Resident Evil 2 è qualcosa di più di un semplice remake, lo avrete intuito dalle recensioni che nelle scorse settimane si sono susseguite l’una dopo l’altra con toni entusiastici man mano che passavano i giorni.

Dopo anni passati ad angustiarsi relativamente alla necessità di un cambiamento, espresso poi dalla nuova visuale con RE7, il ritorno del classico di Capcom dimostra che, dopotutto, non serviva necessariamente la prima persona per portare avanti un franchise la cui identità era ormai da tempo smarrita.

Il nostro è un survival horror che non ha bisogno di troppe presentazioni, ma partiamo proprio da questa definizione, e dal significato intrinseco delle parole, per portarvi la nostra analisi.

Survival – un gioco incentrato sulla sopravvivenza, che richiede di gestire un inventario e fare delle scelte a proposito di cosa portare con se. Resident Evil 2 lo fa e va oltre, ereditando il suo iconico sistema di combinazione di oggetti e prevedendo il recupero di item utili nel prosieguo della storia, nonché nello sblocco di determinate aree.

Horror – RE2 è capace di spaventare e mette in mostra con alcuni trucchetti di design, che raramente sfociano nel jumpscare visto così di cattivo occhio oggigiorno (e giustamente), come non sia necessaria una visuale in prima persona per “identificarsi” nel protagonista e provare le sue stesse emozioni.

  • Le location scure e misteriose in cui fa paura avventurarsi, e che ricompensano ogni volta con oggetti rari.
  • Una mitologia oscura sulla quale si poggiano le vicende del gioco
  • L’iconica stazione di polizia, con le sue porte ora aperte ora chiuse, i suoi rivoli purulenti e gli indovinelli
  • I laboratori dell’Umbrella, che immettono nuovi orrori proprio quando ti sei abituato a quelli vecchi
  • Personaggi storici che hanno rifacimenti eccezionali, sia come design (Claire, Ada), che come comportamenti
  • Il Tyrant, Mr. X, è una grande trovata per spezzare il ritmo più cadenzato dell’esplorazione, un vero game changer quando il titolo inizia a prendere la piega dell’action adventure. Si può non apprezzarlo lì per lì perché mette fine alla fase in cui ti godi la centrale, ma alla lunga capisci che il suo innesto rimane fondamentale (e non a caso è un punto fisso dei seguiti)
  • Gli zombie che non muoiono mai: dopo numerosi colpi, anche alla testa, capita spesso di rivederli alzarsi dopo poco e questo fa riflettere circa l’utilità di abbatterli fino alla morte (o presunta tale) in luogo del correre via in cerca di luoghi più sicuri

Sono molteplici, ovviamente, gli aspetti che mi sono piaciuti di Resident Evil 2, un titolo che per tanti versi ho amato e che ha saputo ripagare le aspettative montate dopo una breve prova alla Xbox FanFest a Milano.

  • I puzzle. Sono semplici ma ti danno una sensazione di compiutezza una volta portati a termine, pur non bloccandoti mai
  • La camminata dei protagonisti. Per godermela, praticamente non ho corso quasi mai e, quando l’ho fatto mi sono goduto le animazioni della corsa, iper-realistiche e “centrate” nell’atmosfera della centrale di polizia
  • Le stanze dei salvataggi. Non ci sono più i nastri e c’è un sistema di checkpoint piuttosto funzionale, ma le safe room rimangono iconiche con le loro macchine da scrivere, i rifornimenti, le musiche
  • I contenuti secondari sbloccabili con l’esplorazione (casseforti, stanze…)
  • Il doppio protagonista e le diverse campagne che davvero incentivano a tornare nel gioco una volta finita la propria missione con Leon o Claire, a prescindere da chi si sia scelto per cominciare

L’operazione di remake è caratterizzata da una grande fedeltà alla materia originale, per cui, a parte la nuova visuale e una manciata di breve sequenze, i contenuti sono gli stessi. Questo è fantastico perché il gioco di partenza era fantastico, ma presta anche il fianco ad alcune critiche.

  • Le sequenze dopo la stazione di polizia non erano alla sua altezza e ancora adesso non lo sono (Resident Evil 7 ha non a caso lo stesso problema dopo la villa)
  • I boss sono pochi e riciclati nel corso della storia, per via della limitatezza dell’hardware di PlayStation 1 all’epoca e per le ragioni di fedeltà summenzionate oggi
  • La sezione di Ada è un diversivo che ci sta nel punto dell’avventura in cui arriva e nel modo in cui è gestito il passaggio da Leon, ma per la qualità dei momenti che ci si vivono il dislivello rispetto alla campagna principale appare evidente
  • Nella transizione da inquadrature fisse a over-the-shoulder, il sistema di puntamento viene a volte messo alla prova e non è precisissimo, specie durante le boss fight dove il tempo di mirare è quello che è

Come prodotto a se stante, dunque, per quanto ci riguarda la valutazione più coerente sarebbe un 8,5, in virtù di questi limiti imposti dalla fedeltà all’argomento proposto nell’era PSX.

Guardando il lavoro di reinvenzione fatto sul gioco e sui personaggi, però, non possiamo che fare un plauso a Capcom e sperare che la propria visione sia quella che ispirerà i futuri recuperi di titoli e franchise dal passato (sì, a cominciare anche dai suoi…). Una voce prepotente che si riafferma nel panorama videoludico.

Disponibile per PC, PS4 e Xbox One (versione testata su Xbox One X)