Sin da quando posi lo sguardo per la prima volta su FTL fu amore fulminante.

Oggi, Subset Games, mi fa innamorare di nuovo.

Into the Breach è il nuovo titolo di questo sviluppatore indie e, non per gufargliela, ma è un altro piccolo capolavoro che dovrebbe essere nella libreria di ogni videogiocatore.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla dimostrazione che, se le meccaniche sono solidissime e divertenti, grafica e storia possono essere ampiamente messi da parte.

Parliamo subito della storia di Into the Breach che, seppure estremamente semplice, si porta dietro tutta una serie di interrogativi morali non da poco.

Ben poche notizie ci è dato sapere sui nostri nemici o su come si è arrivati agli eventi del gioco: i Vek hanno sterminato l’intera umanità e i pochissimi rimasti utilizzano “la Breccia” per tornare indietro nel tempo e tentare di salvare il salvabile.

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Inizialmente avremo a disposizione una sola squadra.

Ora, come ogni buon cultore del viaggio temporale sa, quando si tenta di cambiare il passato in realtà si creano nuovi universi con nuove linee temporali. Proprio su questo si basa l’idea di Into the Breach.

Ogni volta che perdiamo la partita, ogni volta che vinciamo e decidiamo di ricominciare, in realtà stiamo “saltando” da una timeline all’altra, con tutta una serie di conseguenze che vengono lasciate all’immaginazione del giocatore: ogni salto in una timeline “fallita” stiamo lasciando a morire miliardi di persone?

Ogni volta che vinciamo e possiamo portare con noi un solo pilota stiamo abbandonando gli altri sopravvissuti in quella timeline? E che dire della possibilità di resettare, una volta per battaglia, il turno? Stiamo creando altre copie di noi stessi e dell’umanità da lasciar morire?

Insomma, Into the Breach potrebbe essere il gioco più sanguinolento della storia, con buona pace di Trump e Call of Duty.

FTL era però un gioco all’apparenza semplice, ma con delle meccaniche che richiedevano un attenta pianificazione e una conoscenza del gioco quasi enciclopedica per riuscire a portare a termine una partita, ci troviamo di fronte a un altro gioco simile?

Sì e no.

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Se falliamo potremo scegliere un pilota da salvare per il prossimo tentativo.

La nuova fatica di Subset è, a prima vista, molto più semplificata di FTL, sebbene si porti dietro diverse eredità del suo predecessore.

Al posto di guidare una nave spaziale e relativo equipaggio abbiamo a disposizione una squadra composta da tre mech e altrettanti piloti.

Ogni Mech ha a disposizione due slot per armi/equipaggiamento e un numero limitato di energia per poter attivare i vari slot, fin qui nulla di nuovo.

La dove FTL però richiedeva molto più tempo per elaborare una strategia e riuscire a districarsi nella galassia generata casualmente, Into the Breach ci mette di fronte a molte meno situazioni ma ci dà la possibilità di affrontarle tutte sfruttando le differenze dei nostri veicoli.

Man mano che collezioniamo monete dagli achievement è infatti possibile acquistare nuove squadre di mech, in giro per il gioco troveremo invece delle capsule contenenti nuovi piloti ed equipaggiamento e, molto presto, le possibilità insite nel sistema di personalizzazione ci porteranno a vedere quanto in realtà il tutto sia molto più profondo di quanto appaia a prima vista.

Ci troviamo di fronte a un gioco che, alle difficoltà più basse, potrebbe non potarvi via più di qualche ora, ma che, una volta deciso di passare alle cose serie, vi risucchierà in un vortice senza fine di “se”.

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Manipolando il campo di battaglia e i nemici si potranno ottenere risultati come questo.

Una volta scelta la nostra squadra ci troveremo a dover partire da una delle quattro isole disponibili nel gioco (durante il primo paio di partire questa scelta sarà ancora più limitata).

Ogni isola ci permetterà di scegliere quali battaglie affrontare, in base alle nostre necessità e alle ricompense fornite, per riconquistare a poco a poco il territorio fino alla battaglia finale: completate almeno due di queste sarà possibile intraprendere l’ultima missione del gioco che sarà contestualmente più difficile in base alla nostra scelta di liberare il numero minimo o massimo di isole durante la partita.

Le missioni donano ricompense in base alla difficoltà della stessa: più bonus saranno disponibili più possiamo aspettarci che i Vek ci diano fino da torcere e siano in numero maggiore.

Qui troviamo la vera meccanica principale del gioco: Into the Breach è un titolo di scelte. Scelte difficili e spesso pericolose, molto di più di quanto fu in FTL.

Spesso gli obiettivi richiederanno di completare una missione salvando delle strutture, o ridurre al minimo  i danni ai nostri mech o ancora diversi obiettivi spesso determinati dall’ambiente che ci circonda su una determinata isola.

Alcuni elementi poi ci spingono a ragionare profondamente su cosa facciamo: il primo è che esiste una quantità massima di danno che le strutture possono accumulare (indicate da una barra di energia), dopo che questa si esaurisce è Game Over e l’unico modo per ripristinarla è consumare preziose risorse per comprare energia alla fine di ogni isola.

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Scegliere con cura gli obiettivi è anch’esso qualcosa da considerare.

Inoltre se riusciamo a completare ogni singolo obiettivo di una zona riceveremo una ricompensa extra che fa molta gola, spesso a scelta tra un arma, un pilota o dell’’energia.

Infine, ovviamente, più ci diamo da fare durante una missione, più risorse avremo a disposizione (reputazione in questo caso) da spendere alla fine dell’isola per comprare golosi power-up per i nostri Mech o per rimpolpare la nostra scorta di energia.

Come possiamo però schiacciare i Vek?

Il gioco si svolge, con visuale isometrica, su un campo di battaglia molto ristretto: 8x8 quadrati.

In questo scenario sia i Vek che i nostri eroi si muoveranno in base alle loro capacità e sfrutteranno le armi a disposizione per farsi del male a vicenda. Ovviamente il nostro problema principale sarà anche il fatto di dover proteggere strutture e civili per evitare la fine dell’umanità e completare i nostri obiettivi bonus.

Grandissima importanza è stata data a tutte quelle armi che, pur non facendo direttamente danno, possono ribaltare una battaglia, spesso infatti è sufficiente spostare il nemico per evitare una catastrofe o per farlo sbattere contro una montagna per quell’ultimo punto di danno necessario a sconfiggerlo.

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Una missione ben riuscita!

La varietà di armamenti, le loro modalità di fuoco ed effetti permettono di manipolare il nemico e il campo di battaglia a proprio piacimento, inoltre in ogni momento è possibile consultare l’ordine in cui le azioni si svolgeranno durante il turno per avere con un solo colpo d’occhio a disposizione tutte le informazioni necessarie allo svolgimento della nostra missione.

Niente è meglio che ribaltare una situazione apparentemente senza via d’uscita facendo uccidere i nemici tra loro con un rampino ben piazzato oppure impedire che appaiano del tutto lanciando enormi massi sulle loro tane.

Into the Breach riesce laddove FTL da un certo punto di vista aveva peccato: la curva di difficoltà per i neofiti del genere roguelike è ben bilanciata e i veterani si troveranno a casa nelle missioni più difficili dovendo calcolare ogni singolo movimento non solo per evitare la distruzione, ma anche per ottenere il massimo possibile da ogni turno.

Insomma, Subset Games per la seconda volta ce l’ha fatta e io aspetterò con ansia la terza.

Disponibile per PC

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