Si fa un gran parlare di Artifact, l’ultimo gioco di carte digitale approdato sul mercato che porta la firma di Valve ed ambientato nel mondo di Dota 2, un altro titolo che porta sulle spalle la stessa firma.

Di Artifact si è molto parlato anche in passato sia per uno dei nomi che figurano in mezzo ai designer del gioco, sia per alcune politiche alquanto bizzarre di Valve che hanno incuriosito e messo in allarme un po’ tutti i giocatori.

Il nome altisonante dietro Artifact è quello di Richard Garfield, il “papà” di Magic: The Gathering che ultimamente ha fatto molto parlare di sé anche per KeyForge, un gioco che promette di rivoluzionare nuovamente il suo genere di appartenenza.

Garfield a parte (anche se il suo solo essere in mezzo allo sviluppo di un gioco di carte basta per far sì che i riflettori puntino un attimo in quella direzione), Artifact ha fatto molto rumore nella scena per via del suo non essere, almeno in apparenza free to play.

Insomma, in un mondo in cui Hearthstone domina incontrastato il mercato, Magic Arena fa il suo timido capolino con una closed beta e Gwent che cerca di rinascere con Homecoming, Valve annuncia un gioco di carte che sembra non volerne sapere di essere gratuito. Non solo, prova anche ad essere terribilmente complesso con un’interfaccia che fa a pungi con l’user friendly e meccaniche di gioco decisamente troppo lontani da quelle a cui è abituato l’utente medio.

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Ma che è?

Artifact inizia però ad incuriosire i giocatori, soprattutto i professionisti che sono a caccia di un gioco squisitamente complesso e incredibilmente competitivo in cui cimentarsi, e dopo i primi sguardi e le prime prove sembra non esserci alcun dubbio: Artifact non può competere con i suoi compagni perché troppo costoso e troppo difficile.

Più ci si avvicina alla sua data di uscita più informazioni sul gioco arrivano: il titolo dovrà essere acquistato, l’acquisto “regalerà” alcuni pacchetti, mazzi e biglietti per eventi e, dulcis in fundis, gli eventi, fra cui la “classificata” saranno a pagamento.

Ma vi pare? Magic Arena se ne arriva con la sua open beta che offre qualsiasi cosa in modo del tutto gratuito, Blizzard inizia a regalare qualsiasi cosa a destra e a manca su Hearthstone, Gwent ci spiattella sotto al naso un aggiornamento dalle proporzioni bibliche e Valve se ne esce con un gioco che non solo devo pagare per poterlo avviare, ma devo pagare anche per giocare una volta che l’ho comprato? Ma siamo diventati matti? Artifact è un gioco terribile, fine della questione.

Invece no. Al solito la community di giocatori, quella formata dall’utenza più casual e meno avvezza a questo genere di gioco (che ricordiamo prendere piede da grandi colossi cartacei come Magic: The Gathering appunto) non ha capito un bel niente di Artifact e di quello che ci sta dietro, della filosofia dietro uno di uno dei giochi di carte digitali più ambizioso e grande di sempre.

Già, Artifact non va giudicato come tutti gli altri e non deve nemmeno sfiorarci il pensiero di paragonarlo a Hearthstone e compagnia, con cui ha davvero ben poco da spartire, salvo il dover prendere delle carte dalla mano e giocarle su un tavolo: Artifact vuole provare ad essere un gioco di carte cartaceo senza tutte le limitazioni del “mondo reale”.

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Che vuol dire? Che Artifact è soggetto a quel famoso “secondo mercato” che tanto odiano e amano i giocatori di Magic, Pokémon, Yu-Gi-Oh, Force of Will e compagnia: le carte possono essere scambiate e/o vendute attraverso il mercato della comunità di Steam rendendo la propria collezione, quindi, una collezione di cui andare fieri, sia in termini economici sia in termini più puramente “collezionistici”.

Non finisce di certo qui: Artifact propone un modello di gioco molto vicino a quello cartaceo con modalità che richiedono un certo costo di accesso per essere giocate e modalità che non lo richiedono, esattamente come succede al di là dei monitor.

In che senso? Possiamo spiegare al meglio questa affermazione con la “modalità torneo” presente all’interno del gioco: è possibile creare dei tornei personalizzati a cui far partecipare amici, conoscenti o i propri follower su Twitch (qualora foste degli streamer). Questi non richiedono una quota di ingresso e non prevedono nessun tipo di ricompensa.

Almeno per ora. Valve ha infatti specificato che in un secondo momento questa funzionalità potrà essere utilizzata per creare eventi ad hoc con un costo di entrata e delle ricompense per i vincitori, ma non è questo il punto. I tornei personalizzati, per i quali potrete definire formato, ban list e così via, non sono altro che la versione digitale di tutti quei piccoli tornei fra amici che fate al bar, nel negozietto di fiducia o a casa vostra, nonché tutti quei tornei “for fun” che organizzano diversi negozianti per far conoscere il gioco ai propri clienti.

I tornei che arriveranno in seguito, quelli con una quota di iscrizione, non sono altro che la digitalizzazione di tutti quei tornei offerti da negozianti e non a cui ci partecipa non solo perla gloria ma anche per punti per la stagione competitiva corrente o per i ricchi premi.

Capite il punto?

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La modalità più giocata.

Artifact offre una modalità Draft “leggera” in cui si aprono 5 pacchetti, si costruisce un mazzo e semplicemente si gioca fino a quando non si totalizzano 7 vittorie o 2 sconfitte: non vi sono quote di iscrizione, non vi sono premi in palio.

Il gioco offre anche la modalità Draft “esperto” in cui il funzionamento è lo stesso ma l’entrata viene pagata con 5 pacchetti e 2 biglietti (poco più di 10 euro) e che offre 2 biglietti indietro (circa 1,80 euro) in caso di tre vittorie e 3 pacchetti in caso di 7 vittorie.

Le carte trovate in questo Draft vengono tenute per la propria collezione.

Infine abbiamo un terzo tipo di Draft in cui il costo di ingresso è quello di un biglietto solo (circa 90 centesimi) che ci offre il biglietto indietro a 3 vittorie, 2 pacchetti in caso di 7 vittorie. Le carte trovate non vengono conservate nella propria collezione.

Analizziamo queste tre modalità quindi, sia dal punto di vista “cartaceo” che da quello digitale e proviamo a capire quanto valga davvero la pena investire nelle stesse.

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Artifact va visto più così...

Tutte e tre sono modalità correntemente utilizzare nei giochi di carte cartacei, in modo più o meno simile a quello proposto da Valve: nel primo caso si tratta, spesso, di piccoli tornai introduttivi in cui il negoziante mette a disposizione una certa pool di carte da cui i giocatori possono attingere per giocare. In particolare il riferimento è quello del Cube Draft di Magic, dove viene creata una pila di carte scelte ad hoc, dalla quale si effettua il Draft.

La pila viene formata o con le carte degli stessi partecipanti o con carte offerte dall’organizzatore del torneo: generalmente nessuno fra i partecipanti ottiene ricompense e il formato è utilizzato quasi esclusivamente per divertirsi o per provare carte appartenenti a blocchi molto vecchi e quindi parecchio costosi.

La seconda tipologia è il classicissimo “Booster Draft” di Magic (mi riferirò sempre a Magic perché più famoso e “semplice” da spiegare nelle sue modalità): si comprano le bustine e si drafta con quelle acquistate con tanto di carte che restano in collezione.

In questo caso si pagano sempre le buste utilizzate e, qualora si trattasse di un Draft a premi organizzato da vari negozi e affini, si paga anche una piccola quota di iscrizione.

Infine la terza e ultima tipologia è quella più anomala: possiamo vederla come un Cube Draft a premi in cui è richiesta, quindi, una piccola quota di iscrizione anche se esistono differenti modalità “personali” di Draft che vedono una piccola quota di iscrizione e carte offerte gentilmente da amici e/o organizzatori e qualche piccola ricompensa.

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Vediamolo un po' così.

Quindi, cosa riusciamo ad imparare da queste analogie con il mondo cartaceo? Che non c’è assolutamente nulla di strano nel tipo di modalità proposte e nella quota di iscrizione da utilizzare per parteciparvici, soprattutto tenendo a mente la premessa iniziale: Artifact non va giudicato come gioco digitale quando si va ad analizzare il suo costo, quanto come un gioco di carte “cartaceo”.

Oltretutto è bene tenere a mente una cosa importantissima in merito al Draft gratuito di cui molti lamentano l’assenza di una ricompensa.

Il gioco è molto complesso e l’esistenza di una modalità simile ha un duplice vantaggio: possiamo imparare ogni meccanica senza spendere effettivamente niente (soldi reali o valuta in gioco che sia) e, senza avere in testa l’obbiettivo di un certo numero di vittorie per ottenere questo o quel premio, saremo spinti a testare più tipi di strategie e sinergie.

Insomma, il Draft gratuito è un’idea eccezionale per educare i giocatori a pensare lateralmente e insegnare loro il gioco senza che questi si sentano “costretti” a determinati pick perché “a sette vittorie ottengo il pacco degli dei”.

Ok, va bene. Facciamo finta che vi ho convinto sulle modalità di Draft e sui tornei, ma la “classificata” perché ha un costo? Io devo non solo pagare il gioco (arriveremo anche a quello) ma devo anche pagare per giocare?

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E meno così.

Anche qui è bene fare qualche premessa: non esiste, attualmente, un vera e propria modalità classificata poiché avremo a che fare semplicemente con una serie di partite da fare con il nostro mazzo costruito che finisce a 7 vittorie o due sconfitte. Un po’ come gli eventi constructed presenti su Magic Arena.

Sì, lo so che su Magic Arena si può entrare anche pagando con le monete di gioco ma il concetto è più o meno lo stesso: con tre vittorie mi ripago il biglietto di entrata e posso reinvestirlo in una nuova serie o in un Draft.

La seconda premessa è che Valve non punta molto su questa particolare modalità, così come la community dei giocatori, il che la rende difficilmente “appetibile”: non ci sono ricompense particolarmente importanti (riceviamo indietro semplicemente i biglietti di entrata) e non vi è nemmeno un riconoscimento della vittoria in termini di punti o altro, la si gioca solo per il gusto di farlo.

Torniamo quindi alla prima domanda: perché ha un costo giocare “costruito”? È giusto che lo abbia? Sì, decisamente sì. Il motivo è lo stesso di quello dei Draft, non guardare ad Artifact come ad Hearthstone quanto, piuttosto, come ad un qualsiasi gioco cartaceo esistente.

Gioco costruito con gli amici? Totalmente gratis. Lo gioco per eventi che danno ricompense e riconoscimenti? Pago una quota di entrata, come è sempre stato.

Concludiamo con le ultime due questioni: non ci sono monete interne al gioco e il gioco ha un costo iniziale. Giusto? Sbagliato? Perché devo spendere soldi su Artifact quando posso giocare a Duelyst gratis?

La questione monete interne è abbastanza spinosa: per comprare biglietti e pacchetti è necessario spendere soldi o fare scambi nel mercato della comunità di Steam, quindi, in effetti, il gioco ha un costo che potrebbe sembrare eccessivo.

Ritornare a discutere delle sue analogie con il cartaceo stavolta è anche piuttosto inutile, no? È chiaro che il motivo dietro a questa scelta è esattamente quello: nei giochi di carte cartacei paghi le bustine con i tuoi soldini, su Artifact fai lo stesso.

Il bello del digitale è però anche quello di superare certi scogli, non posso di certo pagare una bustina in negozio con del nulla, no? La soluzione perfetta in questo caso l’ha trovata Magic Arena che offre delle buste da comprare con moneta virtuale ma dal costo così eccessivo che nessuno lo fa e allo stesso tempo nessuno si lamenta perché effettivamente esiste la possibilità e volendo quelle monete puoi farmarle.

Personalmente non essendo interessato alla collezione su Artifact, almeno fin quanto il costruito non avrà senso, do ben poco rilievo a questo particolare del gioco, trovandolo comunque sensato visto la filosofia del titolo.

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Faeria è stato uno sfortunato figlio del costo iniziale.

Sul costo iniziale invece, di circa 18 euro, qualche parola in più la spendiamo. Cosa comporta l’acquisto? Due mazzi introduttivi, 10 bustine e 5 biglietti.

Di base, quindi, spendere questi soldi ha il suo bel valore: c’è un notevole risparmio e si ottiene un buon vantaggio all’interno del gioco poiché si è pronti a provare più o meno ogni cosa offerta dal titolo.

Ma se io volessi giocare solo la modalità gratuita e quindi non fossi interessato a spenderli quei soldi, perché devo essere costretto a farlo?

Un punto piuttosto interessante che merita di essere approfondito ma che trova come risposta, purtroppo, un “cambia gioco se non ti sta bene”.

Mi spiego meglio. Artifact non si pone come un gioco adatto al giocatore medio, e lo mostra da subito con una grafica di difficile lettura, un’interfaccia poco intuitiva e un livello di complessità di meccaniche piuttosto importante.

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Dovesse morire non sarà per il suo costo.

Punta fin da subito ai giocatori competitivi, e solo a loro, purtroppo. Questo porta a determinate scelte di design, fra le quali il prezzo del biglietto: è un sottolineare maggiormente che se non hai voglia di impegnarti nel gioco per essere bravo e competitivo allora non spendere quei soldi e pensa ad altro.

Artifact impone subito questo scoglio che fa semplicemente una prima scrematura nella community di gioco: punto a questa fetta, mi rendo poco appetibile per tutti gli altri.

Scelta molto discutibile che mi vede votare a favore in quanto giocatore piuttosto attempato per quel che riguarda il genere e che avrebbe voluto vedere un sistema simile anche altrove, anche se, oggettivamente, è una scelta che il gioco pagherà in termini economici sul lungo periodo.

Non credo possa arrivare in perdita, ma di certo non può puntare a certi numeri.

Concludendo, Artifact è un gioco troppo costoso? Dopo un notevole numero di ore speso in partita, conscio di non aver spero nemmeno un euro se non quelli per l’acquisto del titolo, grazie comunque al riciclo continuo di biglietti nei Draft che mi rendono sempre almeno tre vittorie, posso dire con assoluta certezza che “il gioco vale la candela”.

Artifact permette, a patto che ci sia dedizione da parte del giocatore, di spendere solo quei circa 20 euro iniziali, che non solo si ripagano in ore giocate (20 euro per oltre 20 ore di gioco non sono mica tanti) ma anche con le vendite di singole carte nel mercato, sono un prezzo più che onesto da pagare per questo genere di gioco.

Bisogna semplicemente capire la differenza, abissale, fra lui e un Hearthstone a caso e chiedersi: “mi lamenterei mai perché devo spendere soldi per comprare le bustine di Vanguard?” No? Allora Artifact non è un gioco costoso. Questione chiusa.