Avete presente quei titoli che, mentre li giocate, sapete benissimo che chiunque, amante o no del medium, riuscirà ad apprezzare esattamente quanto voi?

L'ultimo gioco di questo genere che ho avuto modo di amare è Inside, ultima fatica dei Playdead che, oltre ad essere gli sviluppatori di uno dei miei titoli preferiti, sono anche i protagonisti di quest'ultima storia d'amore e pad intrecciati.

Tutti coloro che hanno avuto la (s)fortuna di avermi attorno mentre giocavo Inside per la prima volta mi avranno sentito ripetere fino alla nausea che questo titolo era stato confezionato ad hoc per essere fruito da chiunque, avvezzo o meno ai videogiochi.

Quello che notai nelle mie circa 20 ore di gioco che miravano al platino, era l'estrema naturalezza di ogni azione di gioco che mi ha portato più volte a pensare “chissà se la sento solo io che sono anni che videogioco o se effettivamente Inside è frutto di un design tanto intelligente”.

A mesi di distanza dal mio mettere la parola fine alla mia avventura sull'ultima fatica dei Playdead decido di testare effettivamente la mia “teoria” facendo provare il titolo alla mia ragazza.

Ovviamente non avrei potuto farlo prima perché ero una persona brutta e single. Ora sono semplicemente una persona brutta e, dopo questa serie probabilmente tornerò brutta e single.

Sapevo che il titolo le sarebbe piaciuto per due motivi: il suo videogioco preferito è Ori and the Blind Forest e, da mesi, mi chiedeva se conoscessi giochi dallo stesso feel.

Sì, Inside non c'entra assolutamente nulla però gioca molto sul fattore emozionale, è un platform, ha i suoi puzzle e… Sì, ok. Lo ammetto. Ho approfittato della sua ignoranza per fare il mio personalissimo test.

Il fatto è che il gioco non poteva non piacerle, sarebbe stato impossibile e di fatto lo ha giocato, tutto.

Non ha avuto bisogno di troppo aiuto esterno proprio perché ogni elemento di gioco era sempre nel posto giusto e proprio perché ogni azione era naturale, estremamente naturale anche senza la presenza di un HUD.

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Momenti intensi.

Per inciso, quando le ho spiegato questo grande pregio di Inside ho dovuto perdere tempo anche a spiegarle cos'è un'HUD. Non lo ha ancora capito e, tutt'ora, quando utilizzo questo termine mi diverto da morire ad osservare il suo sguardo perso nel vuoto mentre utilizza la risposta universale “sì”.

Insomma, Inside se lo è giocata tutto ed alla fine del gioco ha avuto una reazione che, francamente, non mi aspettavo perché ha trovato l'intera esperienza “inutile”.

Si è divertita durante il viaggio, mi chiedeva continuamente di giocare, ha apprezzato tutti gli elementi di gioco ma l'arrivo non l'ha soddisfatta, minimamente.

Non ha trovato nessuna interpretazione al finale e vedere quell'ammasso informe di individui trovare la pace sulla solitudine di una spiaggia è stato per lei come una presa in giro, come se avesse regalato al gioco intere ore della sua vita senza ricevere nulla in cambio.

Lei si è sforzata per andare avanti nel gioco, si è sforzata di scoprire cosa aveva in serbo per lei quell'esperienza tanto strana quando incredibilmente appagante per poi scoprire che tutto questo non portava assolutamente a niente.

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Ha adorato questa sezione. Le piaceva “quell'esercito” di seguaci.

O meglio, la sua lettura è stata questa e, nonostante le mie interpretazioni del finale e dell'intera esperienza ai suoi occhi Inside non era che, appunto, un videogioco. In quanto tale era una perdita di tempo. È una perdita di tempo.

Eppure qualcosa ha provato durante il suo viaggio: mi ha descritto le sensazioni che il gioco le dava nelle varie situazioni che le metteva di fronte, sentiva il ringhiare dei cani dentro di sé, sobbalzava ad ogni suono, ad ogni pericolo, esattamente come me e come tutti coloro che si sono approcciati a quest'opera.

Ha sentito l'immensità del silenzio di Inside ed è rimasta travolta dalla grandezza delle ambientazioni soffocando nella minuscola stazza del giovane protagonista.

Ha respirato la solitudine e la tristezza del gioco eppure il finale non è riuscito a completare l'opera, almeno con lei.

Vederla giocare questo titolo mi ha fatto bene, e allo stesso tempo mi ha fatto un gran male perché mai mi sarei aspettato una reazione simile ad un'opera che tutt'ora ritengo non raggiungibile.

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La prima volta ha urlato. Le mie orecchie se lo ricordano ancora.

Mi ha fatto bene perché vederla giocare, sentirla stringersi a me nei momenti d'ansia e nelle sezioni più accese è stato fantastico.

Abbiamo condiviso, a mondo nostro, qualcosa che ci ha, anche solo per pochi istanti, avvicinato tantissimo. Le ho mostrato il mio mondo, la parte che riguarda i videogiochi, l'ho fatta entrare e l'ho accompagnata all'interno di una delle storie più interessanti di sempre.

Le ho fatto conoscere Playdead e le ho fatto accarezzare questa bestia oscura che sono per lei i videogiochi. Le ho fatto vedere che non morde e che può fidarsi di lei.

Ha scoperto che, forse, dietro questi monumentali lavori c'è qualcosa di più. Mi ha fatto male perché ho sperato, fino alla fine, che Inside la convincesse totalmente. Che avesse capito perché amo così tanto questo medium e perché sono fermamente convinto che sia uno dei mezzi espressivi più potenti di sempre.

Forse ho scelto il titolo sbagliato, chissà, ma forse ora potrà vedere la mia passione con occhi diversi e levarmi quel maledetto filtro famiglia da Switch prima che io diventi pazzo.

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