In questo ricco anno di videogiochi importanti mi sono ritrovato a giocare una valanga di cose del mio backlog prima di riuscire a mettere le mani su qualcosa di nuovo e succoso grazie a qualche offerta.

Avrei voluto parlarvi di un sacco di belle uscite, ma la redazione è arrivata prima di me a prendersi il meglio (ma un giorno mi licenzierò e allora arriverò sempre io per primo!), lasciandomi l’arduo compito di scegliere qualcosa tra la mia risicata lista del 2018 di cui parlarvi.

Uno dei due è sicuramente Into the Breach, che ha fatto breccia nel mio cuore (breccia ah-ah, capito?) grazie e soprattutto al suo fratello maggiore FTL.

In un mondo di Kratos e Arthur Morgan, c’è ancora spazio per giochi con una grafica essenziale, un gameplay spiegabile in una frase e personaggi rimpiazzabili?

into the breach

Quando è fatto con un’attenzione e una bravura simile, sì!

Ogni tanto è bello dimenticarsi complicati plot e centinaia d’ore di gioco per sedersi un oretta a (ri)finire un gioco come questo. Se FTL era una maratona, Into the Breach è una corsetta leggera, ma estremamente soddisfacente.

Apri, scegli una squadra a caso di disadattati (o magari il pilota ultraveterano che ti porti dietro da venti partite) e per una o due orette puoi dimenticarti di server che vanno a fuoco alle porte di Orione e telefonate di lavoro fino all’una di notte... schiacciando in allegria degli enormi insetti alieni con letterali massi tirati da dei mech cazzuti.

Subset Games, il mio proposito per il 2019 è sacrificare saltuariamente un agnello all’altare del vostro genio (dove sacrificare = mangiare ovviamente) intonando evocazioni oscure perché il vostro prossimo gioco esca il prima possibile.