Piaccia o meno, la prima volta con un Souls non si scorda mai. Ricordo ancora quando, su PlayStation 3, misi mano a Demon’s Souls senza avere la benché minima idea di cosa mi aspettasse, complice il regalo di un amico (al tempo, mi occupavo solo di Xbox e non seguivo la scena Sony). Conoscendo From Software, mi aspettavo qualcosa di medievale nello stile di Tenchu, impegnativo ma insomma, niente di fuori dal seminato o destinato persino ad inventare, o diventare, un sottogenere a sé stante. Quanto mi sbagliavo.

Quella sera, con la copia per PS3 che ancora conservo gelosamente da qualche parte giuro, successe qualcosa che difficilmente mi era capitato prima. Col mio amico di cui sopra giocammo per buone 4-5 ore facendo sì e no qualche metro di progresso, terminando la giornata con una sonora sbronza per rimetterci alla meglio l’anima in pace. Eravamo stati bastonati come mai prima d’ora, e la cosa – rivelando delle pulsioni masochiste che non conoscevamo – ci era piaciuta da morire. Letteralmente, eravamo morti più e più volte senza neanche sapere cosa ci stesse passando per le mani.

Venne poi la fama, Demon’s Souls diventò uno dei primi fenomeni di culto del web 2.0 e uno di quelli che ancora oggi si prova ad emulare da tutte le parti. Dalla stampa, che propone giustamente guide su guide come se ce ne fosse davvero il bisogno per andare avanti in un altro titolo di un’altra serie, e dagli sviluppatori, che come insegnano i casi di Lords of the Fallen e The Surge tentano in ogni modo di innestarsi in questo curioso e atipico sottogenere, ma anche dai giocatori. Continuamente si cerca, prendendo a simbolo una produzione-sberleffo di un trend di semplificazione per qualcuno esagerata degli anni 2000, qualcosa che sia in grado di picchiarci brutalmente e batterci, per il solo gusto di avere una gratificazione ancora più grande una volta portata a termine la nostra missione.

Le cose cambiano, soprattutto nei generi votati all’azione, e cambiano anche piuttosto in fretta. Proporre una rimasterizzazione oggi di un Souls vuol dire quindi fare leva sul “mito” che si è creato intorno a questo franchise grazie al lavoro caparbio di alcuni internauti più che su quello che di norma definiamo effetto nostalgia, e andarlo a vendere alle generazioni che per un motivo o per un altro se lo sono perso al lancio originale.

C’è da capire se sia abbastanza oppure no per avvicinare quel pubblico, e se volete il mio giudizio – con un tipo di gioco che ha ancora dalla sua una unicità di fondo (vi basti pensare che la circolarità del design delle mappe è stata ripresa recentemente soltanto da un God of War, ed è pertanto ancora una prerogativa della serie in questione) – la risposta è affermativa almeno su console.

dark souls remastered

L’impatto con il “nuovo” Dark Souls è stato abbastanza positivo, sotto tutti i punti di vista dai quali si potrebbe volerlo guardare. In primis, come gioco, il titolo di From Software tiene ancora botta perché come osservavo poc’anzi è un’esponente di un filone a sé stante, che si è replicato poco e con scarso successo. Mettendoci mano adesso si ha sempre l’impressione di un progetto silenzioso e ambizioso, di uno che è ancora avanti anni luce rispetto a qualunque altro tipo di single-player desideroso di puntare, per il proprio “selling point”, su un gameplay ermetico e capace di alimentarsi del tutto da solo. Come per il falò tipico della serie, Dark Souls si alimenta delle anime che ci girano all’interno, del mistero che lo popola, e non ha bisogno di altro per sostenersi.

Pur arrivando da altri due capitoli e un Bloodborne che ha spopolato, il sotto-genere di FS non ha mutato eccessivamente il proprio approccio alla materia ed è anche questo che fa sì che questo remaster non risulti un tentativo di accanimento terapeutico sul capostipite. Le animazioni del protagonista sono ad esempio macchinose, anche se meno rispetto al Demon’s Souls di cui parlavamo poco fa dove il fatto che lo fossero era uno degli espedienti alla base dell’innalzamento arbitrario della difficoltà, ma tacciare questo gioco di questa colpa sarebbe fuori dai canoni e dalla logica di cui in fondo si nutre.

C’è poi da valutare un lavoro tecnico che è stato fatto (o meno) sul titolo originale. Nel solco della tradizione dei remaster giapponesi, Dark Souls Remastered non è una riscrittura completa del gioco e in molti, soprattutto in possesso di una copia per PC, potrebbero avere da ridire, a ragione, di come sia stata condotta l’intera operazione. Parliamoci chiaro, sostituire questa edizione alla Prepare to Die è una mossa puramente commerciale, che non va ad aggiungere altro di sostanziale rispetto a quello che i modder della prima ora avevano già fatto al tempo. È chiaro che una produzione tanto amata e venerata avesse il diritto a riproporsi in un formato ufficiale finalmente all’altezza, e DSR è in effetti la certificazione della maturazione dello studio e della serie in rapporto al gaming su personal computer.

dark souls remastered

Sulle console il ragionamento da fare è secondo me diverso. Prima di tutto, parliamo di un titolo che aleggia ancora sul mondo del gaming come una spada di Damocle e che è diventato di una popolarità disarmante grazie agli internauti cui accennavo prima. Portarlo su PS4 e Xbox One vuol dire dare l’opportunità al pubblico ai quali questi anelano a rivolgersi di provarlo e farne un’esperienza diretta, che culmini poi nell’approvazione o nella disapprovazione a seconda dei casi - è una tipologia di operazione che va molto vicina a quanto fatto con Skyrim.

Portarlo poi a 60fps, laddove nell’originale si faceva fatica a vedere o intravedere i 30fps bloccati, è un achievement anche tecnico che va riconosciuto a From Software. Avrebbe potuto essere accompagnato da qualche altro ritocco qui e lì, dal momento che sono soltanto la saturazione, l’illuminazione e la risoluzione ad essere state messe a punto in questa versione, ma c’è da dire che l’aspetto del gioco è già piuttosto godibile così com’è e che gli unici momenti in cui questo non sembra al passo coi tempi ormai sono rappresentati dal fogliame e dalle location con una particolare componente di vegetazione.

Su Xbox One X, la versione che ho avuto modo di toccare con mano, il frame rate è costante sui 60 fotogrammi al secondo in qualunque circostanza, mentre – da quanto sento dalle varie analisi di Digital Foundry – altrove questo traguardo è un po’ più ballerino in presenza di boss fight particolarmente elaborate. Sorprende vedere che la risoluzione, anche in questo caso, sia la medesima rispetto a PlayStation 4 Pro e che su entrambe le piattaforme non ci siano né 4K nativo (siamo fermi sui 1800p), né supporto all’HDR che avrebbe potuto dare ulteriore splendore ad una componente artistica di altissimo livello. La fluidità aggiuntiva è comunque qualcosa di molto gradito e che permette di gestire con più naturalezza sia il proprio personaggio che le transizioni da menu di gioco a gioco vero e proprio.

In conclusione, Dark Souls Remastered è un must have per quanti non abbiano mai giocato la serie, essendo un (non necessariamente il) punto d’inizio per la tanto chiacchierata lore o mitologia che dir si voglia dei Souls, ed è un modo più che discreto di tornare nelle sue maledette lande nel caso in cui si sia già giocato l’originale su console. In questo secondo caso, e soprattutto valutando per bene il passaggio se si è già acquistata la Prepare to Die Edition, è lecito aspettare un taglio di prezzo o pensare che con un 10 euro in meno l’operazione sarebbe stata commercialmente più valida.

Disponibile per PC, PS4 e Xbox One; versione testata Xbox One X

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