Vi siete mai chiesti come funziona quel processo che porta alla creazione di una coscienza, alla creazione del pensiero e dell’uomo? Probabilmente sì, anche se non proprio in questi termini e, probabilmente, anche senza una risposta differente da ‘42’.

Come spesso accade con produzioni indipendenti e piccole però, alcuni sviluppatori di videogiochi provano a dare una loro personalissima interpretazioni a questioni filosofiche “spicciole”, che lasciano il tempo che trovano all’interno del medium, all’interno delle loro “piccole” opere videoludiche che, nonostante le semplici apparenze, racchiudono al proprio interno molto, molto, di più di quello che si potrebbe immaginare.

Etherborn è “solo” uno di questi tanti videogiochi disseminati fra gli scaffali, digitali e non, fra i quali siamo abituati a “passeggiare”, ed è uno di quelli che prova ad interrogarsi in modo criptico, forse anche troppo, sull’animo umano, sul processo creativo che porta alla nascita dell’uomo e al pensiero critico che lo rappresenta.

Diciamo forse che ci prova, poiché alla fine della scarsamente longeva esperienza di gioco ci ritroviamo con più domande che risposte, quasi come se gli sviluppatori stessi non avessero idea della meta a cui avrebbe dovuto condurre il viaggio dell’entità protagonista dell’avventura.

Un viaggio fatto di domande, di immagini, di parole, ma senza un senso apparente e che lascia il giocatore in uno stato di vuoto e sconforto alla fine di un’avventura che sembrerebbe non avergli trasmesso niente.

E in effetti Etherborn non trasmette nulla, e se giocandoci riuscite a trovare un senso alla sua scrittura criptica e alle sua retorica probabilmente state mentendo a voi stessi poiché Etherborn è quella classica produzione indipendente che incornicia un’idea di gameplay esagerata e un comparto artistico degno di nota, all’interno di una struttura narrativa futile, volutamente complessa, che non dice assolutamente niente.

Sì, è la classicissima supercazzola videoludica in cui si esplora l’animo umano con scappelamento a destra come se fosse Antani, nel quale se si sta molto attenti al procedere della narrazione ci si può accorgere anche che stuzzica se alzi il dito.

Per fortuna, come tutti i figli videoludici della retorica di Fusaro, Etherborn propone un gameplay così interessante e solido che quasi ci si dimentica degli imbarazzanti intermezzi narrativi in cui le parole scorrono casualmente sullo schermo senza un filo logico ben definito.

Pensate che il gioco funziona così bene che nonostante la sua durata scarsa di tre ore riesce a tenere chiunque incollato sullo schermo, ammaliato da quelle architetture “escheriane” che compongono il level design e che esaltano i puzzle così semplici nel concetto e sublimi nella loro realizzazione che non possono non piacere.

Sì, Etherborn è un puzzle game che potremmo riassumere come un “Monumental Valley in tre dimensioni” perché di fatto parliamo proprio di puzzle basati sulla “gravità” e sulla sua manipolazione attraverso le architetture del livello.

In parole più “semplici” possiamo camminare sul soffitto purché esista una strada che, se percorsa, ci conduce naturalmente sul soffitto. Esattamente come un quadro di Escher.

I puzzle sono basati su particolari sfere luminose che vanno individuate, raccolte e posizionate su particolari piattaforme per attivare determinati meccanismi all’interno delle aree di gioco che verranno così manipolate e “terraformate” per permetterci di proseguire dal punto A al punto B.

Ogni puzzle è basato sul corretto utilizzo di queste sfere, che possono e devono essere interscambiate fra i piedistalli in modo tale da riuscire a costruirsi una via verso la fine del livello.

I livelli sono cinque in totale di difficoltà crescente ma senza mai sfociare nel troppo frustrante: basta avere una buona capacità di osservazione ed essersi immedesimanti nella logica e nella fisica del gioco per riuscire ad arrivare senza troppi problemi al finale dell’intera avventura.

Il finale di Etherborn arriva, senza mezzi termini, troppo presto senza lasciare il tempo al videogiocatore di dire “wow, che bello questo gioco” che bam! Arrivano i titoli di coda e ci si ritrova con il pad in mano alla ricerca di una giustificazione per il tempo perso.

Bene sottolineare che le tre ore scarse del gioco sono sublimi e rasentano quasi la perfezione in termini di estetica e game design, ma hanno quasi l’aria di un rapporto interrotto a metà perché sono entrati i genitori in casa e tu devi rivestirti velocemente senza aver concluso niente.

Alla fine dell’avventura il gioco propone anche un New game Plus, con una difficoltà aumentata che si traduce nelle sfere luminose ancora più nascoste anche se in questa sua particolare iterazione il gioco perde tutta la sua magia sfociando nella più brutta artificialità della difficoltà che inizia ad essere “stupida”.

Le sfere nascoste nei cespugli o in luoghi che non puoi fisicamente vedere non rendono il gioco più difficile, lo rendono solo più “stupido” ma, “per fortuna” possiamo evitare completamente di giocarla.

Ma perché, allora, con tutti questi difetti è presente un numero tanto alto? Perché dovete giocarlo. È quasi impossibile descrivere a parole la sensazione che da il gioco pad alla mano, la si può descrivere semplicemente come “meraviglia”. Ecco, Etherborn è meraviglioso.

Disponibile per PlayStation 4 (versione testata), Xbox One, Nintendo Switch e PC.