Per qualche ragione non ho messo mano a Max: The Curse of Brotherhood quand’era un’esclusiva Xbox One, proveniente da uno di quegli studi – Press Play – su cui la scure di Microsoft si abbatté imperturbabile ad un passo dalla svolta Xbox Play Anywhere che avrebbe portato tutta la libreria simultaneamente su PC Windows 10.

E non l’ho fatto neppure quando è uscito su PlayStation 4 perché al tempo, pochi mesi fa, si era già saputo di un lancio su Nintendo Switch e mi sono detto: ok, giocarlo portatile è proprio la morte sua.

In effetti, per taluni versi, giocare The Curse of Brotherhood su Nintendo Switch ha il suo perché.

Il gioco è invecchiato molto bene e, nonostante un downgrade piuttosto palese nella modalità TV rispetto alle precedenti configurazioni, si lascia godere soprattutto in mobilità grazie ad un gameplay estremamente semplice e lineare.

Questa nuova iterazione del titolo ora curato da Flashbulb Games fa leva proprio su un tipo di esperienza elementare o poco più, che permette di godersi un platform abbastanza classico in diversi tipi di configurazione e con una qualità – forse un po’ in controtendenza – destinata a salire col passare delle 6, 7 ore richieste per il completamento.

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Max dà del suo meglio nelle sequenze d'inseguimento, cinematografiche, ma è proprio qui che l'input lag ha un impatto.

È una nuova iterazione  che arriva senza contenuti aggiuntivi ma con qualche problemino tecnico, indubbiamente, sebbene di un peso e uno spessore perdonabili per il livello del port. In un paio di circostante, Switch mi è crashato tra le mani senza una particolare spiegazione ma fortunatamente sempre in prossimità di un checkpoint.

Non so come avrei reagito se fosse capitato al termine di quel paio di sezioni di platforming magico in stile Trine un pelo più complesse ma, considerando appunto che il gioco mi ha abbandonato soltanto in punti irrilevanti ai fini del prosieguo dell’avventura, mi limiterò ad arcuare il sopracciglio à la Carlo Ancelotti e a raccomandarvi di fare attenzione perché siate fortunati almeno quanto me.

Altro problema, questo sì piuttosto rilevante, è un certo input lag che si fa sentire con maggiore veemenza nella modalità portatile. Mentre Max ha una sua stabilità interna e un frame rate abbastanza consistente, è vero che questo non mantiene o raggiunge quasi mai – perlomeno negli ambienti esterni – il target dei 30 fotogrammi al secondo, accontentandosi di girare poco sopra i 20fps. Niente di particolarmente fastidioso perché, come detto, c’è una certa consistenza e non un sali e scendi, ma va notato che la fluidità di platform Nintendo è soltanto un miraggio lontano in questa circostanza.

In questo senso le difficoltà preponderanti sono relative all’uso del pennerello, che in alcune fasi più concitate richiederebbe una precisione che lo sviluppatore non è stato in grado di preservare. C’è un minimo di frustrazione quando vedi che sullo schermo non c’è l’esatta azione che avresti voluto innescare.

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La fase iniziale del gioco è abbastanza elementare ma le aree hanno il loro fascino.

Da un punto di vista ludico, invece, Max: The Curse of Brotherhood regge ancora. C’è una certa altalenanza tra i poteri riusciti e quelli meno riusciti – ad esempio, la pianta è uno stratagemma un po’ forzato e la possibilità, per quanto limitata, di attaccare nemici con dei colpi magici arriva quando non se ne sente più il bisogno -, ma è vero che quando vengono sbloccati tutti il gioco raggiunge il suo apice e per un buon terzo della durata il divertimento garantito acquisisce un’impennata inaspettata. Mai come in questo caso il suggerimento è tenere duro e attraversare la metà della storia, perché è da lì in poi che la qualità mette il piede sull’acceleratore.

L’introduzione dei controlli touch, adoperabili naturalmente nella modalità portatile, non è trascendentale ma non per una colpa della produzione scandinava. Ho una mia opinione in merito a Switch: la console è troppo grande per essere davvero portatile ed è troppo grande perché nei titoli che ci girano si possa utilizzare un touch davvero utile a qualcosa. Così com’è, è soltanto un orpello e uno di quelli fatti bene perché funziona in una maniera davvero immediata e fluida, altro che il resistivo di Wii U. Tuttavia è superfluo se non deleterio ai fini del gameplay, perché richiederebbe di poggiare la console sulle gambe anziché stringerla tra le mani, quindi con una presa poco salda per forza di cose e lontana da un angolo di visuale appropriato.

Il consiglio è chiaramente di giocare con i Joy-Con, nello stile classico, e preferibilmente addirittura nella più fluida TV mode.

In chiusura sul prezzo, i 14,99 euro richiesti sono una buona scelta, non solo tenendo in considerazione l’età del prodotto originale ma anche la mole di contenuti sia nella prima run che nelle eventuali seconde e terze finalizzate al completamento dei collezionabili. In ottica saldi, con il gioco che immagino possa entrare presto nelle rotazioni del Nintendo eShop, The Curse of Brotherood è una piccola perla da tenere d’occhio per qualche sessione di gaming spensierato.

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