Di solito, more of the same è un’espressione dispregiativa per definire qualcosa di già visto, una produzione che fa il compitino, riprende ciò che aveva fatto con una iterazione precedente, fa qualcosa di nuovo giusto per non rischiare l’effetto fotocopia, e finisce lì. In The Division 2, invece, more of the same è uno dei migliori complimenti che si possa fare alla produzione di Ubisoft Massive.

In questi giorni avete visto le reazioni positive di stampa e pubblico alla nuova missione della Divisione a Washington DC, apprezzamento del tutto meritato perché The Division 2 è una produzione che dimostra come gli sviluppatori abbiamo imparato dai propri errori, tirato una tabella di pro e contro, e proseguito su una strada molto precisa.

Di fatto, The Division 2 è tranquillamente catalogabile come un more of the same. Tutto il sistema di coperture, dello shooting, ed in generale ciò che funzionava di The Division è stato ripreso completamente per questo secondo capitolo. Del tutto, anche la sensazione che le bocche da fuoco siano tutte un po’ simili tra loro (categorie generiche permettendo).

The Division 2
Nuovo e vecchio, allo stesso tempo.

Però, quello che ha fatto Ubisoft Massive è lavorare su tutto il resto. Sarebbe stato infatti goloso cambiare solo città, da New York a Washington, modificare i filtri dei colori e gli abiti per adattarli all’atmosfera estiva, e consegnare un altro titolo da dare in pasto ai giocatori per decine di ore. Invece, oltre a continuare a sparare bene e di gusto, con un sistema di coperture ancora più affinato ed un time to kill vertiginosamente abbassato per nemici e giocatore, così che ogni schermaglia possa essere potenzialmente letale nonché veloce (dimenticatevi anche i nemici spugna del precedente capitolo), in The Division 2 si gioca in una città viva.

C’è sempre qualcosa da fare in The Division 2, e niente è lasciato a caso. Certo, anche qui si nota una certa occhiatina alla produzione Ubisoft in termini di open world, con gli avamposti che ricordano le amate/odiate torri che Assassin’s Creed ha imposto in questo tipo di dinamica ludica, e che da allora non ci siamo mai tolti di mezzo. Però, gli avamposti sono delle sfide, anche molto complesse alle volte, e non un semplice posto dove andare, premere un tasto, e fine.

Le bande criminali che infestano Washington, pure, non è che siano uno stravolgimento rispetto al passato (ed è anche difficile considerando le regole realistiche di un mondo plausibile). Però ti accorgi della Iena kamikaze che ti urla contro mentre si fa esplodere, delle tattiche militari dei fascistoidi True Sons, ed i Reietti che inalano una droga prima di buttarsi a capofitto contro un agente addestrato della Divisione.

The Division 2
Per fortuna si spara ancora bene come una volta.

In The Division 2 si ha la rara sensazione di accorgersi del lavoro fatto da Ubisoft Massive, quasi di immaginare come i creativi dello studio si siano seduti intorno ad un tavolo per tirare fuori le idee migliori. Però, sempre con una pila di appunti presi rigorosamente a penna (mi piace illudermi che nel 2019 uno studio interno di Ubisoft non usi tablet, smartphone e tv wall di sorta) con scritto “more of the same” in cima.

Perché dopo l’esperienza avuta con The Division 2 ho maturato, ancora di più, la convinzione che non bisogna avere paura di reiterare le proprie idee. Certo, non bisogna neanche arrivare a non provare nemmeno a migliorarsi o cambiare ciò che non funziona, ma il more of the same non fa paura, e spero che altri sviluppatori imparino la lezione di Ubisoft Massive. Oltre a tutto questo, The Division 2 è anche un’esperienza online già completa, matura, ricca di contenuti, dove il farming non esiste (o almeno è al minimo storico) e c’è già un endgame bello fatto e finito. Provate a fare uno sforzo di memoria e ricordarvi un altro game as a service messo così bene al lancio.