Vedete, è arrivato quel momento dell’anno in cui sono rientrato a casa per le ferie, dai miei genitori e dal mio fratellino, e, come ogni anni, è partito quell’orribile, orribile, momento in cui, nonostante l’età, mi sento vecchio e completamente fuori dal mondo.

Quest’anno in particolare il gap generazionale con il mio fratellino era tale da farmi cadere dalle spalle quel pesantissimo mantello da “super-eroe” che lui mi aveva messo addosso facendomi diventare semplicemente “il fratello maggiore” e poco altro. O almeno io ho sentito allentarsi il nodo di quel vestito.

Ho avuto modo di osservarlo sia da solo che con i suoi amichetti invitati alla sua festa di compleanno (ha compiuto 10 anni) accorgendomi di quanto le generazioni fossero cambiate e di quanto il gaming e i videogiochi si siano evoluti in questi anni lasciandomi irrimediabilmente indietro.

Non vuole essere un articolo in cui parlo dei “miei tempi” e di quanto meglio fosse prima perché non so quanto prima fosse effettivamente “meglio”, ma di certo non riesco a stare “tranquillo” nell’osservare i cambiamenti che sta vivendo il medium, soprattutto nei confronti delle nuovissime generazioni, quelle che stanno crescendo a pane e Fortnite.

Riassumendo in pochissime parole la sensazione che ho avuto trovandomi in mezzo a quei bambini, posso dire che mi sono sentito come mio padre quando io avevo la loro età: capivo una parola ogni 10 all’interno dei loro discorsi ed ero completamente ignorante ogni volta che mi ponevano una qualsivoglia domanda.

fortnite

La sensazione era ancora più strana pensando che io, quei videogiochi di cui parlano li ho giocati: ho giocato a Fortnite un numero decente di ore quando era in beta e ho giocato per un mesetto abbondante a Brawl Star e tutto il resto della compagnia, per poi abbandonarli completamente dopo aver appurato che non si tratta di titoli nelle mie corde.

Ma cosa è diventato il videogioco oggi per questi ragazzetti? Come si è evoluta la loro percezione del medium che fa si che chiedano ai genitori di acquistare console da 400 euro per giocare un titolo free-to-play e spendere secchiate di soldi per skin e altro?

Mio fratello gioca Fortnite su Switch, una console su cui possiede anche LEGO Harry Potter e la ‘N Sane Trilogy di Crash Bandicoot, ma che viene accesa solo ed esclusivamente per comprare “v-bucks” e aspirare ad una vittoria reale.

I suoi compagnelli ci giocano quasi tutti su PlayStation 4, ancora una volta acquistata solo ed esclusivamente per giocare il free-to-play di Epic, un pensiero che da solo mi fa rabbrividire. Ma evidentemente sono io che sono eccessivamente vecchio e non riesco a capire certi aspetti del videogiocare oggi.

Con ogni probabilità avrei fatto lo stesso se all’epoca avessi avuto a che fare con questo tipo di stimoli e con questo tipo di tecnologie.

Vedete, mio fratello trascorre una buona parte delle sue ore dedicate agli schermi (che per fortuna sono limitate ad una manciata) su YouTube dove guarda assiduamente due creator che giocano su Fortnite, su Minecraft e GTA. “Così imparo” dice, e io non posso fare altro che pensare a quando si andava a casa degli amici bravi per veder giocare loro ed imparare qualcosa da chine sapeva più di noi.

Oggi guardano degli “estranei” sul web per imparare a giocare finendo per rimanere intrappolati in un loop di intrattenimento che trasforma i vecchi consigli dell’amico bravo in spettacoli che, alla fine dei conti, li spingono a non giocare e continuare a guardare giocare loro.

Ho visto Daniele (è il nome del mio fratellino) giocare effettivamente a Fortnite meno di quanto l’ho visto guardare Fortnite in questi giorni, ed i momenti in cui giocava erano costellati da visite eterne nello shop sbavando dietro a skin e balletti con tanto di piagnucolii per avere codici con cui comprare la valuta di gioco.

Per smuovere un po’ le cose gli ho prestato, per questa settimana, CTR, su Switch, sapendo quando gli piacciono i giochi di corse scostando le tende su uno scenario ancora più raccapricciante: i ragazzetti (o almeno una buona parte) oggi non sanno giocare, educati così alla cultura del “tutto pronto e subito”.

Ecco, dunque, che dopo la prima gara persa mi ha chiesto di vincergli quel primo trofeo, una cosa che ho fatto con una buona voglia ricordandomi di quando anche io, alla sua età, chiedevo ai miei cugini di farmi vedere come si superavano momenti piuttosto complicati per me.

Crash Team Racing Nitro Fueled

Il primo trofeo è diventato i primi due ed infine i primi tre: ero diventato il suo “youtuber” personale. Voleva vedermi giocare senza nemmeno provare a farlo da solo perché troppo difficile. “Salva io non ce la faccio”.

Non tutto mi è sembrato perso però: durante il suo compleanno, quando il 98% dei bambini discutevano di Fortnite utilizzando parole di cui disconosco il significato, qualcuno fra loro ha azzardato un “ma sempre di Fortnite parlate! Non possiamo giocare o parlare di altro?”.

Mi sono illuminato. Qualcuno c’è, qualcuno che non è rimasto irrimediabilmente intrappolato in questo “nuovo modo di videogiocare” esiste e potrebbe essere quel qualcuno che ristabilirà gli equilibri nella Forza.

In questa settimana mi sono sentito vecchio, terribilmente vecchio. Sono diventato uno di quei cultori de “ai miei tempi”, sono diventato io quello “cattivo”, quello retorico, quello che “vecchio è meglio” e, forse un pochino, mi è piaciuto.