Come ogni anno, quando si avvicina il Natale una gazzella comincia a correre (scusate, temo di aver sbagliato incipit). Come ogni anno, quando si avvicina il Natale, ogni recensore comincia a pensare a quale sia stato il proprio gioco preferito dell’anno in corso.

Quando mi è stato detto che avrei dovuto pensare a due titoli, non sapevo se esserne felice o meno. Perché, se da un lato sapere di poter includere un altro titolo ti toglie un po’ di indecisione, dall’altra non fa che aumentare il senso di colpa nei confronti dei giochi che sei nuovamente stato costretto ad escludere.

È un po’ come rifiutare qualcuno dicendo “No guarda, sono innamorata di tizio” è sempre meglio che dire “No, guarda, sono innamorata di tizio, ma in ogni caso prima di prenderti in considerazione devo ammettere che potrei fare più di un pensierino su Caio”: il pensiero di aver fatto soffrire qualche povero gioco si fa ancora più sentire, in questo modo.

Fortunatamente, pensando a quanto ho amato Phantom Doctrine, il senso di colpa è durato davvero poco (anche se credo che un regalino di consolazione a Two Point Hospital potrei anche darlo).

Phantom Doctrine
Uno degli aspetti più divertenti del titolo.

Quello che più mi è piaciuto di questo titolo ambientato nel corso della guerra fredda tra USA e URSS è certamente la sua natura di strategico a turni ed il fatto che sia stato concepito in modo da non lasciare che il giocatore si limiti a gestire unicamente gli scontri tra CIA e KGB (controlleremo, infatti, anche la macro gestione dell’organizzazione prescelta).

La decisione di trattare un periodo storico ampiamente sdoganato avrebbe potuto rivelarsi un’arma a doppio taglio per CreativeForge Games ma la scelta si è rivelata vincente: ai fini del divertimento, infatti, era necessario che i giocatori avessero quantomeno un’infarinatura generale del periodo storico di riferimento (altrimenti avrebbero potuto perdere concentrazione). Senza contare che stiamo comunque parlando di un periodo pieno mistero (e situazioni poco chiare).

Sarei però ipocrita se non ammettessi che i momenti di maggior divertimento li ho avuti ogni qualvolta mi sono trovata a dover collegare ed analizzare indizi: in questi momenti, infatti, emerge il giovane detective che è in me.

Se a questo aggiungiamo che il titolo è una sorta di mash up di alcune delle parole chiave della mia vita (tra cui “ponderazione” e “analisi”) capirete che era impossibile evitare di considerarlo uno dei giochi più significativi del mio 2018.

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