Quest'anno la sensazione è che il vento sia cambiato, che Konami abbia finalmente trovato la chiave di volta per mettere la freccia e superare EA Sports nel duopolio dei videogiochi di calcio lungo un ventennio tra FIFA e PES.

Ma, al di là delle impressioni dettate dall'umore, una volta che il pallone comincia a rotolare e il controller è stretto tra le mani, cosa fa davvero la differenza tra queste due storiche serie, ognuna foriera di una propria visione spesso diametralmente opposta rispetto al concorrente?

La differenza essenziale è che PES 2020, o se volete la formalità eFootball PES 2020, accetta il fatto che ci possano essere partite brutte, da buon simulatore di calcio esattamente come nelle partite di calcio reale.

Ho usato in parecchie occasioni un accostamento che mi pare ancora oggi vincente: PES è la Serie A dei videogiochi di calcio, FIFA è la Premier League inglese; uno è tattica, ricerca estenuante del buco in cui infilarsi per segnare e magari vincere 1 a 0; l'altro è velocità e forza applicate allo spettacolo.

Oggi che ho raccolto un po' di ore su PES 2020, questa formula mi pare oltremodo confermata, per quanto Konami abbia teso l'orecchio alle dinamiche del competitor e abbia provato a smussare alcune delle sue asperità per venire maggiormente incontro non solo all'utente ma anche, e soprattutto, alla modernità che si richiede oggi ad un prodotto sportivo.

In quelle ore, mi è capitato spesso di incappare in zero a zero, in reti inviolate, perché il gioco non ha una meccanica che si inneschi ogni volta per sbloccare la partita, diversamente da “l'altro” in cui ad un certo punto è scontato che succeda qualcosa che dia il via alle danze in un modo o nell'altro.

PES non si vergogna di far finire una partita 0 a 0, anzi lo prende come una medaglia da appuntare sul petto, e mi sono preso del tempo in più proprio per accertarmi che quest'idea che mi frulla in testa da qualche settimana avesse una corrispondenza con la realtà.

Di norma, mi serve del tempo per trovare la chiave di lettura giusta in un gioco di calcio: il primo istinto è giocare proprio come giocheresti nella realtà ma poi, che sia FIFA o PES, devi sempre capire cosa il gioco ti stia chiedendo per aprirti le porte del paradiso, ovvero farti segnare o vincere con una certa scioltezza secondo le regole che si è dato – talvolta diverse da quelle dello sport che simula.

Ho provato a più riprese a trovare quella chiave, come mi capita ogni volta che avvio un calcistico, ma stavolta mi sono reso conto che i miei pareggi o le mie vittorie di misura non dipendevano affatto da tale ricerca, che andasse a buon fine o meno.

Rispettando la sua “visione diametralmente opposta”, come dicevo in apertura, PES 2020 ti mette di frequente in situazioni in cui devi girare la palla per tutta l'ampiezza del campo, e anche quando lo fai non hai la garanzia che troverai un pertugio in cui infilarti per raggiungere lo specchio della porta avversaria.

Su FIFA 20 abbiamo potuto notare come la situazione sia leggermente cambiata, con un rallentamento delle animazioni che prova a spingere l'utente a girare di più la palla anziché abbassare la testa e passare dalla propria porta a quella della squadra rivale.

Ma ciò non ha cambiato il fatto che ogni azione di FIFA sia destinata a generare delle occorrenze di pericolosità, che sia il portatore di palla che arriva in porta o l'avversario che recuperandola, magari sfruttando un errore o un intervento col giusto tempismo a centrocampo; qualcosa di cui Konami non avverte la necessità.

In multiplayer c'è un lieve cambiamento dovuto al fatto che un giocatore in carne ed ossa è più incline ad errori gravi – non che non ce ne siano nell'intelligenza artificiale, ma in quel caso sono ovviamente frutto dell'applicazione di script e dunque in un certo senso “intuibili” - ma bisogna sempre saperli sfruttare, giacché non è per niente scontato che di fronte al portiere si abbia la freddezza, chiamiamola così, per segnare.

Questo tipo diverso di visione del calcio è naturalmente funzionale ad esporre le principali peculiarità di PES 2020, che a dirla tutta sono un po' le stesse da alcuni anni, segno che, lo anticipavo poco fa, la casa giapponese ha davvero capito su quali tasti battere.

Il gioco propone prima di tutto un ritmo credibile. Non parlo soltanto, badate, della lentezza dell'azione, che ha certamente come obiettivo primario ripercorre il passo ora cadenzato, ora accelerato di una partita di football, che non è un flipper o almeno non lo è per tutta la durata dei 90 minuti.

Parlo anche, e forse soprattutto, della resa delle differenti fasi di una partita: c'è quella in cui, dopo magari aver subito una rete, la squadra in svantaggio spinge come una forsennata per recuperare e non dà minimamente spazio agli avversari di avanzare oltre la linea del centrocampo; c'è quella in cui le due compagini si studiano; c'è quella in cui si accontentano del pareggio; c'è quella in cui giocano a viso aperto; e via discorrendo.

Questa molteplicità e la qualità di tali sfumature è un aspetto che FIFA, nella sua perenne ricerca dello champagne, non riesce a cogliere e nel quale PES ormai è specializzato. Qui la partita si stende per tutta la sua durata, non è polarizzata e non è soggetta esclusivamente a folate improvvise. Il match è un corpo organico e in quanto tale dà ampie possibilità di una lettura chiara, in cui, volendo, mescolare le carte per provare ad intervenire su come stiano andando le cose.

In tal senso, le sostituzioni hanno un valore che va oltre il semplice “faccio uscire quel velocista stanco per metterne un altro”: talvolta senti proprio la necessità di fare un cambio perché vedi che la partita non va come te l'eri immaginata o non riesci a sfondare.

Sono tante piccole faccende microscopiche, ben inteso, che rende però l'idea di chi si sia messo a guardare il calcio e studiarlo seriamente tra le due parti, oltre l'idea che per divertire si debbano per forza segnare decine di gol o prendere pali a iosa (foraggiata dalla FIFA vera e propria, tra l'altro, per quella che mi sembra tutt'altro che una semplice coincidenza).

Sopra questo concetto di calcio espresso dalla software house nipponica c'è, chiaramente, una sovrastruttura di gameplay che ha infine trovato il bandolo della matassa, e che si è esprime appieno nella qualità del giropalla.

Effettuare un passaggio in PES 2020 è un piacere, vuoi per la fisica realistica del pallone che rotola sul campo e per le sue traiettorie, vuoi perché ti dà davvero la possibilità di affrontare il terreno di gioco come se fosse un'ambientazione di un gioco di ruolo tutta da esplorare.

Konami si è sforzata di creare un sistema che, per quanto poco possa succedere, fornisca divertimento già nel cimentarsi nell'aspetto tattico, come se fosse un incontro di scacchi, per superare la prima opposizione, poi la seconda, poi la terza e poi, si spera, provare a segnare.

Quel divertimento che, semplicemente, non vede nella meta il suo obiettivo primario ma si gode il viaggio; non serve prendersi a pallonate per uscire col sorriso sulle labbra da una partita e questo, specie per come funzionano oggi le cose nel gaming, è già una grande vittoria.

In tutto questo, ci sono tanti aspetti da migliorare e non sono neanche di roba di poco conto. L'uno contro uno ad esempio non mi piace: comprendo che alla base ci sia la volontà di non semplificarlo troppo per non incappare nel continuo trick che spopola su FIFA, ma una minore complessità nell'eseguire le finte o soltanto un aggiramento, così come liberarsi di una certa legnosità ancora presente, sarebbe molto gradita.

Ancora: i movimenti dei difendenti a palla contesa, quando per dirne una arriva dall'alto con un rinvio dal fondo o un cambio di gioco, sono piuttosto incerti e capitano situazioni in cui addirittura la palla rotoli senza che nessuno degli utenti sia riuscita ad accaparrarsela.

Ancora: le animazioni ci sono, alcune sono anche spettacolari come nel caso dei portieri, ma il modo in cui vengono presentate è innaturale e rivela come il lavoro da fare sotto il profilo tecnico sia tuttora tanto.

Ci sono torsioni che non hanno corrispondenza nella realtà, ovviamente visto che provocherebbero distorsioni o figuracce, ad esempio nei portieri che su tiri fortissimi lasciano la porta scoperta e schiaffeggiano il pallone ad una mano, o quando si prova a calciare con un destro dalla sinistra.

Ancora: gli arbitri non hanno molto chiaro il concetto di entrare sulla palla o di avere un contatto fisico con un avversario, e fischiano a prescindere sventolando anche dei cartellini inspiegabili; il tiro, aspetto parecchio importante come potrete immaginare, non risponde alla propria idea di conclusione e non soddisfa sempre, portando a numerosi gol divorati davanti al portiere.

Un aspetto curioso, questo, se consideriamo che talvolta si segna da fuori area caricando meno di quanto non lo si faccia in area sparandola alta o addosso al portiere senza riuscire ad angolarla; è una meccanica un po' volatile, insomma, che per la rilevanza che ha andrebbe rifinita a dovere.

PES 2020 è non solo diverso, aggettivo che abbiamo potuto usare tutti sui suoi predecessori, ma è probabilmente pure migliore nella lettura di cosa sia davvero il calcio e di come questo sport si esprima nell'intera durata di una partita. Ha tanto da migliorare ma, se guardo a dove siamo partiti la generazione scorsa, quanta strada ha fatto.

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