È finalmente arrivato Catherine Classic, è finalmente arrivato su PC, in questa “nuova” versione che altro non è che un port – e noi altro non chiedevamo, in effetti, almeno aspettando l’uscita dell’edizione Full Body che porterà questa sleeper hit della passata generazione su PlayStation 4 (e PS Vita).

Il gioco è ancora estremamente rilevante, checché se ne dica del suo stile audace, e lo è sia per meriti suoi, sia per demeriti del resto dell’industria che fatica ancora ad abbracciare tematiche narrative e tipologie ludiche fuori dagli schemi.

Lo è per una serie di ragioni diverse e distanti le une dalle altre. La prima: Catherine parla ad un pubblico di trentenni, i nuovi giovani nella nostra cultura, che si ritrovano pieni di dubbi sul proprio futuro e di paure circa le responsabilità che li aspettano una volta varcata la soglia che separa l’adolescenza e l’età adulta.

E gli parla di impegni personali e lavorativi, amicizie consolidate e disimpegnate, gravidanze, matrimoni, tentazione. La comfort zone dei videogiochi è continuamente sfidata, così come quella di gioca e magari rientra nel target (e nell’età del povero Vincent) e chi si ferma alle forme della provocante Catherine dimostra di aver capito poco del gioco.

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Sappiamo bene come gli sviluppatori giapponesi abbiano una passione per le donne prosperose e il fan service, e piazzino entrambi questi ingredienti, che vanno spesso e volentieri di pari passo, nei loro titoli; un po’ per servire il proprio pubblico, che questo “chiede” portafogli alla mano, un po’ per una loro malcelata vena voyeuristica.

Questo non succede in Catherine, però, dove la bionda femme fatale è l’incarnazione della tentazione e della via di fuga da un mondo che il protagonista non vede come suo, e anzi vorrebbe allontanare il più possibile per tornare in un angolino di sicurezza rappresentato da affetti assodati e routine sfiancanti ma comode.

Con un altro aspetto, insomma, questo personaggio non avrebbe funzionato, e il gioco si sarebbe ritrovato a dover spiegare nero su bianco certe cose che invece quell’aspetto, quelle forme, quel corpo restituiscono senza aggiungere una sola parola.

È una connotazione che è funzionale allo svolgimento della storia e alla presentazione del messaggio che porta con se.

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Il resto della produzione tiene botta ancora oggi per alcune scelte particolarmente felici di Atlus (e questo capita con grande frequenza quando alla guida c’è uno studio nipponico, senza scendere in ulteriori dettagli).

Esteticamente, innestandosi nel solco della tradizione della software house asiatica e fungendo evidentemente da base e ispirazione per Persona 5, non è invecchiato per niente, con le sue atmosfere ora soffuse e delicate (come nel bar), ora fredde e spigolose (come nella stanza di Vincent in cui si consuma il tradimento).

Sempre nel bar ci sono alcune trovate di grande stile, che restituiscono un altro elemento al contempo sia raro, sia maturo: quando si consuma dell’alcol, anche questa una feature che è funzionale perché fornisce una maggiore rapidità di movimento nei puzzle, si ottengono gradevolissime spiegazioni circa la bevanda che abbiamo buttato giù.

Un piccolo grande momento di stacco rispetto alla routine ludica, in cui il gioco si prende del tempo per solleticare il palato dell’appassionato e parlargli direttamente con un rapido trivia. Sempre al locale, da non perdere le conversazioni con gli altri clienti, che forniscono pezzi di mitologia interna ed esterna al titolo e un sacco di curiosità da spendere con gli amici.

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Al di là dei dettagli, e ce ne sarebbero tantissimi da portare a galla, il gioco vero e proprio è ancora appagante e capace di tenere incollati allo schermo (e col pensiero fisso anche quanto il PC è spento), con un gameplay da puzzle che è abbastanza semplice e immediato ma pone continuamente nuove sfide e difficilmente invecchia visto il genere quasi Tetris-like in cui si innesta.

Il cuore del titolo, insomma, è tuttora godibilissimo, e propone specialmente agli amanti dell’alto tasso di sfida qualcosa con cui mettersi ogni volta alla prova fino all’ultimo gradino della scalata all’incubo (e ce n’è ancora dell’altro grazie al videogioco di Raperonzolo, pur’esso nel bar di cui sopra).

Quanto alla versione Classic, non possiamo non sottolineare alcuni difetti dovuti alla natura di “semplice” port e forse persino un po’ frettoloso. Nelle fasi puzzle c’è ad esempio un po’ di lag, mentre nella prima metà, durante la nostra prova, si è attivato un bug che presenta le cut-scene sfocate per qualche ragione.

Il frame rate è ballerino anche su configurazioni performanti, inoltre, anche se in generale, da titolo della gen PS360, il gioco viaggia anche su PC meno prestanti. Oltre al test sul PC di casa, lo abbiamo provato su un notebook con un i3 e non abbiamo avuto delusioni quanto alla fruibilità del gioco.

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Catherine Classic rappresenta dunque una buona occasione per i giocatori su PC che si siano persi questa gemma di Atlus magari non possedendo una PlayStation 3 o una Xbox 360, e ancora non hanno una PS4 su cui potrebbero pensare di prendere l’edizione Full Body. Il prezzo viene in aiuto, essendo al lancio di appena 20 euro e destinato a calare alla prima tornata utile di saldi.