Chi ha imparato a seguirmi su queste pagine avrà oramai compreso quanto io sia poco avezzo agli sparatutto, specie quelli in prima persona: si tratta di un genere verso cui ho sempre provato uno scarsi interesse al netto di alcuni titoli che sono riusciti a entrarmi dentro e che continuo a portarmi nel cuore.

Il problema è che non sono bravo a sparacchiare con il mouse (sono ancora peggio con un pad) e non ho mai avuto voglia di imparare nonostante in più di un’occasione il mio amore per il videogioco mi ha imposto di stringere i denti e godermi alcuni grandissimi capolavori.

Una di queste occasioni è arrivata quando Paolo, nella chat di redazione, ha proposto Ion Fury, un titolo di cui non avevo seguito nemmeno la controversa diatriba legale con il gruppo degli Iron Maiden dovuta al nome originale della produzione, giusto per sottolineare quanto io sia interessato al genere.

Ho cercato il gioco, ho aperto la pagina di Steam e mi sono innamorato di quello che credo essere uno dei migliori FPS che io abbia mai giocato nella mia carriera. È raro, rarissimo, che un gioco in cui si spara possa farmi innamorare tanto e per questo, quando ciò accade, si può star sicuri che si tratta di un bel gioco. O così almeno dice la gente che gioca uno “spara-spara” sotto mio consiglio.

Giustamente vi starete chiedendo cosa diamine sia questo gioco e come mai mi piaccia così tanto, e vi sarete anche rotti un po’ le scatole di questa introduzione apparentemente inutile ma fondamentale.

Ion Fury è uno sparatutto in prima persona dal fortissimo sapore retrò che prendere una fortissima ispirazione da grandissimi classici come Duke Nukem (probabilmente il titolo a cui deve di più) o Wolfenstein 3D.

La pubblicazione da parte di 3D Realms è poi la ciliegina sulla torta di un pacchetto di citazioni e riferimenti tali da rendere ion Fury una piccola lettera d’amore a quel genere di videogiochi sparatutto d’altri tempi.

Con la sua pixel-art e il suo feeling old-school, il gioco riesce fin dalle sue prime battute ad imporsi probabilmente come il miglior erede di quegli anni, una sorta di seguito spirituale di tutti quei titoli che negli anni sono andati perduti o si sono evoluti al punto da non sembrare quasi più gli stessi.

La storia narrata in Ion Fury è una celebrazione della banalità, come spesso accadeva nei titoli dell’epoca (il Duca ne è un esempio lampante), con l’unico scopo di dare un senso a battute taglienti, ad esplosioni cinematografiche e allo scorrere di fiumi e fiumi di sangue.

La protagonista, Shelly “Bombshell” Harrison, è stanca di disinnescare bombe (è la migliore in circolazione) e decide di iniziare e dare un sano esempio di crani che volano qua e la quando uno scienziato pazzo, il Dr. Jadus Heskel, decide di sguinzagliare in giro per la cittadina il suo esercito di transumani.

Esseri umani votatosi al culto della cibernetica per divenire androidi modificati, deturpati nell’aspetto e nel pensiero, con l’unico scopo di uccidere e dilaniare qualsiasi cosa respiri. E che vogliamo fare quindi? Non imbracciamo la nostra rivoltella e andiamo a far saltare qualche testa?

Sì, lo facciamo, e con quale stile!

Ion Fury ci presenta un gameplay velocissimo, ai limiti dell’assurdo, in cui la protagonista si muove su schermo con una velocità sorprendente, la stessa richiesta al giocatore per schivare, sparare e colpire tutto ciò che si frappone fra l bocca di fuoco della pistola e l’uscita dal livello.

Shelly non mancherà di deridere i nemici con commenti sarcastici e ricchi di citazioni (“Say my name” mentre crivella un androide a caso su schermo), commenti che ricordano molto da vicino il buon Duke Nukem e che ci strapperanno più di un sorriso in più di un’occasione.

Lo shhoting è divino: il feeling con le armi a disposizione è eccezionale, così come la varietà delle stesse che il gioco ci mette a disposizione per salvare il mondo dal piano folle e criminale del dottore.

Sparare e uccidere tutti quei cyborg è un piacere indescrivibile, un po’ perché le armi rispondono tutte egregiamente, un po’ perché le animazioni rasentano tutte la perfezione, al punto da farci dimenticare del tempo che sta passando mentre stiamo giocando.

Il titolo è composto da 7 zone, ognuna con un certo numeri di aree al suo interno tutte ricche di numerosi segreti da scoprire, e, ovviamente nemici da disintegrare.

Il titolo segue la filosofia di tutti i videogiochi di quegli anni: cerca le tessere colorate, apri le porte, prosegui fino all’uscita e così via fino ai titoli di coda, che arriveranno dopo una decina di ore circa in un susseguirsi di azione, esplosione e crani dei nemici calciati via.

Si, se correte nella direzione delle teste, Shelly le calcerà lontano. Sì, epico.

Ion Fury presenta un livello di difficoltà accettabile su “normale”, mentre diventa un inferno completamente fuori di testa nelle difficoltà più elevate (confesso di aver attivato la God Mode in alcuni punti per me proibitivi per portare a termine l’avventura) che rappresenteranno una picevolissima sfida per tutti gli amanti del genere.

In conclusione, Ion Fury è la lettera d’amore più sentita che io abbia mai vissuto verso un genere videoludico e verso un’epoca particolare. Una perla di rara bellezza che nessuno, detrattori del genere compresi, dovrebbero lasciarsi scappare. Difficile poter fare di meglio.

Disponibile per PC (versione testata).