Non è facile trovarsi da un giorno all’altro nella posizione di outsider. PES ci si è trovato nel passaggio dalla generazione PS2 a quella Xbox 360 e PS3, finendo schiacciato tra cambi al team di sviluppo e aumento esponenziale dei costi, ma ha saputo nell’ultimo triennio rimettersi in piedi e puntare su una visione unitaria. Innegabilmente, al di là della qualità dei singoli esponenti della serie, non si può dire che non ci sia una crescita costante nel franchise calcistico di Konami; una crescita che forse quest’anno ha subito una lieve frenata, ma che ancora c’è e ancora dà speranza a quanti, cresciuti a pane e Winning Eleven, proprio non riescono a trovarsi bene dall’altra parte della barricata.

PES 2019 è figlio, dicevamo, di una condizione di crescita rallentata che inizia a tradire qualcuno dei difetti da cui questa nuova intelaiatura non riesce a smarcarsi. Tra questi difetti, chiaramente, ce ne sono di microscopici, i quali richiedono un po’ di tempo pad alla mano per palesarsi, e altri macroscopici, che noterete invece già nelle fasi iniziali del vostro gameplay.

Per cominciare, il gioco ha un serio problema di intelligenza artificiale. Il calcio è uno sport di squadra ed è impensabile che un gamer debba occuparsi di tutti gli undici elementi sul manto verde ogni minuto dei 90’. Per questo, un buon titolo dovrebbe fornire perlomeno un input alle IA in campo per consentire al giocatore di avere tempo di leggere le azioni e prendere le contromisure giuste (in difesa) o ragionare sulla manovra più adeguata per segnare (in attacco). Tutto questo in PES 2019 è minato fortemente da un comportamento inadeguato dei compagni di squadra. In difesa, questi non si prendono mai la briga di seguire l’uomo e persino sui cross degli avversari lasciano scoperte porzioni di campo sostanziose, permettendo così – mentre l’utente cerca affannosamente di ottenere il comando del difendente opportuno - agli attaccanti di mettere la palla in rete con una relativa tranquillità di testa o stoppando e tirando; in attacco, spesso e volentieri tagliano la strada nelle ripartenze, non raccolgono i passaggi con un buon tempismo, evidenziando una reattività accettabile soltanto in occasione di cross bassi sul primo palo. Curiosamente, in una situazione difficoltosa versa anche l’arbitraggio, che presenta un metro di giudizio abbastanza inconsistente: i contrasti leggeri vengono quasi sempre sanzionati, e fin qui ci siamo perché magari il fischietto può non essere inglese, e in circostanza di tackle arriva puntualmente il fallo, che si prenda o meno (soltanto oppure in parte) la palla. Alleggerire questo metro avrebbe comportato un aumento del ritmo di cui il gioco, come vedremo più avanti, sembra avere un bisogno inferiore rispetto al passato ma comunque notevole.

pes 2019
Gli stadi aumentano lievemente in numero ma la situazione quantitativa è sempre abbastanza precaria.

Detto di questi problemi macroscopici, ce ne sono altri di dimensioni e rilevanza più contenuta, relativi ad esempio alla meccanica del tiro. Questa è una di quelle che ha subito una delle evoluzioni negative più sorprendenti nella storia della serie; persino negli anni bui, quando davvero si faceva fatica a passare su un ritmo di gioco troppo lento e antigravitazionale (passateci il termine) o all’assenza di un buon sistema di animazione, il tiro è rimasto un caposaldo del franchise, soddisfacente come poche altre cose, pieno, credibile, forte. Eppure da un paio di stagione a questa parte sembra che PES abbia rinunciato  a quella pienezza e a quel feeling di estrema soddisfazione in favore del tiro a giro, peraltro depotenziato anch’esso come è giusto che sia, e ciò è qualcosa di cui il gioco risente enormemente perché il feedback che torna da una palla calciata non è mai all’altezza di quello che ti aspetteresti. E quando provi a dare sfogo alla tua potenza, caricando un pelo in più, finisci per mandarla in orbita. C’è una sorta di sfasamento, dunque, su questa feature che ovviamente riteniamo fondamentale e che speriamo sia oggetto di un recupero nelle prossime iterazioni.

Così come c’è da migliorare sotto il profilo delle licenze, che sono state oggetto di un’importante ristrutturazione dopo la chiusura del rapporto con UEFA, e della riproduzione del ritmo di gioco con le squadre di livello medio basso, che similmente ai predecessori è un po’ troppo compassato nel tentativo di rendere l’idea di come sia difficile utilizzare un club inferiore e quanto ingegno serva per spuntarla su un rivale più blasonato.

PES 2019
Il Liverpool c'è, la Premier League no.

La palla però passa anche per piedi buoni in PES 2019, ed è così che i tanti aspetti positivi di un gameplay estremamente ragionato emergono fin dal primo istante, specialmente se si proviene dai lidi canadesi di EA Sports. La resa delle diverse fasi di gioco rimane eccezionale e una prerogativa da cui la serie ha dimostrato di dipendere in maniera viscerale.

C’è stato un momento in cui altrove si è puntato alla Premier League prima di completare la transizione da gioco a videogioco, lidi ai quali si è arrivati nelle ultime due iterazioni, mentre Konami ha deciso di puntare su un altro approccio molto più realistico e di perfezionarlo man mano che le iterazioni si succedono.

Il campo è plasmato con le proporzioni giuste, con distanze corrette e coerenti con il gioco del calcio tra un reparto e l’altro, e il passaggio corto paga sempre. L’azione, come nel football vero e proprio, si sviluppa perlopiù partendo dalle retrovie ed è difficile, per i campioni, o impossibile, per tutti gli altri, finire in porta con appena un paio di scambi oppure con una verticalizzazione.

Uscire da un pressing alto palla al piede o con qualche uno-due è qualcosa di estremamente soddisfacente per chi ama questo sport. Allo stesso modo, e questa è a nostro parere un’aggiunta a confronto con le precedenti versioni, è stata introdotta una resa delle varie fasi del match molto credibile. La partita non inizia in un modo e finisce nel medesimo, ma anzi è figlia dei differenti stati d’animo provati dal giocatore e vedere che questa sensazione si trasmette fedelmente dal player one alle intelligenze artificiali in campo, prima di tutto come atteggiamento e poi quale funzionamento sul rettangolo verde, è quasi sempre piacevole.

In poche parole, una volta presa una rete la squadra spesso si ravviva come ferita nell’orgoglio e, soprattutto quando c’è in ballo la fine di un tempo o di un intero incontro, dà il là ad autentici assedi che non consentono agli avversari di lasciare la propria metà campo o anche semplicemente di fraseggiare.

La scossa come detto è molto gradevole e restituisce un feedback serio riguardo all’effettiva possibilità di invertire realmente le sorti di un evento, e speriamo che questa feature rimanga tale senza sfociare nell’occulto momentum dell’altra campana videoludica sportiva.

Il pacchetto delle modalità, ora che mancano pure Champions ed Europa League e Copa Libertadores, non ne esce però benissimo: le varianti sono poche e, se la componente live permette da qualche tempo di avere valutazioni aggiornate al millisecondo al pari della concorrenza, talvolta di una  qualità non soddisfacente o all’altezza delle aspettative. MyClub è stato rivisto e asciugato di alcuni elementi ridondanti ma, nel continuo tentativo di mantenere una propria dignità e autonomia rispetto a FUT, ribadisce la logica degli agenti che fa da tramite un po’ casuale, un po’ artificioso tra l’utente e il modo in cui vorrebbe articolare il proprio club. Anche in questo caso la situazione viene alquanto ravvivata dalle sfide giornaliere o settimanali ma il livello di difficoltà di frequente inferiore alle skill reali di chi stringe il pad tra le mani ne mortifica il senso stesso di sfida. Ci è piaciuto il modo in cui la meccanica dell’Intesa è stata trasferita da MyClub alla Carriera (la classica Master League), dove mantiene un impatto notevole, e pur arrivando fuori tempo massimo quest’ultima è perlomeno funzionale e intrattiene per un buon numero di ore: molto semplice, con la licenza ufficiale della ICC nel precampionato e un mercato almeno qui snellito per consentire di avere un maggior numero di trasferimenti o prestiti durante ciascuna finestra di mercato, e alcune veloci scene d’intermezzo che come da tradizione coinvolgono stelle dello sport ad un tavolo o in conferenza stampa insieme al nostro alter ego digitale. Online c’è tutto quello che vi aspettereste oggi in un titolo calcistico, con stagioni, partite classificate e rapide, e naturalmente le difficoltà tecniche che non possono mai mancare nella serie Pro Evolution Soccer; mentre lato console non abbiamo ricostruzioni particolarmente drammatiche, per oltre una settimana su PC – la release che abbiamo testato – è stato impossibile collegarsi ai server per un errore riconosciuto dallo sviluppatore le cui cause sono rimaste non identificate per un periodo di tempo in accettabilmente lungo; questo vuol dire non soltanto gameplay perennemente offline ma anche niente aggiornamento delle rose.

Da una prospettiva puramente visiva, infine, PES 2019 presenta una cura per il dettaglio impressionante, proponendo volti fedelissimi per calciatori non solo di prima ma anche di seconda e terza fascia che forse non sarebbe neppure lecito attendersi in un videogioco. Questo livello di vero e proprio artigianato non ha purtroppo una corrispondenza nell’inquadratura dall’alto, sovente di molto più povera rispetto a quella ravvicinata (che comunque fa qualche rinuncia, come quando si esulta praticamente da soli per non avere cali di frame rate o c’è uno stacco tra una visuale e l’altra con evidente downgrade), ma è in ogni caso un segnale evidente che le licenze e la loro assenza non determineranno mai l’aspetto del pallone made in Japan.