra al nove.

Capisco, a questo punto, lo smarrimento di alcuni lettori. Non capisco l’assunto secondo cui un videogioco debba per forza essere divertente ed avere un gameplay al fulmicotone, perché sono ben lontani i tempi in cui il medium era composto da prodotti fatti solo per divertire in sala giochi. Ma comprendo che ci si interroghi di fronte a quanto si è letto nelle analisi di Death Stranding. E sono anche curioso di confrontarle con le mie idee quando sarò arrivato ai titoli di coda, tra qualche giorno.

Al di là di questo frangente che rientra nelle possibilità del comprensibile, credo che per opere come Death Stranding ci voglia un po’ più di sangue freddo. Ritengo che sia necessario concentrarsi sul raccontare l’opera, e non sfruttare l’opera per raccontare sé stessi ad un pubblico che, presumibilmente, ha solo intenzione di sapere cosa aspettarsi da Death Stranding, ed in ultima battuta capire se annullare il suo pre-ordine o meno.

Perché finché ci si comporta come raccontato nelle esplosioni descritte sopra, poi è anche difficile uscire da quella concezione di ragazzi più o meno cresciuti che giocano ai giochini elettronici per lavoro, quella contro cui ci ritroviamo spesso a lottare quando la stampa generalista si scaglia contro videogiochi e videogiocatori. Va bene l’esposizione social, il personal branding e tutto il resto, ma ad un certo punto si rischia di valicare il confine della professionalità con cui si dovrebbe affrontare qualsiasi lavoro.

Qualcuno in questi giorni l’ha fatto, dispiace dirlo.

Ed è un peccato, perché con un po’ più di calma si sarebbe potuto parlare in maniera più produttiva dei voti di cui sopra, del videogioco e dell’arte, di come Hideo Kojima possa o meno aver perso il controllo senza un producer esterno. Ma anche del fatto che, a volte, anche i geni ed i maestri possono prendere una cantonata magari, e che il 6.8 di IGN non vale meno del perfect score di Famitsu, soprattutto quando ci si trova di fronte ad un’opera così polarizzante e che costituisce una sorta di anno zero per il videogioco, nel bene e nel male.

Dispiace inoltre che, anche stavolta, il pubblico non si sia dimostrato all’altezza dell’opera che da anni sta aspettando come l’avvento di una nuova era videoludica. Sostenitori o detrattori che siano, non c’è stato quel salto di qualità che, un po’, ci si aspettava di fronte ad un videogioco così particolare.

Forse non eravamo davvero pronti per Death Stranding. Chissà quando lo saremo.