È il 2009 e Lady Gaga (al secolo Stefani Joanne Angelina Germanotta) - dopo aver fatto gavetta scrivendo testi per artisti del calibro di Fergie, Pussycat Dolls, Britney Spears e New Kids on the Block - sta per esplodere nelle prime posizioni delle classifiche di tutto il mondo con il suo primo singolo: Just Dance. Una decina d’anni dopo, questa promettente nuova regina del pop inizierà a scrivere sul suo profilo Twitter di aver giocato fino alle quattro di mattina a Bayonetta.

Se qualcuno ve l’avesse detto nel 2009 lo avreste preso a pernacchi® come è giusto che sia. Eppure Lady Gaga non solo non è una testimonial Nintendo – confutando quindi l’ipotesi che il suo entusiasmo sia dovuto ad un accordo promozionale – ma è da un mesetto che la cantante twitta furiosamente riguardo la sua run.

Tutto è iniziato i primi giorni di novembre, quando la Germanotta ha raccontato di essere rimasta colpita dalla difficoltà del capitolo 5 di Bayonetta, di gran lunga più difficile del quarto episodio. Nel tweet cita anche la frase che viene detta al riavvio del gioco dopo il game over - sbagliando parzialmente la citazione tuttavia, ma le vogliamo bene lo stesso - a dimostrazione di quanto sia presa dal titolo di Platinum Games. Successivamente, l’impegno è stato notato dall’account di Nintendo of America che non ha mancato di sostenere la sua inaspettata fan. Il 22 novembre scorso ha continuato a raccontare la sua run, arrivata stavolta al capitolo 10 in cui è stata sorpresa dalla sequenza shmup del gioco. E ancora, il 24 novembre, Lady Gaga è arrivata al capitolo 13 con le mani doloranti per aver giocato fino alle quattro di mattina per uccidere “il dannato drago con la faccia”, chiudendo con un omaggio rispettoso ai videogiocatori esperti e richiedendo supporto morale.

Ovviamente i fan sono esplosi, perché sebbene non sia la prima volta che un personaggio famoso dimostra il suo interesse per il mondo dei videogiochi, quando a farlo è una celebrità del calibro di Lady Gaga è quasi tutta un’altra storia. Tra l’altro complimenti alla signorina Germanotta perché, per essere un’artista con un’agenda di impegni che possiamo solo immaginare quanto possa essere piena, sta portando avanti abbastanza velocemente la sua partita.

Lady Gaga non poteva che essere fan di Bayonetta, oggettivamente.

In queste ore, anche Ariana Grande è tornata a ribadire quanto sia un’appassionata videogiocatrice. La cantante ha chiesto aiuto ai suoi follower di Instagram per avviare una partita di Mario Kart 8 Deluxe con un amico online. Già al lancio di Switch, Ariana Grande fu tra le tante celebrità che manifestarono il loro amore furioso per la console Nintendo tramite i social network, e ci fa piacere constatare che non l’ha lasciata a prendere polvere dopo tutti questi mesi.

Cosa c’entra il New York Times, quindi, e perché abbiamo collegato una prestigiosa testata statunitense con due artiste pop? Perché questo trio di elementi forma una Triforza del Riconoscimento del videogioco da non sottovalutare assolutamente. Abbiamo Lady Gaga che è una gamer in incognito, e neanche troppo occasionale visto che fa le quattro di mattina davanti a Bayonetta (io reggo molto meno con Overwatch). Poi Ariana Grande, che ci piace pensare sia casual gamer per eccellenza, oppure una semplice videogiocatrice occasionale neanche troppo casual, perché in altre foto dai suoi social è possibile scoprire che compra addirittura accessori per Switch come un Controller Pro, e la sua collezione di videogiochi sembra abbastanza aggiornata. Ma è pur sempre quella che, candidamente, non sa come avviare una partita online. Il New York Times rappresenta infine la critica, l’analisi lucida ed illuminata.

Avrete sicuramente letto dell’editoriale della testata americana, il quale domenica scorsa titolava un categorico: “Red Dead Redemption 2 is True Art”. Una Vera Arte quindi, scritto anche in maiuscolo, a sottolineare una cosa che noi videogiocatori sapevamo da un po’ ma, come per il binomio Lady Gaga-personaggio famoso a caso che gioca ai videogiochi, se a scrivere che i videogiochi sono vera arte è il New York Times è tutto un altro paio di maniche. Rigorosamente di una camicia lurida, visto il videogioco di cui stiamo parlando.

Lady Gaga
Un titolo che prende una posizione importante, una volta tanto.

L’analisi è importante anche per le parole scelte da Peter Suderman del NYT. Oltre a paragonare gli incassi del titolo Rockstar citando successi del cinema come Avengers: Infinity War, Suderman racconta con estrema lucidità lo stato del settore. Ecco una manciata di passaggi dell’articolo (che trovate per intero a questo indirizzo) che ci preme sottolineare:

“Nell’intrattenimento popolare, non c’è niente di più grande dei videogiochi, e la stagione dello shopping natalizio è il momento in cui i titoli più attesi dell’anno arrivano nei negozi. Eppure i videogiochi rimangono qualcosa come un medium culturale di seconda classe, anche se la cultura geek è invece ascesa a mainstream”

“L’elite dei tastemaker [persone che decidono ciò che è accettabile o di tendenza, difficilmente traducibile. NdR] si sente perfettamente a proprio agio nel discutere il funzionamento del sistema bancario di Westeros, ma il gaming è ancora stigmatizzato. […] Sì, molti videogiochi sono violenti e frivoli, e molti dei giocatori più devoti sono giovani e maschi. Ma i migliori videogiochi rivelano un medium culturale di massa che è giunto alla sua piena maturazione artistica, in modi che ricordano l’industria cinematografica nel suo picco del ventesimo secolo e la televisione degli ultimi 20 anni”

“La reputazione culturale del gaming nasce parzialmente dall’idea che giocare sia un modo di evitare le responsabilità, di fuggire all’interno di mondi virtuali in cui niente ha peso. Ma Red Dead Redemption 2 è un videogioco sul fare delle scelte e convivere con esse, sul prendersi la responsabilità del modo in cui si è vissuto. È un gioco, in altre parole, che dice implicitamente al giocatore di crescere, ed è sicuramente un segno come un altro che i videogiochi stanno iniziando a fare altrettanto”

Certo, è facile pensare che il racconto delle vite da giocatrici di Ariana Grande e Lady Gaga sia una bazzecola in confronto alle lodi del New York Times. Sì, e contemporaneamente no. Sono entrambi importanti, in modi diversi, perché i discorsi di cultura “alta” e “bassa” sono deleteri, e sono esattamente le cose che fanno ogni giorno i detrattori del medium videogioco: il buon libro contro il giochino.

Il riscontro popolare è importantissimo, perché se le citate popstar giocano ai videogiochi allora significa che è cool, mentre il New York Times che incensa lodi su Red Dead Redemption 2 dà al medium intero un’aura di sacralità importantissima. Ogni medium di intrattenimento ha bisogno di essere popolare e colto, l’uno e l’altro contemporaneamente, come il cinema ha bisogno dei cinecomic e dei film d’autore, e come è giusto piangere sia Stan Lee che Bernardo Bertolucci.

E la storia di Instagram di Ariana Grande sembrava anche abbastanza urgente.

Il riscontro popolare, inoltre, è importante per arrivare alla massa, a quelle persone che devono comprare i videogiochi poi, magari anche le madri dei più giovani. Quelle stesse madri che, ahinoi, in Italia leggono editoriali indignati da parte di giornali e giornalisti che spesso hanno poca cura di riportare fatti e dati reali. Quelle stesse persone che assistono a Carlo Calenda (ex-Ministro dello Sviluppo Economico italiano) mentre si esibisce in illazioni poco illustri ed illuminate riguardo i “giochi elettronici” (noi, almeno, usiamo giochini per scherzo), noncurante del fatto che l’industria dei videogiochi in Italia faccia proprio parte di quello sviluppo economico che è stata sua materia fino all’ultima legislatura.

Va detto che, ogni tanto, nella stampa generalista (perché è lì che risiede il problema) capita ogni tanto di leggere qualcosa di sensato riguardo i videogiochi. Come nell’ultimo numero del Vanity Fair in edizione cartacea, dove Ferdinando Cotugno scrive un pezzo titolato “Un videogame non fa male”, nel quale parla in modo coerente del mercato videoludico, non mancando di apostrofare con schiettezza il qualunquismo di Calenda. Certo, Vanity Fair non è il New York Times.

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