Quest’anno, specie nell’ultimo periodo, ho avuto modo di giocare un numero improbabile di puzzle game, tutti, per fortuna, di una notevole fattura, come Kine per esempio, che mi ha fatto stare sveglio più di una notte a pensare ad un buon motivo per non dargli un perfect score.

Ad oggi effettivamente ho capito perché alla fine della giostra non sono riuscito ad assegnarli quella doppia cifra, ma lo scoprirete assieme a me se avrete tempo e voglia di proseguire nella lettura di queste recensione.

Kine è un gioco si cui mi sono letteralmente innamorato durante il suo trailer di presentazione all’interno di un Nintendo Direct, nonostante poi il titolo lo abbia giocato su PC: il video mostrava un’estetica da paura unita a delle meccaniche abbastanza fumose da essere comprese all’interno di un semplice trailer.

Bramavo di provarlo con mano e, per fortuna, ho avuto modo non solo di provarlo ma anche di sviscerarlo in ogni sua più piccola sfaccettatura imparando ad amare ogni singolo livello messo in scena dagli sviluppatori.

Il gioco è incredibile per quattro aspetti: l’estetica, la colonna sonora, il game design e la narrazione, probabilmente uno degli aspetti più sorprendenti della produzione visto la pochezza della stessa all’interno degli altri esponenti del genere.

Iniziamo l’analisi proprio da quest’ultimo punto.

Kine è ambientato nel favoloso e criptico mondo del Jazz, il mio genere musicale preferito, nel quale interpreteremo la personificazione di alcuni strumenti musicali intenti a scalare le vette del successo formando una band che vuole e deve scalare le classifiche.

Tutta la storia principale si articola proprio su questo filone narrativo lasciando poco spazio a tutto il resto che viene invece sviscerato e messo in luce dalle varie missioni secondarie, sbloccabili come percorsi alternativi durante lo svolgimento della main quest.

Grazie a questi snodi della trama avremo modo di conoscere meglio i protagonisti e i loro rapporti personali, quelli con il mondo della musica e del lavoro: insomma, queste “route” secondarie serviranno non solo a farci prendere confidenza con alcune nuove meccaniche ma anche per scendere nel dettaglio della caratterizzazione dei personaggi.

Il risultato è una profondità narrativa da pelle d’oca con momenti di pura magia che fanno si che il titolo si ponga su un livello decisamente superiore ai suoi competitor che non possono e non vogliono fare della narrazione una delle loro caratteristiche dominanti.

Direttamente collegato all’aspetto narrativo di Kine abbiamo il suo eccellente game design nato, come spesso accade per i capolavori del genere, da un’idea tanto stupida quanto esageratamente brillante: lo scopo è arrivare dal punto A al punto B della mappa… rotolando.

Ogni strumento è cubico nella forma e ogni faccia dello strumento ha azioni particolare innescabili con il tasto A: ad esempio il tamburo ha due “facce” che si allungano, il che gli permette sia di elevarsi di un livello rispetto al suolo, sia di spingersi (o spingere) lungo le pareti.

Allo stesso tempo quest’asta retraibile è un ostacolo al suo rotolare su livelli per raggiungere l’obbiettivo il che complica notevolmente la gestione della mappa.

Ogni personaggi offre un differente tipo di gameplay legato proprio alle peculiarità di movimento dello strumento, disegnate sulla base funzionale dello strumento in questione: il trombone, ad esempio, potrà eseguire due diversi “allunghi” dovuti alle aste con cui è formato.

Il gameplay ricorda molto da vicino Sausage Roll, uno dei miei puzzle game preferiti, che offre uno spunto molto simile per la risoluzione degli schemi anche se Kine riesce a prenderne egregiamente le distanze nella composizione di ogni singolo livello di gioco.

Interessante è il modo in cui, capitolo dopo capitolo, il gioco continui a cambiare e rinnovarsi offrendo una profondità di gameplay tale che solo The Witness era riuscito a fare nel corso degli anni con il genere.

Non solo, Kine riesce anche ad amalgamare perfettamente la sua struttura narrativa con quella dei design dei puzzle con un risultato sorprendente e oltre ogni più rosea aspettativa.

C’è un punto del gioco, ad esempio, in cui con il tamburo e il pianoforte troviamo un ingaggio per una società che compone jingle pubblicitari: un modo come tanti per riuscire a pagare le bollette, come ci informa il gioco stesso.

Ecco, questo capitolo, squisitamente facoltativo, ci mette di fronte lo stesso livello per n volte e ognuna delle quali si differenzia dalle altre per la composizione iniziale. Ecco che, in modo strabiliante, il livello sembra essere sempre differente, ma non solo.

Con questo espediente di design gli sviluppatori riescono anche a comunicarci la ripetitività e l’alienazione del lavoro d’ufficio riuscendo, con poco, a raccontare uno spaccato di realtà.

Ora immaginare idee di questo tipo ripetute all’infinito all’interno di Kine e potete farvi un’idea della grandezza di questa produzione.

In conclusione non resta che analizzare gli ultimi due punti: colonna sonora ed estetica. Sul primo non posso che chiedervi di ascoltare ogni traccia jazz presente nel titolo e rimanere estasiati dalla qualità delle tracce che ben si amalgamano all’interno del mondo di gioco raccontando, anche loro, una storia.

Esteticamente siamo di fronte ad un piccolo gioiellino. Parliamo di uno stile che o lo si odia o ci si innamora, senza mezze misure e che, a mio avviso, è uno fra i più belli mai visti all’interno di una produzione di questo calibro.

Cosa c’è che non va in Kine allora? Beh, è un gioco che non si ha voglia di giocare. È uno di quei giochi di cui non ti alzi con il pensiero al mattino, che non hai voglia di avviare ma che, quando lo fai, ti ci perdi per ore e ore e ore continuando a chiederti perché diamine non lo hai avviato prima.

E così via.

Disponibile per PC (versione testata), PlayStation 4, Nintendo Switch e Xbox One.