Che i videogiochi, ed in generale le storie, del compianto Tom Clancy siano sempre state molto futuribili è cosa nota. Lo stesso The Division del 2016 era abbastanza esplicito nel voler suggerire al giocatore una serie di riflessioni sulla società, anche se non voleva mai davvero imporre un’ideologia di qualche tipo. Nonostante ciò, all’epoca uscì un articolo chiamato “Il fascismo discreto di The Division”, lo potete recuperare qui. La storia si ripete, pur parzialmente, anche con The Division 2.

L’idea dell’articolo in questione è che, visto che il presupposto narrativo di The Division si basava largamente sulla realmente esistente Direttiva 51, una proposta che impone la legge marziale in caso di pandemie o crisi globali di qualche tipo, l’intero gioco di Ubisoft Massive fosse un manifesto dell’ideologia fascista. Precisamente, del fatto che la soluzione ad ogni problema siano le armi.

La tesi è anche condivisibile, se facciamo finta che non siano mai esistiti prodotti di intrattenimento che parlano dell’uomo armato che sconfigge dei nemici. Una su tutte, ma veramente una nel mucchio, qualcosa come G.I. JOE. Sta di fatto che The Division è uno di quei franchise che porta naturalmente a fantasticare in tal senso, e The Division 2 fa altrettanto.

The Division 2
"Siate civili, siamo tutti americani", recita questo cartellone fuori da uno degi avamposti alleati.

Se l’episodio ambientato a Manhattan sfruttava l’idea del capitalismo sfrenato, perché il ceppo del vaiolo chiamato Veleno Verde si diffondeva tramite le banconote durante il Black Friday (partendo dal dato reale del 90% di banconote da un dollaro infette con germi innocui), ed era più che altro l’aspetto socio-economico quello in risalto, The Division 2 vira vigorosamente verso la politica. La stessa Ubisoft puntò inizialmente moltissimo su questo aspetto fin dagli esordi della campagna pubblicitaria. Escludendo il primo gameplay trailer con l’Air Force One distrutto ed il Campidoglio sullo sfondo, parliamo proprio di comunicazione intesa come PR.

In occasione del lancio della beta privata, l’oggetto delle mail inviate ai partecipanti recitava: “Venite a vedere com’è un vero shutdown del governo nella private beta”. Un tempismo a dir poco malandrino, visto che l’amministrazione Trump è uscita dallo shutdown giusto qualche giorno fa. Talmente tanto palese che il publisher fu costretto a scusarsi, ed a specificare che The Division 2 non vuole in nessun modo inculcare un’ideologia politica di qualche tipo. Ed è vero, perché di fatto all’interno del gioco non ci sono mai dei manifesti di qualche genere, dichiarazioni o proclami, ma solo una rappresentazione molto plausibile di un momento storico distopico.

The Division 2
L'email che venne mandata ai giocatori per la private beta. | Resetera: https://bit.ly/2FDDJnQ

A poche settimane dal lancio, Ubisoft organizzò una campagna pubblicitaria semplice quanto efficace, in linea con il riferimento allo shutdown di cui sopra. Attraverso l’account Twitter di The Division 2 pubblicò una finta lettera in cui il governo del Messico annunciava la creazione di una barriera al confine con gli USA per impedire l’arrivo dei rifugiati nordamericani. Un altro palese, stavolta fin troppo, riferimento alla realtà storica in cui i due Paesi vivono in questo momento. Una trovata brillante tuttavia, molto brillante, che continua a dimostrare come The Division 2, pur non essendo un gioco politico, parla senz’altro di politica.

The Division 2
La frustrazione dei cittadini dipinta sui muri di una banca.

Siamo a Washington D.C. infatti, il cuore pulsante della ragion di stato degli USA. Ma non solo, una città che è ripresa in mano dalla popolazione, e da essa viene difesa, un’immagine che richiama fortemente le ideologie della sinistra se vogliamo. Dal fascismo discreto del primo episodio, qui potremmo quasi azzardare un “comunismo palese”. Ci sono graffiti in giro per la città che se la prendono con le banche, che parlano di libertà ed inneggiano ad una Washington finalmente in mano alle persone che l’hanno creata e resa grande.

Al di là della caratterizzazione magari un po’ naif delle bande che la occupano, c’è tutto un sottotesto narrativo, mutuato dal precedente episodio, che racconta qualcosa di molto interessante. La politica si mescola alla sfera militare, quando alcuni ECHO raccontano di agenti della Divisione e militanti dei True Sons (gruppo para-militare presentato fin da subito con modi fascistoidi) si ritrovano a discutere svelando ideologie molto simili, i classici rovesci della medaglia ed i due lati di una stessa prospettiva.

The Division 2
"Da quassù tutto sembra un'arma".

Molti videogiochi hanno parlato di politica e società apertamente. Sono spesso produzioni indipendenti che, non avendo una grossa major a cui rendere conto, possono fare sostanzialmente ciò che vogliono. Il problema delle grandi aziende, come Ubisoft per l’appunto, è che sono in una posizione di tale esposizione da non potersi permettere di dire niente apertamente. Pensiamo ad esempio a Black Panther della Marvel, pellicola osannata per come racconta il black power dell’epoca moderna, di fatto non facendolo mai apertamente.

Personalmente, trovo questa narrazione politica di The Division 2 molto efficace. Lancia spunti e motivi per riflettere, invece che inculcare qualcosa. Mette in scena uno spettacolo post-pandemico del tutto plausibile e realistico in ogni suo aspetto, e fa sì che il giocatore ci possa leggere ciò che vuole. Fascismo, comunismo, esaltazione delle armi, va tutto bene, finché si rimane nei meandri della propria interpretazione e non si attribuiscono a delle opere di essere manifesti di cose che non sono. Una narrazione politica discreta.

[wp_ad_camp_1]