Questo non dovrebbe essere un racconto nostalgico, o almeno non vorrebbe esserlo, ma lo sarà. Il fatto è che venti anni sono tanti, per il mondo in generale ma in particolare per una industria come quella del videogioco che viaggia a velocità sconsiderate.

Il 28 settembre del 1998 uscivano in Nord America due titoli per Game Boy: Pokémon Rosso e Blu. In Europa sarebbero arrivati il 5 ottobre del 1999. Venti anni fa, quindi, arrivava in Occidente un titolo destinato a generare uno tsunami mediatico ancora oggi inarrestabile.

Più che studiare l’evoluzione del franchise, che di fatto è alla portata di tutti, è interessante ricordare come si giocavano una volta i titoli Pokémon, ed in generale i videogiochi. Per farlo useremo la storia del sottoscritto.

Nel 1999 facevo la seconda media, ma è più importante ricordare che nel giugno del 1999 mi ruppi tibia e femore in maniera scomposta cadendo da un’altezza relativamente considerevole. Questo mi costrinse a quasi due settimane di ospedale, più svariati mesi di convalescenza con la gamba destra ingabbiata nell’Apparato di Ilizarov. Un periodo che mi ha portato a ricevere in dono un Game Boy Color indaco dotato di Super Mario Deluxe.

Non tornai a scuola come tutti gli altri, a settembre, perché inizialmente avevo bisogno di essere accompagnato fino in classe dai miei genitori. Iniziai con qualche giorno di ritardo, e finalmente mi liberai dell’apparato sulla gamba destra il 28 ottobre 1999, giorno del mio compleanno. Ricordo che, scherzando, dissi che non potevo ricevere regalo di compleanno più bello nella vita.

Pokémon
La salvezza di undici giorni di ospedale.

Qualche giorno dopo, i miei genitori mi chiesero cosa volessi per regalo, quello “vero”. Erano tempi migliori, la crisi economica non esisteva e ci si poteva permettere di spendere, sostanzialmente vivere senza dover fare i conti per una colazione in più al bar alla settimana. Tra riviste e passaparola avevo iniziato a scoprire i Pokémon. A quell’età, e in quell’epoca, non esisteva di certo il concetto del day one, dei pre-order e delle informazioni giornaliere. Ne leggevi sulle riviste, guardavi una pubblicità, o qualcuno più informato ti raccontava le cose.

C’erano questi Pokémon, che nel giro di breve tempo erano già diventati il tormentone dell’epoca. Scoprii che ce n’erano due, quello “Rosso” e quello “Blu”, con tanto di leggende sul fatto che ci fossero addirittura Pokémon diversi in ognuna delle versioni. Ma ti pare? E invece era proprio così. Quello Rosso (che è il mio colore preferito e lo era già da allora) era per i più fighi¸ perché c’era Charizard e se sceglievi Charmender era più forte che su Blu (che belle, le leggende), e se lo prendevi Blu era da sfigati perché i Pokémon erano meno forti.

Così decisi: volevo Pokémon Rosso. Mi portano a comprarlo, finalmente con le mie gambe dopo un’estate tra letto, sedia a rotelle e stampelle (periodo in cui mi ammazzai letteralmente di Mario Party su Nintendo 64 con gli amici che venivano a trovarmi). Ma il Rosso era finito, nel negozio di giocattoli – quelli specializzati ancora non esistevano nella mia città – c’erano rimasti solo due Blu. L’ingordigia mi portò a non aspettare e prendere la versione brutta.

Giocare su un Game Boy Color era fighissimo però, e tutti i miei amici con quello in bianco e nero rosicavano, anche se avevano Pokémon Rosso. “Bene, e questa l’ho vinta io”, pensavo tra me e me. Ora era solo tempo di scegliere Charmender come tutti i ragazzi giusti. Ma giocare su un Game Boy Color aveva un problema, anzi due. Lo schermo non era di certo definito, e all’aperto non si vedeva praticamente niente.

Confuso dalle condizioni atmosferiche, e dalla frenesia di cominciare finalmente il videogioco che avevano tutti quanti i miei amici, scelsi per sbaglio Squirtle.

Che schifo. Come si fa a volere bene ad una tartaruga che sputa le bolle quando di là c’è una lucertola che lancia il fuoco dalla bocca (il dinosauro con la pianta sulla schiena non era contemplato, per carità)? Seguirono giornate di sfottò dagli amici. Giornate che mi costarono sofferenza e un sentimento di rivalsa, che finalmente si agitò nel mio cuore quando, al livello 36, Wartortle diventa Blastoise.

Pokémon
Il multiplayer locale d'altri tempi.

Nel frattempo, un compagno di classe faceva il buon samaritano con tutti noi. Ebbe la pazienza, offertosi da solo per altro, di ricominciare il gioco qualcosa come una ventina di volte per fornire a tutti noi (e poi riavere lui stesso) gli altri due starter che mancavano. In breve così ebbi anche io Charmender e Bulbasaur, mentre Wartortle scalpitava per raggiungere finalmente la forma definitiva.

In quello stesso periodo iniziavamo anche a sperimentare le prime partite con il Link Cable per Game Boy. Alcuni di voi non lo conosceranno, ma si tratta di un cavo lungo, ingombrante, incredibilmente propenso ad intrecciarsi e con duemila attacchi (già all’epoca Nintendo iniziava a prenderci gusto con le tante versioni delle sue console portatili). Una vera e propria tortura, che però ci permetteva di organizzare dei tornei incredibili sotto i banchi di scuola. Tanti Charizard, qualche Venusaur, nessun Blastoise faceva capolino nelle formazioni degli amici.

Ma il primo Blastoise della classe fu il mio, e cambiò tutto. Quella tartarughina poco affascinante era diventata una testuggine dallo sguardo ignorante e due cannoni sulla schiena.

E fu l’amore.

Quello Squirtle scelto per sbaglio era diventato il mio Pokémon preferito di sempre. L’acqua, inoltre, batte il fuoco, ed a breve avrei di nuovo affrontato delle serratissime partite sotto i banchi. Così, quando il mio Blastoise spense l’arroganza del Charizard più forte del gruppo con una Idropompa piena di vendetta e risentimento, arrivò il momento della rivalsa. Tutti iniziarono a far combattere Squirtle come un forsennato per avere il loro Blastoise personale, ma ormai ero stato il primo ed è una cosa che nessuno potrà mai togliermi.

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Per dire.

Poi arrivò Pokémon Argento, e il Blastoise che mi portavo dietro dalla seconda media diventò colorato, bello, ancora più fiero. Ma qualcosa si era spezzato e Pokémon non era più così attraente. Le console casalinghe incominciavano a piacermi di più e, sebbene collezionai DS e 3DS, di Pokémon non ne volevo sapere più niente. All’uscita di Sole e Luna mi balenò l’idea di ributtarmi in quel mondo, ma tutto era cambiato.

Centinaia di Pokémon, punteggi, statistiche e dati da tenere in considerazione decuplicati, e quegli starter che non sono mai stati più accattivanti come una volta. Non ho mai ritrovato un secondo Squirtle, come non ho mai ritrovato la leggerezza con cui mi alzavo le mattine d’estate, pronto ad una giornata a suon di saccocciate di batterie AAA e scontri furiosi tra Pokémon.

La verità è che sono passati semplicemente vent’anni, e davanti ai giochi Pokémon di oggi mi sento come il proverbiale vecchio davanti ai cantieri. Perché dove oggi c’è Pokémon GO una volta erano tutte cartucce dentro cui soffiare.

P.S. La cartuccia in copertina è la mia. Ne vincerò una seconda, anni dopo, in una macchinetta da sala giochi con €0,50 e la regalerò ad un amico che non aveva mai provato un gioco Pokémon in vita sua. Lo odierà.

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