C’è una cosa che ho sempre sopportato molto poco all’interno di un videogioco dalle forti tinte nostalgiche che si fregia di un livello di sfida old-school (come se fosse una prerogativa dei titoli di una certa epoca), ed è un design artificiale e artificioso da cui si genera questa tanto decantata difficoltà.

Avete presente no, tutti quei giochi che pubblicizzano un tasso di sfida molto alto che alla fine si traduce in un level design volutamente bastardo che cerca di mettere in difficoltà il giocatore con mezzucci poco carini che ottengono come unico risultato la frustrazione e un mancato senso di pace e soddisfazione a livello completato.

Whipseey and the Lost Atlas è uno di questi titoli ed è, senza troppi giri di parole, un gioco che ho detestato fin da subito. Lo confesso, non sono andato oltre il terzo livello dopo aver passato 5 ore circa sui primi due, e una scarsa sul terzo, perché mi ero rotto le cosiddette di essere preso in giro da un titolo che palesemente non voleva essere affrontato.

Ma come? Scrivo una recensione di un gioco in cui non sono andato oltre il terzo livello? E poi come funziona? 6 ore scarse per due livelli e mezzo? Devo essere proprio scarso.

Spoiler: non lo sono. Non in questo genere di giochi almeno, nei quali, senza troppa modestia, me la cavo egregiamente. Sono però, per fortuna o purtroppo, un giocatore che perde molto facilmente la pazienza: tendo ad alterarmi molto spesso quando inizio a morire costantemente e, se il gioco continua a non insegnarmi nulla, ovvero perdo nello stesso identico modo 10, 15, 20 volte succede che chiudo il gioco e lo disinstallo.

Whipseey and the Lost però dovevo recensirlo, quindi non potevo chiuderlo, disinstallarlo e fare finta di non averci speso un soldo. Quindi ci ho riprovato, e riprovato e riprovato prima di disinstallarlo e scrivere, sui miei appunti, un gigantesco V********O.

Parliamo un po’ del gioco però, perché a continuare così non potremo che andare semplicemente incontro ad uno dei miei classici monologhi in cui vomito il mio odio verso qualcosa su un foglio di carta digitale.

Quindi Whipseey and the Lost è un action-platform in cui impersoniamo Whipseey, un esserino rosa, che deve cercare di ritornare nel suo mondo. La trama, è chiaramente ridotta all’osso: noi siamo un ragazzetto che leggendo un libro ci finisce dentro e con l’aiuto di una principessa deve raccogliere delle pallette utili per ritornare umano e tornare a casa.

La prima cosa che balza all’occhio avviando il gioco è lo stile grafico che è di una dolcezza e di un meraviglioso davvero al di fuori dal comune. In effetti i disegni e le animazioni sono frutto del lavoro di Roy Nathan de Groot, un disegnatore freelancer che ha già collaborato all’estetica di piccole perle come Super Crate Box, Serious Sam: the random encounter e Luftrausers, tutti titoli che consiglio caldamente per gli amanti del genere.

Esteticamente quindi, Whipseey and the Lost rasenta la perfezione grazie ad un design di nemici, protagonista e mondo di gioco senza nemmeno una sbavatura: pixel perfetti, idee piuttosto convincenti e una palette di colori che rilassa e fa gioire gli occhi.  Sì, in effetti a guardarlo sembra un gioco eccezionale, e credo che questo sia stato il mio pensiero mentre accettavo di prendere in carico il suo embargo.

A livello puramente di gameplay il gioco funziona anche molto bene: abbiamo un tasto per saltare, uno per colpire i nemici con la nostra frusta (utilizzabile anche come “liana” per superare burroni particolarmente larghi) e uno per planare mentre siamo in volto (che poi è lo stesso del salto). Insomma, la classica semplicità dei titoli di una volta che con due bottoni in croce e quattro salti riuscivano a creare ore e ore di divertimento.

Dove sbaglia però il gioco? Nel suo design: i livelli durano troppo, presentano situazioni troppo ripetitive e ricorrenti e… non ci sono checkpoint. Credo che l’ultimo punto sia, in effetti, la più grave mancanza del titolo.

Immaginate di aver superato 7-8 sezioni del livello (ogni livello è diviso in piccole aree in cui andare dal punto A al punto B per poi giungere al boss di fine stage) e di essere di fronte ad un salto particolarmente complesso, uno di quelli che sembra impossibile, che vi costa tutte le 6-7 vite che avete accumulato.

Ecco, ora immaginate di dover ripetere tutto il livello, di nuovo, tornare in quel punto e perdere nuovamente tutte le vite. Iniziate a chiedervi cosa diamine state sbagliando, e non potete nemmeno fare troppe prove, perché sapete che se l’intuizione non è quella corretta dovrete ripetere, di nuovo, tutto il livello dall’inizio per tornare fino a quel punto.

E sapete come si supera quel salto alla fine? Nemmeno io, perché all’improvviso ci riesci, arrivi dall’altro lato, fai fuori un paio di nemici, superi altri due schemi, arrivi al boss e muori. Sì, e ricominci, di nuovo, tutto il livello dall’inizio.

Nella quasi totalità dei casi, quei dannati salti sbagliati sono il frutto di quella maledetta frusta da usare come liana, che ha una finestra di successo così piccola che per riuscire a padroneggiare quel genere di salti dovresti farne tanti. Purtroppo però ne esiste uno solo, a tre quarti del livello, dove muori e devi ricominciare di nuovo tutto e rivivere ancora una volta le sezioni inutili e infinite con una ripetizione continua di situazioni e nemici.

E i boss? I boss sono “stupidi”: ognuno di loro ha un pattern molto semplice da leggere e un punto cieco in cui non siete colpibili. Poi, ad un certo punto della loro barra della vita generano un attacco che spawna nemici, inaspettato, con cui si muore. Ah sì, si ricomincia il livello ovviamente.

Vedete, Whipseey and the Lost a differenza dei titoli del passato da cui prende spunto e che cerca di omaggiare, non riesce ad essere “educativo” nei confronti del giocatore: sbagliare un salto mille volte perché la finestra di successo di un input è proibitiva è stupido. Non stai imparando davvero, perché ci vogliono interi minuti prima di arrivare nuovamente li, minuti che bastano e avanzano per farti perdere la memoria muscolare di quel particolare salto. Il che si traduce in altri errori e la frustrazione sale, cresce, fino a quando non ne puoi più e lo lasci andare.

A fronte di un’estetica mozzafiato e di un’idea di gameplay seppur semplice, funzionale, Whipseey and the Lost non riesce a convincere assolutamente reo di un livello di sfida decisamente troppo alto per i motivi più sbagliati: il gioco ti spinge a perdere, al netto della tua abilità con i controlli. E questo non va mai bene, e chiunque sviluppi un titolo “effetto nostalgia” che preme su certi tasti dovrebbe saperlo ed evitare errori grossolani di questo tipo.

Disponibile per Nintendo Switch (versione testata), PlayStation 4, Xbox One e PC.