Man of Medan è un progetto molto interessante. Dopo Until Dawn e Hidden Agenda, Supermassive Games abbandona l’ala protettiva di Sony, passa a Bandai Namco ed ottiene il semaforo verde per la The Dark Pictures Anthology. L’idea è quella di produrre una serie antologica di videogiochi horror, ispirata alla cinematografia ed alla letteratura horror di un’epoca ormai lontana. Proprio come quella di H.P. Lovecraft, immortale autore della mitologia di Cthulhu.

Man of Medan è effettivamente un’avventura abbastanza lovecraftiana. Cinque ragazzi partono per un’immersione al largo alla ricerca di un relitto della Seconda Guerra Mondiale ma, dopo l’attacco di alcuni brutti ceffi, finiscono in una misteriosa nave da guerra olandese scomparsa durante il dopoguerra e riemersa nel 2019. La Ourang Medan era, per altro, una nave da guerra scomparsa realmente in condizioni misteriose, intorno alla quale aleggiano leggende e miti di ogni tipo.

A ben vedere, è il perfetto incipit di un’avventura per Il Richiamo di Cthulhu. Il che calza a pennello anche con il fatto che, per essere goduti a pieno, questo tipo di videogiochi vanno giocati calandosi perfettamente nei panni dei personaggi coinvolgi. Giocando di ruolo, di fatto, come si farebbe con un qualsiasi gioco pen and paper, da Dungeons & Dragons a Il Richiamo di Cthulhu. In Man of Medan, così come era in Until Dawn, c’è peraltro un comodo sistema per definire la psicologia dei personaggi attraverso delle parole chiave.

detroit: become human
Calarsi nei panni dei personaggi è importantissimo in titoli come Detroit: Become Human.

È paradossale come, quelle che per alcuni sono le avventure meno videoludiche di sempre, si possano rivelare in realtà i migliori videogiochi in cui fare roleplay. Su GTA V è tornato di moda il roleplay nei server online, per non parlare di serie come Baldur’s Gate, Dragon Age, Mass Effect, ed i più recenti Pillars of Eternity che sono per definizione dei giochi di ruolo, ma lì ci sono statistiche da considerare, build da costruire e combo di talenti ed abilità da affinare per creare il personaggio più forte possibile. Tutti elementi che, per definizione, trascinano via l’attenzione dal roleplay e dall’immedesimazione. Come i giocatori powerplayer di Dungeons & Dragons, che invece di calarsi nella storia intrecciata dal loro Dungeon Master non fanno altro che pensare a come poter infliggere più danni con il loro personaggio.

Quando in Detroit: Become Human bisogna fare una scelta è invece fondamentale, direi quasi imperativo, calarsi nei panni di Connor, Marcus o Kara, perché altrimenti crolla tutto. In quel caso oltre che nei panni dei singoli personaggi bisogna fare un altro lavoro, ovvero quello di pensare come un androide. Si può ovviamente giocare cercando di fare la scelta giusta, rompere il gioco per trovare il percorso migliore per vincere. In fondo una parte fondamentale del videogioco è la sfida, e di fatto questa può considerarsi come tale, ma si perde una componente portante di queste produzioni.

La narrativa degli interactive drama funziona al meglio quando il giocatore si sente pienamente coinvolto. Certo ci vogliono dei bei personaggi, una bella storia ed un bel background, e non sempre queste produzioni riescono nel loro intento. Non è facile destreggiarsi tra cinema e videogioco, dando al giocatore la possibilità di scegliere la propria storia ma, allo stesso tempo, essere sicuri che ogni percorso possibile sia egualmente soddisfacente una volta che i titoli di coda iniziano a scorrere.

Man of Medan
Il cast dei protagonisti di Until Dawn.

Infatti Detroit: Become Human ha delle storyline che, semplicemente, sono insufficienti in termini narrativi, mentre il claim pubblicitario recitava che “questa è la tua storia”. Life is Strange, che adoro oltre ogni confine spazio temporale di svariati universi, arriva ad un finale di tipo “A e B”, dove in uno dei due vengono annullate buona parte delle scelte fatte dal giocatore fino a quel momento. Beyond: Due Anime viaggia troppo nella fantascienza e, alla fine, rompe l’attenzione del giocatore che deve ricorrere fin troppo alla sospensione dell’incredulità.

Heavy Rain funziona molto di più, perché è un thriller scritto ad orologeria. Le avventure Telltale Games, quelle buone, funzionano quando hanno bei personaggi e quando riescono a farti sentire il peso delle scelte che devi fare. Until Dawn, nella sua semplicità, funziona perché parimenti al poliziesco di David Cage si impone di fare una cosa e farla bene: il b-movie horror d’autore con degli adolescenti, in cui l’unico scopo è far sopravvivere più persone possibili. Stessa cosa per Hidden Agenda e Man of Medan, anche se quest’ultimo poteva dimostrare molto di più.

Purtroppo, per via di un’avventura che dura solamente quattro ore, i personaggi sono molto accennati e difficilmente si riesce a capirne la caratterizzazione. Ma, l’esplorazione all’interno della Ourang Medan è esattamente ciò che ci si potrebbe immaginare durante una partita a Il Richiamo di Cthulhu. Certo per lo stesso discorso siamo di fronte ad una prosecuzione degli eventi abbastanza lineare, ma la struttura di base è perfetta per replicare un gioco di ruolo. In questo nuovo lavoro i Supermassive hanno anche codificato in maniera migliore le scelte da prendere nei dialoghi, che ora possono seguire il cuore (quindi più impulsive) oppure la mente (quindi più ragionate).

Man of Meda
Il Curatore della The Dark Pictures Anthology. Ovvero H.P. Lovecraft in versione gangster londinese.

Sarà interessante vedere come evolverà questo genere di videogiochi che, pur riconoscendone i limiti oggettivi, apprezzo molto e cerco di giocare sempre quando posso. In più, con Man of Medan è stata aggiunta una modalità multigiocatore molto interessante a due varianti. La prima è Storia Condivisa, in cui alla stregua di A Way Out (seppur con le dovute differenze), due giocatori interpretano simultaneamente due personaggi tra quelli coinvolti nella vicenda. Il dettaglio interessante è che, in questo modo, è possibile scoprire dei dettagli che altrimenti rimarrebbero oscuri.

Poi c’è la modalità Serata al Cinema, in cui i giocatori controllano un singolo personaggio e si passano il controller quando bisogna impersonare il protagonista che hanno scelto. In definitiva non è niente che si possa fare in maniera artigianale in single player, ma assomiglia radicalmente ad una sessione di gioco di ruolo cartaceo, in cui un gruppo di giocatori vivono un’avventura prendendo scelte tutti insieme, con l’obiettivo di risolvere un mistero.