Non prendiamoci in giro: Borderlands 3 è la definizione intrinseca del concetto di more of the same, ovvero di un prodotto che arriva sul mercato rifinendo le qualità e le quantità dei predecessori senza stravolgerne la formula, possibilmente di successo.

La strada scelta da Gearbox Software, nonostante il lasso di tempo presumibilmente eccessivo che è stato necessario per questa nuova uscita, è del resto comprensibilissima.

Dal lancio del primo capitolo ad oggi, il genere degli sparatutto con una prerogativa “shooter looter” ha preso piede ed è diventata, con la declinazione di “service game”, un caposaldo dell'industria dei videogiochi.

Ne abbiamo visti di tutti i colori, da Destiny a The Division, da successi a buchi nell'acqua clamorosi, come ad esempio il secondo capitolo della serie di Bungie o il recentemente introdotto in EA e Origin Access Anthem.

In quest'ottica, la mossa migliore che la software house di Randy Pitchford potesse fare era appunto rimanere se stessi, sia per una questione di orgoglio – noi ci siamo arrivati per primi e non cambieremo per voi – sia per il fatto che quella formula funzionava esattamente com'era, e modificarla sarebbe stato un azzardo e un rischio francamente non richiesto.

Del resto, a provare la bontà della ricetta dello studio texano c'è ancora il successo di Borderlands 2, un titolo che prima del lancio del nuovo capitolo si aggirava costantemente sul milione di utenti attivi mensilmente nonostante fosse in pratica di una generazione fa.

Ci ho passato l'intero fine settimana e, sebbene abbia bisogno di più tempo per capire come il gioco si farà giocare una volta finita la campagna, se vi dicessi che l'abbigliamento di more of the same di cui si è vestito Borderlands 3 mi sia mai pesata, beh, semplicemente mentirei.

Anche perché in Borderlands 3 ho scorto un capitolo più maturo rispetto ai predecessori, uno che sa bene quali siano i suoi punti di forza e trovi un certo piacere nello sfruttarli, un po' come se fosse un fan service ma senza seni prosperosi e glutei in bella vista (ok, ce ne sono un po', forse non è perfettamente calzante come esempio... ma ci siamo capiti).

Per cominciare, la storia. Non siamo di fronte ad una sceneggiatura che varrà l'Oscar, e Gearbox lo sa benissimo, per cui la formula dei due villain in stile Far Cry New Dawn viene acquisita e destrutturata in modo tale che non sembri volere mai essere troppo seria.

Nei cattivi di Borderlands 3 c'è complicità, sia tra di loro che con il giocatore, e si creano un paio di momenti davvero esilaranti nei quali fai fatica ad odiarli; la penna dello sceneggiatore non ha mai l'intenzione di creare un contraltare, soltanto una maschera che assolva alla sua funziona ma nello stile tipico della serie.

A questo tono spassoso contribuisce anche la natura di vero e proprio all-stars del gioco, che presenta un cast che si propone come la summa di tutti i migliori personaggi sparsi per i capitoli precedenti.

Ciascuno di essi porta il proprio massiccio peso in termini di carisma e la cosa si sente sia che si parli di missioni principali, dove ad esempio Rhys di Tales from the Borderlands riveste un divertentissimo ruolo di primo piano, sia di secondarie, in cui, per citarne una, Moxxi spadroneggia.

Grazie a questa iniezione importante di caratteri, ma probabilmente non solo, ho avuto l'impressione di un titolo che abbia maggiore personalità a confronto con i predecessori, nonostante l'assenza dichiarata di Jack il Bello che era un vero e proprio catalizzatore in questo senso.

E proprio le missioni secondarie hanno bisogno di un mini approfondimento, dal momento che alcune, per qualità della scrittura ma anche per i posti in cui ti portano, sono al livello delle principali e sarebbe davvero un peccato perdersele.

Ero partito come faccio sempre in giochi sandbox/open world con l'intenzione di coprire la maggior parte possibile di contenuti della storia prima di concedermi qualche deviazione, e intorno al livello 13 ho dovuto deviare da tale proposizione perché ad una missione di livello 17 ho preso schiaffoni per un'ora e mi è parso il caso di pompare un po' i muscoli del mio FL4K domatore; ovvero, affiancato da una bestia che ho portato alla terza evoluzione e che si è rivelata un'alleato d'eccezione, sia per gli attacchi che è in grado di sferrare e per la “presenza” che distoglie l'attenzione dal protagonista, sia per le abilità passive.

Ebbene, se è vero che ci sono quest di poco conto che si traducono in taglie racimolabili qua e là, le secondarie assegnate dai personaggi storici del cast durano esattamente come le primarie oltre mezz'ora (mi sono parse più lunghe e articolate sebbene non spicchino per level design, ad eccezione forse di un livello “lunare”) e si concludono in una boss fight, rivelando una dignità sia narrativa che ludica di alto livello.

Si tratta di una splendida notizia dal momento che capita, com'è successo a me, di doversi fermare con la storia e prendersi un momento per “grindare”, un'operazione che in genere può seccare ma in questo caso è piacevole, e spassosa anche per i toni usati, esattamente come il progredire nella main quest.

A me il claim dei precedenti Borderlands sul numero delle armi non ha mai fatto né caldo né freddo, anzi a dire il vero ho sempre trovato la proceduralità in questo senso abbastanza dispersiva e un disincentivo a livello di personalità. A questo giro, non so ancora se ci siano una ragione più fredda del semplice impatto emotivo, ho trovato le armi più identificabili, sia come comprensione di ciò che possono dare e fare, sia sotto il profilo del feeling che puoi averci.

Al livello 19 ho ancora solo tre slot su quattro ma riconosco che mi sono bastati ampiamente: uno per il cecchino, uno per il fucile d'assalto e l'altro per un pompa, sostituito giusto poco fa con una pistola velocissima da cinque colpi a caricatore che assolve allo stesso compito (e scatena un numero impressionante di attacchi critici).

Creandomi questi “compiti” per ogni slot nel mio inventario ho fatto in modo di avere sempre ben chiaro cosa sostituire con cosa, al reperimento di nuove armi sul campo di battaglia, tenendo come faro principale il grado di rarità e il punteggio del ferro. Dovrò approfondire il funzionamento delle mod che, a quanto pare, hanno un impatto di non poco conto sulle prestazioni.

Da venerdì a domenica sera ho totalizzato una quindicina d'ore di gioco e con questo ritmo per la fine della settimana dovrei essere pronto per la recensione di Borderlands 3, per cui non manca molto al nostro verdetto conclusivo. Con queste prime valutazioni, però, immagino abbiate potuto farvi un'idea di dove andremo a parare, per un titolo dal quale è difficile staccarsi come, e forse persino di più, i diretti predecessori.