Oggi si parla di Death Stranding, oggi è il suo giorno, quello in cui scade l’embargo vero, quello delle recensioni, e tutto il mondo può finalmente parlare della tanto discussa ultima fatica di Hideo Kojima, il “mad genius” dell’industria videoludica, la divinità del game design che ha elevato la sua figura e la sua forma d’arte quasi ad un culto.

Mentre tutto il mondo oggi si appresta a raccontarci dei viaggi e dei pacchi consegnati all’interno di questo specialissimo mondo di gioco, noi siamo qui a raccontarvi il nostro, un viaggio fatto di lacrime, di emozioni e di consegne di pacchi e pacchi di delusione.

Abbiamo scalato le montagne dell’hype, abbiamo corso più veloci dei camion per scrivere di congetture e teorie sul gioco dell’anno e abbiamo cullato il nostro bambino vittima dei fumi dell’entusiasmo durante questo viaggio.

Certo, ci aspettavamo qualcosa di più dall’esperienza e, in alcuni frangenti, anche qualcosa di meno ma di certo non siamo rimasti indifferenti di fronte alla grandezza di certi messaggi veicolati attraverso la più pura delle forme d’arte.

Estasiati, di fronte all’autorialità del Maestro e soverchiati dal crescente sekaikan che il titolo ci ha vomitato addosso, oggi siamo qui per non recensire Death Stranding, perché il gioco, semplicemente, non ce lo abbiamo.

Ma non siamo qui a lamentarcene, perché semplicemente non è interessante farlo, siamo qui per raccontare comunque Death Stranding, il nostro, quello che abbiamo vissuto nella chat redazionale fra alti e bassi, fra grasse risate, meme e, perché no, anche dei sani e vigorosi scambi di opinioni completamente discordanti.

Qualcuno disse, tempo addietro, che l’attesa di Death Stranding e quei trailer numerati fossero in effetti il fulcro dell’esperienza stessa e ad oggi, il giorno della scadenza degli embarghi e della tombola dei voti, almeno per noi, almeno per me, è stato un po’ così.

Al di là di quello che leggerete oggi dai nostri colleghi, al di là di quello che sentirete dire del gioco e di quella che in effetti sarà l’esperienza finale pensata da Kojima per noi, ricordate sempre che abbiamo vissuto un viaggio importante, al netto della qualità del titolo e di come questo possa essere ridotto ad un “bello” o ad un “brutto”.

La parte interessante, quella a cui dovrete ripensare ogni volta che vi tornerà in testa Death Stranding, non è semplicemente quella che riguarda il gioco e quello che è riuscito a darvi nell’arco della sua durata (che siamo sicuri essere qualcosa di eccezionale, nel bene e nel male) ma è tanto quello che l’idea del gioco stessa è riuscita a creare in questi tre anni.

Kojima, che piaccia o meno l’aura di divinità che gli è stata cucita addosso, ha creato qualcosa che va al di là del videogioco che giocheremo fra una settimana: quello che ha dell’incredibile è il contorno a cui Death Stranding ha dato vita.

Un contorno fatto da migliaia di persone ferme ad osservare una live di mille ore su Twitch in cui non succedeva niente, migliaia di persone immobili a godersi i suoi trailer criptici fino alla migliaia di persone che nella giornata del 30 ottobre hanno pianto, letteralmente, di fronte ad uno dei più bei trailer della storia videoludica.

Ma è un contorno fatto anche dai detrattori del gioco, di tutti quelli che ci remano contro, che non lo vogliono, che non lo aspettano e che sono anche un po’ stizziti da tutta l’attenzione mediatica che ha ricevuto e che riceverà il gioco in gioco in questo periodo.

Un’attenzione che ha annichilito qualsiasi altra uscita che è rimasta timidamente indietro, completamente affossata dall’hype che Death Stranding ha creato. Un fuoco su cui tutti i colleghi hanno continuato a buttare benzina il giorno della rottura dell’embargo sulle informazioni in merito al possesso della copia review fornita da Sony.

Il mondo videoludico si è fermato ancora e si fermerà nuovamente l’8 novembre quando il gioco arriverà nelle case dei videogiocatori comuni che non inizieranno un nuovo viaggio, ma continueranno quello che hanno già iniziato 3 anni fa, che sia solo per poter dire “fa schifo” dopo averlo giocato o che sia perché questo gioco è effettivamente il capolavoro che tutti millantano.

Io, personalmente, faccio parte di quel gruppo di persone che l'esclusiva PS4 non la aspetta (nonostante ne abbia prenotata una copia) perché, semplicemente, l’hype verso il prodotto mi è sceso e mi è morto trailer dopo trailer, annuncio dopo annuncio fino a ridursi ad un niente, un pugno di polvere.

In chat, fra di noi, sono quello disilluso dal progetto, quello che non ha più voglia di vedere trailer ma che si è commosso di fronte a quello di presentazione, quello che non ha bisogno di Death Stranding ma ci sta scrivendo un pezzo, sono quello a cui di Death Stranding non interessa un fico secco ma che ha chiesto ferie in ufficio per l’8 novembre perché deve iniziarlo.

Lo capite il punto, vero? Noi stiamo già giocando, inconsapevolmente, al gioco e che ci piaccia o meno, o che ci piaccia dire o meno che il gioco è poco interessante il nocciolo della questione è che Death Stranding ha già vinto e per noi è un perfect score.