Potessi utilizzare due parole per descrivere il mio videogioco ideale queste sarebbero piattaforme e sangue: sono un fan sfegatato di qualsiasi gioco in due dimensioni che faccia un uso intensivo del platforming e un utilizzo smodato del sangue.

Non saprei trovare una vera e propria motivazione dietro a questo mio apprezzamento di questi due elementi, ma pensando ad un titolo che possa essere in effetti la summa delle mie erezioni videoludiche, di certo da ora in avanti Blasphemous sarà il candidato ideale.

Seguo il progetto fin dalla sua prima apparizione su Kickstarter su cui apparve due anni fa circa. A colpirmi c’era un terzo elemento particolare: l’uso eccessivo di un’iconografia religiosa, nella fattispecie cristiana, nella costruzione di nemici, mondo di gioco e “lore”.

Non mi sono mai avvicinato troppo a videogiochi che trattano così nel profondo temi religiosi ma ho sempre nutrito una profonda curiosità verso questo tipo di temi, al punto da essere incredibilmente interessato a quello che Blasphemous avrebbe avuto da offrire in termini narrativi oltre che puramente estetici.

Dalle prime immagini era possibile fin da subito assaporare una conduzione artistica degna di nota con un’attenzione quasi maniacale ai particolari di livelli di gioco e nemici che riportano tutti elementi biblici e cristiani, nonché una fortissima ispirazione alle architetture spagnole.

Difficile non innamorarsi del comparto tecnico di Blasphemous così come è facilissimo detestarlo: siamo di fronte ad una pregevolissima pixel art che riesce come pochi altri stili a restituire un’atmosfera così cupa, asfissiante ed agghiacciante. Allo stesso tempo l’uso eccessivo, per qualcuno, di sangue, mostruosità deformi e incubi biblici potrebbe far storcere il naso a più di una persona.

Ma Blasphemous non è solo arte visiva, parliamo di un titolo i cui due punti di forza principali, nonché i pilastri portanti dell’intera produzione, sono il level desgin e la narrazione.

I Souls in due dimensioni oramai hanno raggiunto quasi tutti un livello quasi impeccabili in termini di level design, ma Blasphemous riesce a fare quel passo in più nella sua costruzione delle aree di gioco e dei livelli dando vita ad un mondo interconnesso talmente interessante da esplorare da are quasi paura.

La profondità di ogni dungeon è altissima, aiutata da alcuni puzzle ambientali piuttosto carini e degni di nota e da alcune piccole idee geniali che riescono a conferire all’esplorazione quanto basta per far scorrere il contatore delle ore senza quasi accorgersi che si è fatto tardi.

Allo stesso tempo la narrazione, molto criptica, riesce a tenerci incollati allo schermo a seguire le gesta del Penitente, un individuo di cui non sappiamo niente se non il fatto che si tratta dell’ultimo di un culto molto particolare che sembra essere stato smantellato dal mondo.

Non conosciamo i dettagli della sua missione, ma fra dialoghi e descrizioni degli oggetti possiamo un po’ ricostruire la storia del mondo di gioco che, dialogo dopo dialogo e descrizione dopo descrizione ci apre uno scenario agghiacciante in cui un popolo, troppo schiavo della religione e della superstizione è arrivato a deformarsi e divenire una mostruosità indicibile.

La religione e il culto del peccato sono elementi radicati all’interno del mondo di gioco, un mondo in cui gli abitanti flagellano se stessi fino alla morte, o fino a divenire delle bestie immonde, pur di espiare le loro Colpe. Peccati così profondi da fare quasi male il cui unico sollievo è il dolore fisico, quello vero.

A farci compagnia all’interno di questo scenario c’è Mea Culpa, la nostra spada (unica arma prevista dal gioco) con la quale effettuare parry, lanciare benedizioni (magie per intenderci) ed, ovviamente, massacrare tutte quelle aberrazioni della fede.

Il titolo presenta tutti quegli elementi tipici di un Souls: checkpoint distanti su cui rinascere, una precisione maniacale nel combattimento e il classico recupero di qualcosa nel luogo della morte, che in questo casi si traduce nel recuperare le nostre Colpe.

Questo ci permette di recuperare il Fervore, l’equivalente del mana, con il quale possiamo lanciare le fortissime benedizioni e variare un po’ il combattimento.

Quest’ultimo si compone di una lunga combo da effettuare con un tasto o il repost di un attacco dopo aver effettuato una buona parata sugli attacchi dei nemici.

La progressione del personaggio avviene attraverso alcuni altari mediante i quali è possibile potenziare il Mea Culpa imparando nuovi attacchi, oppure attraverso alcuni “grani del Rosario” che se equipaggiati donano al Penitente maggiore difesa, resistenza a determinati attacchi e così via.

Blasphemous è un titolo difficile, sia nel gameplay che nella sua lettura, così come lo è per le tematiche trattate e lo stile piuttosto particolare ma proprio per questo siamo di fronte ad una di quelle perle così rare che lasciarsele scappare sarebbe un peccato.

Senza alcuna ombra di dubbio siamo di fronte al migliore souls-like in due dimensioni di sempre e, con ogni probabilità, al miglior souls-like in circolazione.

Sì, volendo possiamo definire Blasphemous come il Dark Souls dei souls-like, ma meglio di no perché odio queste definizioni spicciole. Vediamola così: Blasphemous è un titolo eccezionale e invece di leggere questa recensione dovresti averlo già comprato ed esserti lasciato assorbire dal viaggio di auto-flagellazione del Penitente.

Disponibile per Nintendo Switch (versione testata), PC, PlayStation 4 e Xbox One.