Durante l’edizione 2016 del Lucca Comics & Games veniva presentato – e venduto – in anteprima il fumetto Monolith, di Roberto Recchioni e Lorenzo “LRNZ” Ceccotti. Mi capitò di parlarne con un amico fumettista, presente alla kermesse toscana con un suo stand, e di come nonostante il mio interesse per l’opera ero in realtà frenato dall’acquisto per la mia poca affinità con il controverso autore. Lui mi disse una cosa molto intelligente, quanto incredibilmente semplice: “Ma tu devi giudicare l’opera, non l’autore!”. Così mi recai allo stand Bonelli per comprare Monolith. Non mi piacque granché. Sperai nel secondo e conclusivo volume, in uscita di lì a qualche mese, ma niente di che. Non mi piacque Monolith, lo preciso, come opera in sé, e lo stesso avrei pensato se fosse stata scritta da Umberto Eco oppure il proverbiale Pinco Pallino.

Ogni giorno ci capita di giudicare, che lo si faccia per lavoro o per diletto. Film, libri, idee, fisicità, moda, opinioni, ognuno di noi, ogni giorno, si ritrova a dire la sua riguardo a qualcosa. Va bene così, ma non sempre, perché c'è modo e modo di parlare. Ad esempio è uscito Octopath Traveler in questi giorni (qui trovate la nostra recensione, a proposito) e, come dovrebbe succedere, non tutta la stampa è stata conforme nel giudizio. In Italia, in particolare, Multiplayer.it ha dato 7 al gioco, ed ovviamente sono partite le più feroci critiche da parte dei lettori. Lettori che, è bene ricordarlo, per la stragrande maggioranza non sanno neanche come è fatta la confezione di Octopath Traveler.

Giudicare l'opera (la recensione), non l'autore (il redattore). Ci torniamo tra un po'. Nel frattempo fatevi tornare in mente il discorso sui giornalisti bravi ed i videogiocatori pessimi, perché sento che questo articolo ne diventerà un po' il seguito spirituale (come Octopath Traveler per Final Fantasy VI, dicono loro).

Octopath Traveler
Jim Sterling.

Conoscete Jim Sterling? Un personaggio sui generis, senz'altro. Nella polemica ci sguazza (cit.) e fa parte del suo lavoro far parlare di sé, cercare di essere costantemente al centro dell’attenzione per quelle 48 ore che seguono il lancio del videogioco del momento. Diede un “misero” 7 a Breath of the Wild con motivazioni risibili; assegnò un 1 ad Hellblade per un bug che, successivamente, si rivelò inesistente, con tanto di video riparatore (rigorosamente monetizzato); fece una recensione farlocca di Super Mario Odyssey targata “7/10” solo per innescare la furia dei fanboy Nintendo, per poi metterli alla berlina per la loro irruenza riguardo ad una recensione finta. Dovrebbe essere ormai chiaro il tenore del personaggio, perché di casi riferiti alla sua persona ce ne sono ormai uno stuolo e questi tre sono solo un esempio, eppure non è così. Tra le grinfie del Jimquisition di Jim Sterling è capitato di recente Dynasty Warriors 9, ultimo capitolo della celebre saga di musou di Tecmo Koei. Lo ha definito “il peggior Dynasty Warriors mai fatto”.

Da questa diplomatica valutazione sono scaturite le ennesime minacce di morte da parte dei fan della serie, che Sterling ha prontamente comunicato tramite il suo profilo Twitter. Ora, qui più che giudicare l’opera bisogna davvero “capire” l’opera, in un certo senso. Ribadisco che Jim Sterling è una personalità della rete, e come tale vive e sopravvive di estremi, che sia una challenge sponsorizzata dal brand di turno oppure una opinione dai toni forti che farà parlare di sé per giorni e giorni. È importante capire anche le motivazioni che portano Sterling a “recensire” i videogiochi nel modo in cui lo fa. Prendendo gli esempi sopracitati: Breath of the Wild viene giudicato “meno divertente” di Dynasty Warriors 9 (che però è il peggiore della serie), Hellblade punito per qualcosa che non esiste, e Super Mario Odyssey è un’occasione per sfottere i suoi seguaci, gli stessi che gli garantiscono quasi quindicimila dollari al mese tramite Patreon.

Nel caso di Sterling, l’opera diventa autore in tutto e per tutto, e viceversa. Tralasciando quello che dovrebbe essere l’ormai ovvio discorso sulla demenza che porta delle persone a minacciare di morte qualcuno in generale, figurarsi poi per un videogioco, è bene iniziare a trattare produzioni come le Jimquisition di sorta della figura del web di turno per quello che sono: prodotti. Tutto fuorché delle analisi strutturate e sorrette da motivazioni solide, ma delle pure e semplici confezioni per l’intrattenimento del pubblico. Analisi del genere ce le dobbiamo aspettare da realtà ben più autorevoli, come l’Eurogamer britannico.

E invece.

kingdom come deliverance
Uno spaccato storico che in pochi sono riusciti a capire.

In data 20 febbraio 2018, Eurogamer.net ha pubblicato la recensione di Kingdom Come: Deliverance ad opera di Robert Purchese. Il portale ha da tempo abbandonato (precisamente dal 2015) la valutazione numerica a fondo recensione, affidandosi solo al giudizio testuale dello scritto. Una mossa audace, da molti premiata e da altrettanti odiata, che se adottata da tutti migliorerebbe moltissimo il livello della critica di settore, a giudizio di chi scrive. Ma questa è un’altra storia.

La recensione parte in modo molto classico. Per ciò che viene detto somiglia molto a quella di chiunque abbia visto positivamente l’opera di Warhorse, poi accade qualcosa. Ora, è bene fare una premessa, ovvero che è poco corretto (anzi, diciamo le cose come stanno: squallido) giudicare l’operato dei colleghi, perché gli unici a dover emettere una sentenza sono i lettori, voi che avete il potere di premiare oppure affossare il lavoro di chi seguite. Però c’è un limite a tutto, ed è tempo di riordinare le idee e mettere in fila un po’ i pensieri perché si inizi a dare un segnale di cambiamento in questo mondo, quello del Web, troppo spesso fatto di giudizi opinabili sorretti unicamente dalla forza del proprio seguito.

Ciò che accade è che il “big problem” di Kingdom Come: Deliverance è che non ci sono persone di colore nel gioco al di fuori della tribù dei Cumani, che poi sarebbero i progenitori del popolo turco e troppo scuri di pelle non lo sono neanche. Quella che inizialmente sembra una battuta, ed onestamente ho sperato fosse una battuta magari in riferimento alle infinite polemiche riguardo all’assenza di persone di colore in The Witcher 3, si trasforma invece in una vera e propria arringa. Discorso che, ricordiamo, avviene all’interno della recensione di un videogioco storicamente accurato come nessun altro prodotto esistente finora, un open world ambientato nella Boemia del 1403. La questione è, riguardo alle persone di colore: ci dovrebbero essere? La speranza, ancora una volta, è che Purchese abbia nella manica un qualcosa di inattaccabile con cui bacchettare il lavoro di ricerca storica di Warhorse, ponendo in questo modo una critica intelligente alla produzione. Ma di fronte agli anni di ricerche fatti dagli sviluppatori, i quali non hanno trovato prove tangibili dell’esistenza di persone di colore nella Boemia del 1403, Purchese evoca un “amico esperto di storia”. Davvero.

“Sappiamo di re Africani a Costantinopoli in pellegrinaggio verso la Spagna; sappiamo di Mori in Spagna; sappiano di costosi viaggi di ebrei dalle corti di Damasco e Cordoba; sappiamo anche di persone nere in presenti nelle più grandi città della Germania”, questa la tesi dello storico, tale Sean Miller (nota a margine: esiste un tale “Shawn Miller”, storico della Columbia University, ma nessuno che dal Web emerga come storico di nome “Sean”). Poi continua, concludendo: “Non si può sapere se qualcuno sia rimasto più a lungo [in seguito ad un viaggio], magari a causa di una malattia. E se un gruppo di africani fossero giunti in Boemia, magari soggiornando in una locanda e qualcuna fosse rimasta incinta? Una notte è sufficiente per una gravidanza”.

Octopath Traveler
Daniel Vavra.

Purchese, l’autore della recensione, si affretta a definire la tesi dello storico come non esaustiva, ma comunque abbastanza autorevole da mettere in discussione l’interpretazione di Warhorse. Non bastasse questa puerile e contradditoria affermazione, la recensione verte successivamente su Daniel Vavra, responsabile dello studio. A quanto pare Vavra è stato un sostenitore del GamerGate, nonché protagonista di alcuni scambi poco edulcorati su Twitter. Un anno fa, ha avuto anche l’ardire di andare in giro per l’edizione 2017 della Gamescom con una maglietta dei Burzum, la band musicale capeggiata dal controverso Varg Vikernes, sostenitore della supremazia razziale ed omicida. Questo elemento non fa di Kingdom Come: Deliverance un videogioco razzista, sostiene Purchese, ma mette comunque in continua luce i Cumani, i quali parlano una lingua straniera e vengono dipinti come “il nemico”, una rappresentazione troppo debole e parodistica secondo la recensione di Eurogamer.net.

Recentemente, per una serie di critiche mosse da questi stessi motivi che si trascinano ancora oggi, Vavra non ha partecipato all'evento spagnolo Gamelab 2018, proprio per i gravi insulti ricevuti tramite i social network: "Perché ho deciso di non andare a Gamelab 2018?» scrive l'autore su Twitter. «Lo scorso mese ho avuto una presentazione per 400 persone, al Reboot. Sono andato 40 minuti oltre il tempo limite e nessuno è andato via, sembra proprio che alle persone sia piaciuto. Mi sono serviti molti giorni (e vent'anni di esperienza) per preparare quella presentazione. L'unica copertura data dai media alla cosa è stata relativa a una slide sulle 90 che avevo preparato, mostrata in un paio di articoli clickbait. Io vengo alle conferenze per imparare dagli altri e per condividere le mie conoscenze, per incontrare persone interessanti. Questa volta, era parecchio ovvio che avrei avuto a che fare con alcuni individui apertamente ostili.»

Ma torniamo alla recensione dell'Eurogamer britannico. Quando la sensazione è quella di essere arrivati al culmine, c’è ancora uno scalino: il tema della donna.

Purchese addita con veemenza la rappresentazione della donna in Kingdom Come: Deliverance: si può avere una relazione romantica, ma andare contemporaneamente per prostitute ed intrattenersi in rapporti fugaci qua e là. Alla gogna anche alcuni talenti e potenziamenti ottenuti da questa parte del gameplay come Maschio Alfa, che concede un bonus carisma il giorno seguente all’aver avuto un rapporto sessuale per via della evidente sicurezza mostrata da Henry. Quella che potrebbe essere una sgradevole, ma pur interessante per alcuni magari, parentesi nella disamina diventa il motivo principale per cui, alla fine Robert Purchese non consiglia Kingdom Come: Deliverance. Liquidiamo in fretta la questione: il ritratto della donna nel titolo di Warhorse è perfetto, con tutti i “purtroppo” del caso. La donna non ha anima, non ha un posto in società a meno che non sia sposata, e proprio a questo scopo le giovani venivano date in sposa fin dalla giovane età, un eufemismo sociale che potremmo tranquillamente definire “vendita”, senza grossi problemi.

Octopath Traveler
Cersei Lannister, Il Trono di Spade.

Con buona pace di Purchese, la verità storica è questa, mentre Il Trono di Spade (dove le donne conquistano il potere e “vincono” a più riprese) è un ottimo racconto di fantasia ad opera di un autore che, del medioevo, ha solo raccolto l’ispirazione estetica.

Ma tutto il resto lascia francamente sbigottiti. Mi ricorda molto le vicende di Hatred, un videogioco che è giustamente finito nell’immondizia, perché atroce negli intenti come nella resa finale. Che poi fossero discutibili anche le ideologie delle personalità dei membri dello studio di sviluppo è un altro discorso, ma anche all’epoca venne fuori che Hatred era un gioco nazista. No, Hatred è solo una produzione abominevole in termini videoludici, e Kingdom Come: Deliverance allo stesso modo ha i suoi pregi e difetti, ma non è né razzista né misogino. Ci sta che a qualcuno dia fastidio l’argomento, per carità, e vedere le donne trattate come macchine per figli o sfogo sessuali crei dei problemi, ma l’accuratezza storica lo richiede.

Il che ci fa tornare all’argomento principale: l’opera, non l’autore. Daniel Vavra potrebbe essere anche la reincarnazione di Majin Bu pronta a distruggere la Terra, ma ciò che fa della sua vita non deve in alcun modo intaccare la percezione ciò che produce. È altrettanto ovvio che, in alcuni casi, le opere possano riflettere le volontà dell’artista, ed in fondo è anche giusto così se pensiamo a produzioni come i lavori di Fumito Ueda e la saga di Metal Gear Solid per Hideo Kojima. Se Kingdom Come: Deliverance avesse nascosto della propaganda “pro-bianchi” all’interno del gioco, oppure avesse sottinteso la supremazia dell’uomo sulla donna sarebbe stato ben diverso, ma così non è. Ed è atroce che ad inserire questi discorsi, del tutto legittimi se presi come un editoriale magari, all’interno della valutazione di un prodotto sia una realtà come Eurogamer.net.

Octopath Traveler
"Otto" sarebbe stato il voto perfetto, no?

Allo stesso tempo, Purchese non è Eurogamer e viceversa, e ancora una volta torniamo all’importanza di saper valutare opera ed autore, ed in questo caso redattore e redazione. Un esercizio sempre più raro, che però non va dimenticato per evitare la deriva delle opinioni in un momento in cui è un attimo che una programmatrice con la passione del cosplay diventi la causa della rovina di un Mass Effect: Andromeda, tanto per dire.

Una deriva che fa sì che una recensione venga dilaniata dai lettori, solo perché un videogioco che non abbiamo non ha preso il voto che speravamo. Il che è talmente folle che anche solo doverlo precisare fa di me un pedante brontolone. Ma è giusto farlo, perché ogni giorno diventa sempre più snervante avere a che fare con un certo tipo di situazioni. Forse la recensione di Christian Colli di Octopath Traveler per Multiplayer.it non è adeguata, o semplicemente offre un punto di vista diverso dagli altri, e l'ultima volta che ho controllato è proprio questo lo scopo della critica. Diversamente, si chiama "copia-incolla".

Nell’epoca delle opinioni un tanto al chilo scritte dal bagno o nel tragitto in metropolitana, credo sia importante fermarsi a capire: valutare bene ciò che si sta leggendo, il background culturale dell’autore e quello dell’opera, per poi scinderli. Per quanto riguarda la stampa e le opinioni scritte da portali autorevoli è necessario scindere redazione da redattore. È importante che questo ragionamento venga fatto a più livelli, dalla critica videoludica a chi i videogiochi li produce, che sia un albo di un fumettista che vi sta antipatico ma di cui vi intriga la trama, oppure un buon videogioco prodotto da un sostenitore del GamerGate e simpatizzante dell’estrema destra.

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