Esistono videogiochi che, nel momento della loro presentazione, ti fanno pensare di essere di fronte a quel mondo, quella storia, quelle meccaniche che inconsciamente hai sempre sognato di vivere ma che si perdono nel tempo per via di un'attesa lunghissima e di informazioni molto vaghe e diluite nel corso degli anni.

We Happy Few è uno di questi videogiochi, uno di quelli che a prima vista ti fa venire una voglia matta di prendere il pad in mano lasciarti travolgere delle sue atmosfere particolari, ma che poi dimentichi che esiste.

Poi te lo ritrovi in una sottospecie di Accesso Anticipato che ti fa assaggiare un po' il mondo di gioco, condito con qualche dichiarazione che ci informa che il gioco è un semplice survival all'interno di una delle ambientazioni più belle degli ultimi anni.

Per fortuna ci ripensano e dopo due anni dalla pubblicazione di quel primo accesso anticipato ecco che We Happy Few prende un'altra forma, si fa carico di una trama bella e importante e ci porta per mano all'interno del suo mondo di Orwelliana memoria.

Confesso che sarò molto di parte parlando di narrazione e atmosfere all'interno del titolo di Compulsion Games perché quando mi si presenta un qualsiasi prodotto che affoga nella cultura degli anni '60, che prende ispirazione da Orwell e il suo 1984 e che si espande andando a trarre spunto da capolavori come Arancia Meccanica (di cui sono presenti alcuni brani nella colonna sonora), V per Vendetta con un pizzico di Monty Phyton per quel che riguarda lo stile umoristico, beh... non ci sono dubbi: sono di fronte ad un prodotto che mi piacerà, per forza.

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Come controllare il proprio stato di salute.

Quindi iniziamo proprio a parlare della trama che ci accompagnerà all'interno di 30 ore circa di avventure nel mondo distopico di We Happy Few.

Iniziamo proprio con Arthur, uno dei tre personaggi di cui avremo modo di seguire le gesta, che non è altro che un “censore”. Monitora le notizie sui giornali e decide cosa è bene pubblicare e cosa è meglio censurare per il bene della popolazione.

Nella società in cui vive il povero Arthur si è in piena seconda guerra mondiale, con tanto di visione alternativa della Soluzione Finale nei confronti del popolo ebraico, e il governo impone ai cittadini l'utilizzo di alcune pillole, la Gioia, che rende tutti più felici e spensierati.

Non è altro che una droga che induce il cervello a dimenticare gli avvenimenti e ci mostra immagini belle e colorate mentre intorno a noi è invece tutto grigio e spento.

Un esempio pratico sono le mosche che ronzano attorno ai rifiuti (molto frequenti nelle città) che vengono percepite come farfalle.

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Lo so.

Le persone devono essere felici, la felicità è un'imposizione che viene dall'alto, e qualsiasi comportamento giudicato sospetto (aggirarsi per le strade in piena notte, abbassarsi, correre, saltare e così via) viene duramente punito non solo dai poliziotti che infestano le strade ma anche dalla popolazione stessa che preoccupata cercherà di denunciarci alle autorità competenti.

Chi decide di non assumere la Gioia è giudicato “Musone” e viene costretto con la forza da alcuni “medici” ad assumere la pilloletta magica.

Chi riesce a scappare si isola in piccole comunità, viene bollato come straccione e non può più riavvicinarsi alla civiltà a meno di non passare per un processo di riabilitazione in cui si viene bombardati da immagini, quiz, e si viene ricondizionati fino a far riassumere nuovamente la Gioia e rientrare nel tunnel della droga.

Gli straccioni non vedono di buon occhio chi viene dalla città e anche presso le loro piccole comunità vigono delle leggi piuttosto severe che se non rispettate possono portare alla violenza.

Arthur, come si può bene immaginare, decide di non assumere più la Gioia e di partire per un viaggio alla ricerca di un suo caro amico di infanzia a cui aveva fatto una promessa nel momento in cui venivano deportati dai soldati nazisti.

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Una fase stealth.

Con We Happy Few i ragazzi di Compulsion Games trattano la guerra in maniera caricaturale, estremizzandone ogni suo aspetto mettendone in luce tutti i punti deboli in maniera intelligente e sarcastica, degna di Monty Python per l'appunto.

Ci sarà un momento del gioco in cui entreremo a stretto contatto con i soldati in cui verremo catapultati in questa versione distopica della seconda guerra mondiale e di tutte le vicende che la riguardano osservando molto da vicino tutto quello che gli sviluppatori vogliono comunicarci con questa loro produzione.

Le risate che ci scaturiranno da quel capitolo saranno amare, riflessive e metteranno in mostra il lavoro magistrale svolto dallo studio di sviluppo per quel che riguarda l'impianto narrativo del videogioco.

Entreremo a stretto contatto con tutte le opere, letterarie e non, che hanno palesemente ispirato la scrittura e le atmosfere di We Happy Few: da Orwell a alla Trilogia della città di K., da Bioshock a Fallout, da Arancia Meccanica a V per Vendetta.

Sono moltissime le citazioni che gli sviluppatori hanno inserito, non solo per rendere omaggio a delle pietre miliari della letteratura e cinematografia ma anche per rendere ancora più accattivante e coinvolgente il mondo che avevano creato. In modo tale da farci sentire la storia ancora più viva, profonda e “vera”.

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Ci si nasconde anche così al giorno d'oggi.

Gli altri due personaggi presenti non faranno altro che arricchire il viaggio di Arthur, quasi come se fossero una sorta di spin-off che vanno a tappare dei buchi fondamentali per la corretta comprensione del tutto.

La differenza maggiore fre i tre la vediamo a livello di gameplay dove, purtroppo, We Happy Few riesce a mostrare il suo aspetto più debole e i suoi maggiori difetti.

Come detto in precedenza il gioco nasce come survival per poi subire una svolta più “ruolistica” con l'aggiunta di qualche componente action, senza però andare a fondere bene questa idea con quella di survival inziale.

Il risultato è un'accozzaglia di nulla: combattimenti poco profondi, una crescita del personaggio piuttosto blanda e meccaniche di sopravvivenza... inutili.

Avremo a che fare continuamente con fame, sete e sonno senza che queste tre variabili influiscano mai davvero con il procedere della nostra avventura limitandosi ad essere un semplice pretesto per allungare il brodo: ho sonno, devo fermarmi, cercare un letto, dormire, perdere tempo e poi tornare a fare quello che stavo facendo.

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Che bella... cera.

Le caratteristiche scendono troppo lentamente e il malus che abbiamo nel non considerare i bisogni del personaggio di turno sono così marginali da essere quasi insignificanti. Spesso mi trovavo a morire di fame per poi respawnare tutto arzillo vicino al punto in cui mi trovavo precedentemente: evitavo di dover perdere tempo in inutili raccolte. Se avevo con me qualche vivanda mangiavo un boccone e per la prossima ora di gioco ero a posto così.

Chiaramente giocare We Happy Few a difficoltà massima cambia drasticamente le cose e sopravvivere diventa parte integrante del gameplay (seppur in maniera poco profonda ed efficace) per via del permadeath ma questo basta per giustificare il lavoro superficiale svolto dagli sviluppatori?

Sul combattimento possiamo spendere ben poche parole, con un tasto si para, con l'altro si colpisce e con R (se giocate con mouse e tastiera) si da uno spintone.

Nonostante la poca profondità e la completa mancanza di idee, il combat system riesce a galleggiare nella sufficienza senza riuscire a spiccare per nessun aspetto se non per quello della mediocrità.

Il titolo offre anche la possibilità di un approccio stealth nelle varie missioni di gioco anche se, purtroppo, questo aspetto mostra più debolezze di quel che si possa sperare: possiamo nasconderci solo nei cespugli di fiori gialli (gli altri cespugli non ci danno copertura) con il risultato di un'AI terribilmente scorretta in certe situazioni (verremo scoperti anche quando non dovrebbe essere così) e terribilmente stupida in altre (un nemico dentro al cespuglio di fiori gialli assieme a noi che non ci vede perché "siamo nascosti").

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Mai una Gioia a chi?

A completare l'opera abbiamo un albero della abilità, le quali sono sboccabile attraverso dei punti guadagnabili completando le varie missioni offerte dal gioco.

I personaggi si differenziamo perlopiù sotto l'aspetto della sopravvivenza: Arthur deve costruire più oggetti e gestire meglio le risorse, Sally è in grado di avere molte più cure e Ollie deve bere un intruglio medico ogni tot. tempo per evitare di svenire. Anche qui sembra che sia stato semplicemente svolto il compitino senza cercare di sforzarsi minimamente.

We Happy Few è uno di quei giochi che senza il comparto narrativo ed artistico che ha sarebbe stato semplicemente da buttare: un vero peccato.

Dal punto di vista tecnico e artistico c'è poco da dire: si sente uno stile originale nonostante le chiare e palesi influenze di altri titoli anche se i numerosi glitch grafici fanno sì che, ancora una volta, il gioco dia l'impressione di una certa pigrizia nello sviluppo.

Concludendo? We Happy Few è un gioco che mi piace, non posso farci niente, e che consiglierò a chiunque me lo chieda a patto che non ci sia altro di più importante da giocare: è un videogioco senza infamia e senza lode. Semplicemente è un videogioco fra tanti.

Versione testata PC, disponibile anche per PS4 e Xbox One