Dopo aver esplorato la prima serata con il gioco e qualche ora spesa sulla modalità Zombie (o Zombi, se preferite), così grande da meritare un po’ di righe a parte, siamo pronti a parlare di Call of Duty: Black Ops 4 nella sua totalità.

E, come avrete dedotto dal sottotitolo e pure dal voto, siamo di fronte ad un’iterazione piuttosto sorprendente del franchise bellico di Activision, una che mantiene davvero la promessa di tornare “boots on the ground” dopo un capitolo come WWII che aveva proposto una campagna single-player ambiziosa per il genere e un multiplayer spuntato dagli effetti più scenici ma comunque abbastanza fuori contesto per toni e velocità dell’azione.

Black Ops 4 è infatti un ottimo incrocio tra i Call of Duty classici e i più frenetici o fantascientifici, con gran parte del gameplay realmente con gli stivali ben piantati al terreno e la cui frenesia è più immersa nel contesto di quanto non lo fosse nella cornice (pur dipinta gradevolmente) della Seconda Guerra Mondiale.

Permangono delle concessioni a chi si è appassionato/è cresciuto con la giocabilità da Black Ops 3 a salire – il cane di Nomad, del quale parleremo a breve, le piogge di missili e le macchinine come simboli di una componente randomica rispetto al gioco regolare, e un rampino sospetto, ma queste, al pari degli squilibri degli specialisti, sono poca cosa al cospetto di un gioco finalmente divertente ed equilibrato.

Team Deathmatch e Controllo mi hanno conquistato. Ci ho giocato per decine di ore e ho avuto prima di tutto la sensazione di un gameplay equo, in cui, a parte i rari casi di cui sopra, hai sempre la possibilità di dire la tua, e senza necessariamente l’assillo dell’uccisione grazie al parametro dell’EKIA.

call of duty: black ops 4

Le mappe sono facili da memorizzare in tre o quattro casi. Ho le mie preferite (Jungle, Firing Range, Gridlock, Seaside) e guarda caso sono sempre quelle più ordinate, con punti precisi e identificabili, più familiari in un certo senso e non legate ad un design “moderno” asimmetrico e pieno di corridoi in cui la spunta chi ha il grilletto più rapido o sta appostato.

Su queste serve più pazienza e, presumo nella logica dell’equilibrio, difficilmente si riesce ad avere una supremazia anche una volta acquisita la conoscenza necessaria per farci bene. D’altra parte, camperare non paga più da tempo e questo nuovo “dogma” rimane, al di là di una manciata di kill c’è sempre un modo per stanare, che sia un gioco di squadra o l’abilità di uno Specialista.

E, a proposito di Specialisti, ce ne sono di vario genere e alcuni pagano indubbiamente più di altri, come se la serie stesse ancora lavorando per digerire bene un concetto che non le appartiene fin dalla nascita a differenza di un prodotto (chiara l’ispirazione) come Overwatch.

Nomad ad esempio ha questo cane che è già un meme, che va a spasso per la mappa a fare stragi praticamente impunito perché buttarlo giù richiede una pioggia di proiettili: la cosa va sicuramente analizzata e corretta al fine di evitare che diventi ancora più irritante (e segnante per l’immagine del titolo) di quanto non lo sia ora.

Il rampino di Ruin, giusto per fare un altro esempio, è invece agilmente neutralizzabile con la giusta razione di lucidità ed esperienza, ed è la sola cosa che vedrete volare nelle vostre sessioni (oltre al pad per il cane di Nomad, ben inteso). Le stravaganze tutto sommato finiscono qui o almeno questa è l’impressione accumulata in questa prima settimana di disponibilità, una situazione positiva se consideriamo gli ultimi Call of Duty e l’impatto percentuale minimo che hanno rispetto al numero di partite disputate.

call of duty: black ops 4

C’è una componente tattica precedente all’inizio delle partite che ho apprezzato molto, ed è rappresentata dalla creazione e dalla personalizzazione della classe, che ha davvero un impatto sulla qualità del proprio gioco. Le wildcard permettono di avere customizzazioni in più, alcune delle quali imprescindibili come una che permette di tenere sempre d’occhio i compagni di squadra, a patto però di compiere una scelta e sapere a cosa rinunciare per non sforare il limite dei dieci slot.

E soprattutto giocare a ritoccare l’arma è divertente e ha un suo perché: dal mirino Reflex in poi noti sul serio la differenza che decisioni come usare un altro mirino o estrarre in fretta l’arma può comportare. Il senso di progressione del ferro, poi, oltre che del personaggio in sé, è qualcosa di magnetico.

Su Blackout, continuo a trovarla, rispetto alla prima sera, una modalità che incrocia le dinamiche più action e meno strategiche di Fortnite con il tema militaresco di PUBG. Sul reperimento delle armi, invece, non è facile come anticipato e spesso occorre girare un po’ prima di non trovare soltanto medikit (questi sì in abbondanza e, se si ha pazienza, si rimane pure per parecchio tempo in più in combattimento).

La mappa in sé è un mix di diverse location già nel gioco e questo rende ciascuna area ben caratterizzata: il poligono di tiro, per dirne una, è una tappa obbligata perché è piena zeppa di armi, e le colline sono buoni punt di osservazione dall’alto e dal basso. A patto di essere ben coperti e armati, gli scontri sono meno punitivi e pure ciò consente di restare di più nel vivo dell’incontro.

Da una prospettiva puramente tecnica, l’aspetto dell’ottimizzazione è quasi sorprendente vista la fedeltà grafica, anche se la virata quasi cartoonesca di Black Ops 3 ha aiutato a mantenere buone performance, e un look molto colorato e piacevole.

Per quanto riguarda il multiplayer classico, non sono poche le situazioni in cui il gioco fa ricorso alla risoluzione dinamica, con drop qualitativi che si notano anche parecchio al fine di preservare il framerate di 60fps in ogni circostanza. In generale, la direzione artistica è credibile e molto gradevole, con puntatine tropicali e ghiacciate, nella giungla, in città, con una libertà donata evidentemente dall’assenza di una storia a cui aderire, e con dimensioni e proporzioni più riuscite e meno soffocanti a seconda dei casi.

In chiusura, visto che l’abbiamo menzionata, lasciatemi toccare il tasto della storia e del single-player. Fin dall’inizio, Treyarch ha gridato ai quattro venti che non ci sarebbe stata una campagna, e visto com’era andata in Blops 3 dubito ci siamo persi davvero qualcosa; ciò non toglie che penalizzare il nuovo Call of Duty per questa mancanza, specie a fronte di quanto lo abbiamo apprezzato nel complesso, non mi pare corretto.

Mi sono piaciuti i video in computer grafica, sia per i valori produttivi sia per come riescono a raccontare brevemente la genesi degli Specialisti e della leggera trama di fondo (messa lì nel tentativo evidente di imitare il lavoro di scrittura post lancio portato avanti da Blizzard), meno gli addestramenti e gli incontri coi bot per sbloccarli, pensati presuppongo per poter replicare con la loro presenza alle immancabili critiche per l’assenza di una modalità storica come la campagna.

Io avrei osato ancora di più, vista la declinazione competitiva avrei legato lo sblocco dei filmati direttamente alla progressione nel multiplayer e magari proprio al quantitativo di match giocati con un determinato Specialista.