Per lavoro e per passione mi dedico molto all'aspetto della cronaca videoludica, seguendo le news costantemente da anni, e non passa volta in cui si parli di Supermassive Games senza che venga buttato lì un “ma Until Dawn 2?”. Le speranza che si faccia un seguito di Until Dawn sono ormai sopite, vista la svolta multipiattaforma della software house inglese, un po' snaturata e sfiancata dalla lunga parentesi nel campo della realtà virtuale.

Ad ogni modo, però, lo studio ha riconosciuto nella creazione di quel genere di esperienza, nel solco b-movie e teen horror, la sua principale qualità e con mio sommo apprezzamento ha deciso di tornare a percorrerlo con The Dark Pictures Anthology.

The Dark Pictures Anthology è di fatto una collana di piccoli racconti dell'orrore, che si susseguiranno (a quanto sembra) su una base annuale e avrà un filo conduttore unicamente nel personaggio del Curatore. Un esperimento interessante, se consideriamo che l'industria dei videogiochi, perlomeno quella che risiede sotto il vessillo dei tripla-A, ci ha abituato col tempo a progetti sempre più grandi e dai tempi sempre più dilatati, nonché dai costi (per chi li fa e chi li acquista) sempre più difficili da sostenere.

Man of Medan è il primo frutto cresciuto sull'albero di questa antologia, e dopo aver giocato con le sue diverse sfaccettature possiamo ritenerci generalmente soddisfatto di come sia maturato, sebbene foriero di alcuni marchi di fabbrica negativi di Supermassive.

Abbiamo in Until Dawn una sponda molto utile per capire di che gioco si tratti, e non rifuggiremo dall'utilizzarla sia per comodità sia per permettervi di comprendere al meglio quale sia l'argomento della nostra discussione. Dall'esclusiva PS4 di inizio generazione rimane il concetto di effetto farfalla, sotto un'altra denominazione chiaramente, che prevede che ad ogni azione corrisponda una reazione, e che questa reazione possa portare alla morte dei personaggi con cui di volta in volta andremo a giocare.

Questa meccanica è ben sviluppata lungo tutta la storia ma, similmente ad Until Dawn, rischia di bruciarsi quando vedi il tuo personaggio morire dopo tre quarti di avventura soltanto perché sbagli un minigioco (e, come vedremo, neanche troppo per colpa tua).

A me è capitato di avere due protagonisti passati a miglior vita praticamente nelle battute finali, quando mi era parso evidente che li avrei condotti fino alla fine del gioco, e solo per un QTE non andato a segno; posso garantirvi che la sensazione non è stata piacevole, per quanto vedere il titolo “rispondere” ad un tuo (mancato) input con conseguenze estreme è di per se motivo di divertimento.

Alcuni minigiochi, come ad esempio quello che prevede di poter far restare nascosto e in silenzio un personaggio eseguendo un quick time event in stile rhythm game, risultano quantomeno ambigui, dal momento che in un certo momento funzionano come ti aspetteresti e in un altro, pur essendo tu convinto di averlo completato nella maniera esatta, ti ritrovi a fallirlo senza capire dove sbagli.

Quando un mismatch tra l'intenzione e il risultato ha un impatto tanto importante sul gioco, ovvero ti fa morire un personaggio, è pacifico che l'utente possa incappare in una certa frustrazione o porsi domande circa la qualità della realizzazione di questo o quel minigioco.

Per il resto, le interazioni non sono moltissime ma sono comunque piacevoli, alcune dei quali ormai capisaldi dell'investigativo (come ad esempio la possibilità di voltare un documento per scoprire cosa ci sia scritto nella sua faccia posteriore) e altri assai graditi quali la gestione manuale della torcia per mettere in risalto una data porzione degli ambienti.

Rispetto ad Until Dawn, ancora, Man of Medan ha un cast di personaggi più raccolto (palesemente, insieme ad altri particolari, per ragioni di budget) che da un lato riduce la durata dell'avventura, riconducibili ad un circa quattro ore, dall'altro consente di approfondire meglio i rapporti tra di loro e tra il giocatore e i protagonisti, laddove nel precedente exploit a volte si finiva per non ricordarne neppure i nomi o le caratteristiche principali.

A disposizione abbiamo infatti non solo un dispositivo che ci consente di decidere se compiere un'azione o un'altra, ma anche una bussola grazie alla quale sappiamo fin da subito l'impatto che quanto faremo avrà sugli altri personaggi al nostro fianco, e uno schema nei menu di pausa che riassumerà la qualità delle relazioni tra di loro. Una sfumatura che difatti fa la sua comparsa in un titolo della casa britannica per la prima volta in Medan e che gli conferisce una dimensione aggiuntiva.

Indubbiamente, non siamo di fronte ad un horror vero e proprio ma ad una declinazione quasi fanciullesca del genere, fatta di (pochi) jump scare e un livello di tensione tenuto sempre su una soglia controllata. L'intento, è apparso chiaro almeno in questa prima avventura “esplorativa” in ogni senso dell'antologia, era permettere un po' a tutti di avvicinarsi al prodotto, senza timori di cadere nella trappola di una tipologia di videogioco che per anni ha creduto di aver perso il proprio appeal.

Non so se la seconda avventura, Little Hope, manterrà queste prerogative, dal momento che pare aver tratto ispirazione più da Silent Hill che dai precedenti lavori di Supermassive (e mi sto già fregando le mani, per quanto mi riguarda). Di certo, con Medan siamo di fronte ad una storia più corposa rispetto alla semplice leggenda, che non si abbandona alla componente sovrannaturale ma cerca di tratteggiare una mitologia e dare una spiegazione a determinati avvenimenti che, senza scendere nei particolari, capitano nella narrazione.

Tuttavia, alcuni passaggi sembrano un po' forzati, come ad esempio le motivazioni dell'arrivo sulla nave della Seconda Guerra Mondiale - in cui si svolgono i fatti - che fa da incipit all'intero gioco, e taluni riferimenti vengono buttati lì senza venire raccolti in seguito.

Sicuramente, l'idea del “multiplayer” della modalità Serata al Cinema - grazie alla quale interpretare ognuno un singolo pg - è una di quelle vincenti, che può dare una connotazione importante non solo a questo gioco ma all'intera antologia, dal momento che le fa compiere un salto dall'essere un'esperienza limitata a quattro ore ad una che si può vivere e rivivere in una serata con gli amici.

Ne abbiamo parlato meglio qui ma, nel complesso, è un tipo di iniziativa che mi piace molto e che a quanto stiamo vedendo in giro raccoglie parecchi proseliti nell'ambito del game design, e penso anche al recente Erica di Playlink che si poggia su prerogative simili.

Se non altro, dà un motivo per ripercorrere l'intera storia oltre al vedere come questo o quel personaggio si possa salvare oppure come reagisca il gioco una volta che un protagonista riesca a non rimetterci le penne; di per sé già interessante, questo è palese, ma farlo (o farlo fare) in compagnia come mi è successo è un altro discorso. Non è un caso che il multiplayer “liscio” per due giocatori sia passato così in secondo piano al suo cospetto.

Man of Medan è, infine, doppiato in Italiano e, sebbene l'interpretazione abbia dei bassi paurosi specialmente nella parte iniziale, questo non farà altro che avvicinare una parte della popolazione che (non mi fa piacere sottolinearlo ma è così) “spaventata” più dal pensiero di avvicinarsi ad un prodotto in Inglese che dal giocarne uno horror.

Nonostante qualche limatura da apportare sulla “formula Supermassive”, The Dark Pictures Anthology parte con il piede giusto, mettendo in mostra un potenziale notevole che va ben oltre la durata della sua storia (un aspetto che non mi è dispiaciuto, avendomi permesso di completare la prima run in una serata libera): Man of Medan è un'esperienza piacevole e rigiocabile, offerta, dettaglio non da poco, al prezzo giusto di 30 euro.

Disponibile per PC, PS4 e Xbox One (versione testata)