Dopo una lunga gestazione passata tra una release in accesso anticipato e la pubblicazione in esclusiva PC, Wreckfest, il nuovo titolo di Bugbear Entertainment, l'erede spirituale di FlatOut, e più alla lontana degli storici Destruction Derby, si presenta finalmente al pubblico console.

Lo fa con un messaggio leggermente confuso, a metà tra il racing arcade tradizionale e la gimmick delle corse più pazze del mondo, materie nelle quali si barcamena con successi alterni, aggirandosi tra la piattezza del game design di molti esponenti di questo genere l'eccitazione dovuta all'assurdità di turno.

Partiamo dal dire che Wreckfest è un gioco automobilistico che, nonostante la sua facciata possa tradire ben altre intenzioni, gode di una struttura ludica molto seria, con una campagna, un sistema di progressione basato su punti esperienza, auto da sbloccare ed acquistare e i relativi potenziamenti.

Questo atteggiamento serio alla materia corsistica non è collegato soltanto all'organizzazione dei contenuti ma si traduce anche in quanto possiamo vivere pad alla mano nei circuiti e nelle competizioni del gioco.

Il modello di guida simularcade è abbastanza godibile, dal momento che non evidenzia fenomeni ad esempio come il pattinamento o il classico giro intorno ad un perno come nelle produzioni Codemasters, ma non è neanche troppo punitivo e fondamentalmente ti consente di correre in maniera alquanto spensierata – sebbene in certi casi si senta la mancanza di una dinamica di rewind in stile Forza, visto che ti chiede spesso di prenderti dei rischi.

Quando prova ad essere un gioco di corse regolare annaspa un po', principalmente per mancanze dell'intelligenza artificiale sotto il profilo della competitività anche ai livelli di difficoltà più alti. Con quanti più aiuti disattivati fosse possibile e la difficoltà più elevata per quanto riguarda la pura IA, ci siamo quasi sempre ritrovati a vincere a mani basse o comunque portarci a casa tranquilli piazzamenti sul podio, sufficienti per guadagnarsi il successo finale nella competizione di turno.

Giocando con le diverse impostazioni abbiamo invece apprezzato come sia molto buona l'intelligenza artificiale invece riguardo alle meccaniche di “ostacolamento” della vittoria: gli avversari sono degli autentici kamikaze che, pur di non farvi arrivare in fondo, proveranno a tagliarvi la strada o a colpirvi direttamente per precludervi ogni possibilità, nel rispetto della visione che una corsa d'auto non è una semplice corsa ma più una guerra tipica del filone.

Wreckfest è però un gioco di corse che finalmente assimila e accetta il fatto che i giocatori nei racing abbiano la tendenza ad appoggiarsi alle altre auto se non a sbatterle fuori dalla pista – offline così come online -, e anzi trasforma questo modo di giocare in una feature, per cui se colpisci sei premiato con un bonus di punti mentre se vieni colpito sei incentivato a rispondere (in una sorta di sistema Nemesis) con una specie di moltiplicatore di questi punti.

I punti si utilizzano poi per salire di livello (vengono elargiti anche quando si finisce una corsa ecc.) e sbloccare nuove auto acquistabili, non molte però e spesso dimenticabili, o parti per potenziare quelle in garage, per cui come dicevamo abbiamo per le mani un racing strutturato su delle fondamenta credibili.

Invece la questione è diversa quando il gioco si attiene alle proprie prerogative a livello di destruction derby e quando non si prende sul serio, ovvero quando ti mette alla guida di un divano motorizzato o di un tosaerba. In questi frangenti dà il meglio di sé e rivela probabilmente la sua vena da “party game”, ovvero da gioco intorno al quale potersi stringere con gli amici per farsi delle grasse risate sia nel multiplayer online che (preferibilmente) in locale.

Sfortunatamente, nell'economia della campagna e nel tentativo di immaginare un design più consono al genere d'appartenenza, Bugbear ha forse dilapidato il tesoretto che questo genere di iniziativa poteva garantirgli, e si è impantanata spesso in corse già di per se piatte, rese ancora più piatte dall'IA poco competitiva.

L'ingrediente della lucida follia, però, quando c'è è divertente e appaga: parliamo ad esempio di corse su circuiti che abbiano intersecazioni pericolosissime tra diversi sensi di marcia, che quando ti presenti agli incroci ti tocca soltanto farti il segno della croce e sperare di non venire investito da una decina di vetture furiose, o per citare un altro caso spassoso, una gara in cui schiacciare il maggior numero di avversari a bordo di uno scuolabus.

Avesse scommesso soltanto su queste dinamiche probabilmente staremmo parlando di un gioco monco o di uno che non avrebbe presentato la giusta ampiezza in termini di offerta contenutistica, ma è certo che un maggiore coraggio nell'evidenziare i punti di forza della produzione non sarebbe guastata affatto.

Tornando all'impianto ludico vero e proprio, non possiamo omettere di menzionare il sistema di danni e collisioni, esteticamente molto gradevole nonostante in tante situazioni abbiamo assistito a cali di risoluzione dinamici per reggere il frame rate; lo stesso sistema di danno ha qualche carenza.

Il gioco è molto bravo quando c'è da rimarcare come le scocche di queste vetture da destruction derby siano praticamente di cartapesta, e la loro resa è oltremodo credibile al momento degli impatti (le vetture vengono a tutti gli effetti tranciate e arrivano a perdere le ruote minando di fatto le possibilità di arrivare al traguardo).

In tutto questo, la resa visiva è assai minuziosa e presenta quel piacere per il macabro che soltanto le competizioni dal sapore americano sanno instillare nei loro spettatori, per quanto, lo anticipavamo, non sempre il tabellario di danni subiti ha una corrispondenza reale al 100% con il feeling con la vettura post impatti e con le sue performance in pista.

Wreckfest è un racing atipico e spassoso che avrebbe potuto provare a puntare di più sui suoi fattori di unicità anziché cercare di piacere a tutti gli amanti dei racing. Un atteggiamento per il quale ha finito col proporre un prodotto che vive di alti, in cui spicca per la dose di follia e irriverenza che soltanto un destruction derby a base di tosaerba può fornire, ma anche di bassi, dove non riesce a spezzare la piattezza di un gioco di corse automobilistiche nella media.