Warhammer: Chaosbane è quel classico videogioco che nel nome e negli intenti ti fa rizzare tutti i peli del corpo, lasciandoti addosso una voglia e un hype fuori dal comune ma che, preso il pad in mano e iniziata l’avventura ti fa scivolare tutto via. Sì, è uno di quei videogiochi che non ti da niente, che ti prende tanto e ti regala quella terribile sensazione di insoddisfazione che ti spinge a chiederti per quale motivo hai deciso di avventurarti all’interno di questo mondo.

In questo caso il motivo è questa recensione, anche se il gioco avrei voluto tanto giocarlo lo stesso perché impazzisco, letteralmente, per il genere e per Warhammer, che per anni ho giocato sul tavolo di un negozietto vicino casa mia e per altrettanti mi ha assorbito nel mondo della pittura delle miniature.

Insomma, con Warhammer: Chaosbane ci troviamo davanti ad un hack’n,slash molto classico nelle sue impostazioni, che ricorda molto da vicino il buon Diablo o un Path of Exile, ma che nella realizzazione si avvicina molto di più ad un più recente Guardians of Ember: ripetitivo, noioso ed estremamente “chiuso”.

Le premesse narrative del gioco sono estremamente interessanti, così come lo è la scrittura generale nonostante la sua altalena di qualità: il generale Magnus riesce a sconfiggere le legioni del Caos capitanate da Asvar Kul, quando un ultimo sprazzo di male di avventa sul generale, all’interno della fortezza di Nun, facendo crollare nuovamente l’equilibro sottile che si era venuto a creare.

Per rimettere le cose a posto, e salvare Magnus, i quattro candidati sono il soldato Konrad Vollen, il mago Elontir, lo sventratore Bragi Axebiter e l'esploratrice Elessa, ognuno dei quali ha una sua particolare motivazione per unirsi alla battaglia che possiamo seguire nell’introduzione personalizzata che li caratterizza.

Video introduttivo a parte, il resto del gioco è identico per tutti i personaggi, al netto delle strategie e delle abilità di ognuno di loro che modificano sensibilmente il vostro approccio al gioco.

Partendo dalla selezione del personaggio possiamo iniziare a sentire una certa sensazione di chiusura: non è possibile personalizzare in nessun modo il nostro avatar, una scelta dettata da motivi narrativi direste voi, una scelta dettata dalla pigrizia dico io dopo qualche ora passata a premere ripetutamente il tasto X sul controller.

Il titolo non solo non offre una personalizzazione estetica del personaggio, ma anche nel suo gameplay e nello stile: non potremmo mai, e sottolineo mai, uscire dall’archetipo che ci è stato assegnato dagli sviluppatori. Abbiamo scelto il nano bruto che combatte a suon di asce? Bene, l’unica strada che possiamo percorrere è quella del “berserk” che continua a menare le mani, si buffa urlando e usa solo le asce per fare un gran male.

Una scelta che fa giusto un pelino pensare al primo capitolo di Diablo (non l’ultimo badate) in cui era possibile seguire la strada che ci piaceva di più (ovviamente con i dovuti limiti: a performare bene erano solo gli archetipi “corretti”).

Le uniche opzioni di personalizzazione le vediamo all’interno del parco abilità, molto ampio, in cui è possibile equipaggiare differenti mosse utilizzando i punti abilità a nostra disposizione e nell’albero delle abilità divine, che possiamo sbloccare a metà del primo capitolo e che ci fornirà buff alle nostre statistiche e l’accesso a mosse particolarmente forti.

Nonostante sembri esserci molta varietà all’interno della mole di palletti da sbloccare, ci renderemo quasi subito conto che si tratta di semplici modifiche di mosse già viste (il turbine che ci da anche vita a differenza dell’altro, lo schianto di un ascia piuttosto che lo schianto con i pugni e così via) il che conferisce al gioco una certa aura di ripetitività.

La stessa ripetitività la troviamo negli ambienti e nei nemici: stesse ambientazioni per troppo, troppo, tempo e stessi nemici in continuazione con gli stessi pattern che per essere sconfitti necessitano della pressione dello stesso tasto (possiamo mantenere la pressione) per interi minuti.

Nonostante ogni modello sia molto fedele alla controparte su tavolo, tutto il resto denota un certo livello di pigrizia da parte di chi ha sviluppato il titolo: ogni capitolo di Warhammer: Chaosbane si compone di una piccola mappa con n uscite/entrate dalle quali si accede alle mappe della missione (dall’entrata A è possibile accede ad almeno 4 mappe differenti, tanto da chiedersi perché non pensare ad un ”hub” più grande) che sono tutte uguali l’una all’altra per ogni capitolo.

In ogni missione dovremo cercare qualcosa o un’uscita e maciullare un numero incredibile di nemici: se nei primi minuti di gioco questo può sembrare anche divertente e soddisfacente, dopo qualche ora la monotonia dell’azione prende il sopravvento e l’unica cosa che resta è, purtroppo, la noia.

Il titolo propone anche una modalità on-line così da giocare assieme ad altri giocatori provando a migliorare qualcosa che, purtroppo, non è migliorabile sotto nessun aspetto: Warhammer: Chaosbane è una delusione sotto tanti, troppi, punti. Un titolo che avrebbe potuto essere interessante ma che mi ha spinto a spegnere il gioco per noia così tante volte che sarebbe assurdo anche solo pensare di consigliarlo.

Disponibile per PlayStation 4 (versione testata), Xbox One e PC.